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Il lavoro post-pandemia: come smart working, automazione e disparità regionali stanno rimodellando il mercato del lavoro italiano

La pandemia ha accelerato trasformazioni strutturali nel mondo del lavoro che continuano a riverberarsi nel 2026. In Italia, come nel resto d’Europa, la diffusione del lavoro da remoto, l’adozione di tecnologie automatizzate e la crescita di forme di lavoro atipiche stanno cambiando domanda e offerta di competenze, alterando geografie occupazionali e mettendo in primo piano la necessità di politiche attive e formazione continua.

Introduzione: contesto e fattori chiave

Dopo il picco dello smart working durante il periodo emergenziale, molte imprese hanno stabilizzato modelli ibridi che combinano presenza in sede e lavoro a distanza. Parallelamente, l’introduzione di intelligenza artificiale e automazione nei processi produttivi e amministrativi ha iniziato a modificare i profili professionali più richiesti. Il mercato italiano mostra segnali contrastanti: resilienza in alcuni settori ad alta specializzazione e fragilità nelle aree più esposte alla concorrenza internazionale e alla scarsità di investimenti in capitale umano.

Analisi con dati ed esempi

Le stime più recenti indicano che la percentuale di lavoratori che svolgono attività da remoto con regolarità è rimasta superiore ai livelli pre-pandemia. Prima del 2020 solo una minoranza lavorava abitualmente da casa; oggi molte indagini mostrano una platea consolidata che varia a seconda del settore e delle dimensioni aziendali: nelle grandi imprese e nei servizi professionali lo smart working è spesso strutturale, mentre nelle PMI manifatturiere e nei servizi locali rimane marginale.

La diffusione dell’automazione e dell’IA ha creato una domanda crescente di competenze digitali. Ruoli legati all’analisi dei dati, alla cybersecurity, allo sviluppo software e alla gestione dei processi digitali sono in aumento, mentre compiti routinari e ripetitivi vengono sempre più affidati a sistemi automatizzati. Questo fenomeno non è omogeneo: le regioni del Nord e i grandi centri urbani attraggono la maggior parte degli investimenti in tecnologie e talenti, mentre il Sud e le aree interne rischiano di restare indietro senza interventi mirati.

Un altro elemento cruciale è la diffusione del lavoro atipico e delle piattaforme digitali. Settori come consegne, trasporto e servizi on-demand vedono una crescita di lavoratori in contratti flessibili o a chiamata. Sebbene queste forme offrano opportunità di reddito immediato, sollevano questioni su tutele, stabilità contributiva e formazione professionale. Alla luce delle trasformazioni, molte aziende italiane, dalle startup tecnologiche alle imprese storiche, stanno investendo in programmi di riqualificazione interna e partnership con istituzioni formative per colmare il gap di competenze.

Esempi concreti emergono sia tra le grandi realtà che hanno introdotto politiche di lavoro ibrido strutturate, sia tra le startup che puntano su team distribuiti e su un ecosistema digitale per scalare. Alcune PMI manifatturiere del distretto hanno adottato soluzioni Industria 4.0, integrando sensori e sistemi di monitoraggio che hanno aumentato efficienza ma reso necessario il reclutamento di tecnici specializzati e data analyst.

Implicazioni future

Le traiettorie possibili indicano tre linee di sviluppo interconnesse. Primo, la polarizzazione delle competenze: crescerà la domanda per profili ad alta specializzazione, mentre i lavori meno qualificati rischiano di contrarsi, accentuando le disuguaglianze salariali e occupazionali. Secondo, la geografia del lavoro si ridefinirà: città e regioni che attraggono investimenti tecnologici vedranno aumento di opportunità, mentre altre aree richiederanno politiche di coesione per evitare spopolamento del capitale umano.

Terzo, emergono opportunità per politiche pubbliche e aziendali: investimenti sistematici in formazione continua, incentivi per la digitalizzazione delle PMI, e misure che conciliano flessibilità e tutela sociale sono elementi chiave per gestire la transizione. Anche il dialogo tra imprese, sindacati e centri di formazione sarà fondamentale per costruire percorsi di upskilling e reskilling efficaci.

Per imprese e lavoratori italiani la sfida è duplice: adottare tecnologie che migliorino produttività e qualità del lavoro, senza trascurare la dimensione sociale di inclusione e stabilità. Chi saprà combinare innovazione tecnologica, capitale umano e politiche territoriali avrà maggiori probabilità di navigare con successo il mercato del lavoro del prossimo decennio.

In sintesi, il panorama del lavoro in Italia è in profonda trasformazione. Smart working, automazione e forme contrattuali ibride offrono opportunità ma richiedono risposte coordinate per evitare che la transizione accentui le disuguaglianze già esistenti. Il tempo per agire è adesso.

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L’economia italiana tra ripresa lenta e transizione: opportunità per industria e servizi

Negli ultimi anni l’economia italiana ha affrontato una serie di sfide strutturali e cicliche: dalla bassa crescita della produttività al peso del debito pubblico, passando per la necessità di accelerare la transizione energetica e digitale. Nonostante segnali di stabilizzazione, il paese resta in una fase di trasformazione in cui le scelte di politica economica e gli investimenti privati determineranno la traiettoria di sviluppo nei prossimi anni.

Contesto

Dopo la crisi pandemica e i contraccolpi della guerra in Ucraina, il tessuto produttivo italiano ha mostrato resilienza, ma la ripresa è risultata eterogenea. Settori come il manifatturiero ad alto valore aggiunto e il turismo hanno beneficiato di una domanda interna e internazionale in ripresa, mentre micro e piccole imprese hanno faticato a riorientarsi verso modelli più digitali e sostenibili. Sul fronte macroeconomico, la crescita ha oscillato su tassi modesti, con pressioni inflazionistiche contenute e una dinamica occupazionale in miglioramento ma ancora caratterizzata da disomogeneità regionali.

Analisi: dati ed esempi

Analizzando i principali indicatori, emergono tre temi chiave: lavoro, investimento e competitività. Sul mercato del lavoro, il tasso di occupazione è cresciuto negli ultimi trimestri, trainato da settori come la sanità, il tech e i servizi turistici stagionali. Tuttavia, il tasso di disoccupazione giovanile rimane elevato rispetto alla media europea, segnalando un mismatch tra domanda delle imprese e competenze disponibili. Le imprese italiane, in particolare le PMI, segnalano difficoltà nel reperire figure specializzate in ambiti digitali e green.

Gli investimenti privati mostrano segnali incoraggianti, soprattutto grazie ai fondi pubblici stanziati per la transizione energetica e la digitalizzazione. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha catalizzato risorse per infrastrutture, ricerca e sviluppo e formazione, favorendo progetti pilota in regioni del Nord e del Centro. Esempi concreti includono imprese manifatturiere che hanno adottato tecnologie Industria 4.0 per aumentare efficienza e qualità, e distretti turistici che hanno investito in digital marketing e sostenibilità per attrarre flussi più qualificati.

Sul versante dell’export, l’Italia mantiene punti di forza nei settori tradizionali—meccanica, moda, agroalimentare—ma la competizione globale impone innovazione continua e diversificazione dei mercati. Alcune filiere hanno saputo integrare la sostenibilità nella catena del valore, ottenendo vantaggi competitivi sui mercati esteri. D’altro canto, comparti energivori e piccole imprese manifatturiere restano vulnerabili all’aumento dei costi energetici e alla volatilità delle materie prime.

Infine, la finanza per le imprese sta evolvendo: strumenti di credito agevolato, fondi di investimento e una crescente attività di venture capital stanno sostenendo start-up e progetti di scale-up, soprattutto nelle città con ecosistemi d’innovazione consolidati come Milano, Torino e Bologna. Questo ha favorito la nascita di casi studio virtuosi dove collaborazione tra università, cluster industriali e capitale privato ha accelerato il passaggio dall’idea al mercato.

Implicazioni future

Le tendenze emergenti indicano che l’Italia può consolidare una crescita più sostenibile se saprà intervenire su alcuni fronti chiave. Primo: formazione e riqualificazione della forza lavoro, con percorsi mirati alle competenze digitali e green, per ridurre il mismatch e favorire l’occupazione giovanile. Secondo: policy che incentivino investimenti produttivi nelle PMI, semplificando accesso al credito e riducendo la burocrazia per progetti di ammodernamento tecnologico. Terzo: accelerazione della transizione energetica con investimenti in efficienza e rinnovabili per ridurre la dipendenza energetica e i costi di produzione.

Inoltre, la valorizzazione delle eccellenze territoriali e la promozione di filiere sostenibili possono rafforzare l’export e l’immagine del made in Italy. L’integrazione tra ricerca pubblica e imprese private continuerà a essere cruciale per trasformare idee innovative in vantaggi competitivi. Infine, una politica industriale coerente e di lungo periodo, capace di coordinare risorse pubbliche e incentivi privati, è essenziale per trasformare le opportunità derivanti dalla transizione tecnologica in crescita inclusiva.

Per le imprese e gli investitori, il messaggio è chiaro: l’Italia offre opportunità concrete per chi punta sulla qualità, l’innovazione e la sostenibilità, ma lo sprint decisivo richiede investimenti mirati, capitale umano qualificato e un approccio strategico che tenga conto delle dinamiche globali. Il prossimo biennio sarà cruciale per capire se il paese saprà tradurre le risorse disponibili in un impulso duraturo alla competitività.

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Dalla discarica al business: il caso GreenLoop e la rinascita circolare dell’elettronica

Negli ultimi cinque anni la gestione dei rifiuti elettronici è diventata una delle emergenze più urgenti per mercati maturi e in via di sviluppo. In questo contesto nasce GreenLoop, una start-up italiana che ha trasformato la rigenerazione dei dispositivi usati in un modello di business scalabile. Questo articolo analizza il percorso di GreenLoop, i numeri che ne hanno determinato la crescita e le implicazioni per l’economia circolare e l’eco-innovazione nel nostro paese.

GreenLoop è partita nel 2019 come laboratorio di riparazione e valutazione ricondizionata di smartphone e tablet, con l’obiettivo dichiarato di allungare il ciclo di vita dei dispositivi e ridurre l’impatto ambientale di materie prime critiche. In tre anni la società ha ampliato la propria offerta includendo diagnostica proprietaria basata su machine learning, canali di ritiro capillari attraverso accordi con catene retail e un servizio B2B per imprese e PA che vogliono gestire il rinnovo dei parchi device in chiave sostenibile.

I numeri mostrano come un’idea operativa possa scalare se supportata da metriche solide: nel 2021 GreenLoop ha ricondizionato 25.000 dispositivi, nel 2023 ha superato quota 180.000 con un tasso di riciclo/riutilizzo dell’hardware del 78% e fatturato in crescita media annua (CAGR) del 95% dal lancio. Gli investimenti raccolti, pari a 6 milioni di euro in due round seed e Series A, sono stati destinati soprattutto a R&S per l’automazione dei test, all’apertura di due hub logistici nel Nord e nel Centro Italia e allo sviluppo del canale B2B. Il prezzo medio di vendita di un dispositivo ricondizionato nella proposta consumer si attesta tra il 40% e il 60% del nuovo, consentendo margini lordi competitivi grazie al contenimento dei costi di approvvigionamento e alle economie di scala nei processi di rigenerazione.

Un elemento chiave della strategia è la piattaforma software di GreenLoop. Tramite algoritmi predittivi la piattaforma valuta lo stato del dispositivo prima dell’acquisto, stima il valore residuo e instrada automaticamente gli item verso la riparazione, la vendita o lo smaltimento selettivo. Questo ha permesso di ridurre le rese negative del 12% e aumentare il tasso di successo di ricondizionamento del 9% rispetto ai processi tradizionali. Inoltre, la startup ha siglato partnership con due operatori telecom per programmi trade-in e con catene retail per drop-off nei punti vendita, moltiplicando i touchpoint di acquisizione clienti.

Dal lato regolatorio e di mercato, GreenLoop ha saputo sfruttare due tendenze favorevoli: l’attenzione crescente di istituzioni e consumatori alla sostenibilità e gli incentivi pubblici per l’economia circolare. L’adozione di criteri ESG da parte di grandi aziende ha generato contratti B2B che rappresentano oggi il 55% del fatturato. Sul fronte dei costi, la disponibilità di componentistica per riparazioni resta una criticità: la dipendenza da fornitori originali e la politica delle “obsolescenze programmate” impongono investimenti in economie di scala e lobbying per norme che favoriscano il diritto alla riparazione.

I rischi per GreenLoop non mancano: la concorrenza internazionale di operatori low-cost, la volatilità dei prezzi dei device usati e la necessità di mantenere standard qualitativi elevati per conquistare la fiducia dei consumatori. Tuttavia, il vantaggio competitivo della start-up risiede nella combinazione di tecnologie proprietarie, rete di raccolta e contratti aziendali che garantiscono flussi di approvvigionamento stabili e prevedibili.

Le implicazioni future sono rilevanti per l’ecosistema imprenditoriale italiano. Primo, il modello di GreenLoop dimostra che la transizione verso economie circolari può essere redditizia: investire nella rigenerazione può creare occupazione qualificata e valore aggiunto locale, soprattutto nelle regioni con forte vocazione manifatturiera. Secondo, la sinergia tra tecnologia (diagnostica, data analytics) e logistica (reti di raccolta e hub) è essenziale per scalare: le start-up che riusciranno a integrare questi elementi avranno maggiori probabilità di attrarre capitali e contratti istituzionali. Terzo, serve un quadro regolatorio chiaro sul diritto alla riparazione e sugli standard di ricondizionamento per proteggere i consumatori e disincentivare pratiche non sostenibili.

In conclusione, il caso GreenLoop è emblematico del potenziale delle start-up che combinano sostenibilità e tecnologia. Se supportate da investimenti mirati e da politiche pubbliche favorevoli, queste realtà possono contribuire a trasformare problemi ambientali in opportunità industriali e occupazionali. Per l’Italia, il vero banco di prova sarà la capacità di replicare modelli simili su scala territoriale, creando filiere robuste che mantengano valore aggiunto sul territorio e favoriscano la crescita di una nuova generazione di imprese circolari.

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Il lavoro dopo la pandemia: trend, numeri e le scelte che determineranno il mercato del lavoro

La trasformazione del mercato del lavoro avviata durante la pandemia non è stata un evento temporaneo: ha messo in moto cambiamenti strutturali che oggi si consolidano tra nuove forme contrattuali, richieste di competenze digitali e una domanda di flessibilità sempre più pressante. Comprendere i principali trend e le leve d’azione è essenziale per imprese, lavoratori e policy maker che vogliono governare la transizione senza aggravare le disuguaglianze.

Negli ultimi tre anni abbiamo assistito a due sviluppi sovrapposti: da una parte la diffusione dello smart working e del modello ibrido; dall’altra l’accelerazione della digitalizzazione e dell’automazione dei processi. Se in molte professioni cognitive lo smart working è ormai una componente stabile, settori come turismo, ristorazione e manifattura mantengono una forte componente di lavoro in presenza. Parallelamente, la questione demografica — unita a tassi di partecipazione al lavoro inferiori alla media europea in alcune regioni — ha portato a fenomeni di shortage in professioni chiave come quelle dell’assistenza sanitaria, dell’edilizia specializzata e dell’ICT.

Dal punto di vista statistico, le indagini nazionali e sovranazionali confermano alcuni punti fermi: il lavoro da remoto stabile interessa una porzione significativa della forza lavoro impiegata in occupazioni terziarie (con punte più elevate nelle grandi città), mentre la disoccupazione giovanile rimane una criticità in diversi paesi europei, Italia inclusa, con tassi che si collocano sistematicamente sopra la media UE. Contemporaneamente è cresciuta la quota di contratti atipici e di lavoro a chiamata, segnalando una maggiore flessibilità ma anche fragilità contrattuale per fasce di popolazione più ampie.

Le imprese reagiscono in modo differenziato. Alcune grandi aziende multinazionali hanno stabilito politiche ibride e investito in infrastrutture digitali per garantire continuità produttiva e attrattività sul mercato del lavoro. A livello locale, esempi concreti emergono da PMI che, per contrastare la carenza di competenze, hanno lanciato programmi di reskilling: un’azienda meccanica in Emilia ha strutturato accordi con l’ITS locale per formare giovani tecnici sull’uso della robotica collaborativa, riducendo tempi di recruiting e aumentando produttività. Dall’altro lato, molte imprese di servizi lamentano difficoltà di reperimento del personale qualificato, spesso a causa di mismatch tra titoli di studio tradizionali e skill richieste sul lavoro digitale.

Un altro elemento da monitorare è la crescente presenza di piattaforme digitali che intermediano servizi (delivery, trasporto, freelance). Questo segmento ha favorito l’ingresso nel mercato di lavoratori non tradizionali e la creazione di redditi integrativi, ma ha anche riacceso il dibattito su diritti, protezione sociale e inquadramento contrattuale. Le politiche pubbliche rispondono con approcci diversi: incentivazione della formazione continua, misure per favorire l’incontro domanda-offerta a livello territoriale e riforme della regolazione del lavoro platform-based.

Quali implicazioni per il futuro? Primo: la domanda di competenze digitali e trasversali continuerà a crescere. Non si tratta solo di programmare, ma di saper lavorare per progetti, gestire dati e utilizzare strumenti collaborativi. Secondo: la flessibilità dovrà essere accompagnata da adeguate tutele sociali. Modelli ibridi e contratti flessibili devono venire bilanciati con accesso a formazione, sicurezza sul lavoro e previdenza. Terzo: la geografia del lavoro rischia di accentuare divari regionali se le politiche di investimento (infrastrutture digitali, formazione territoriale, incentivi all’occupazione) non saranno mirate a ridurre le asimmetrie.

Infine, l’introduzione diffusa di strumenti di intelligenza artificiale nelle imprese cambia la natura delle mansioni più che cancellare interi lavori: è prevedibile una riduzione delle attività ripetitive e un aumento di compiti di controllo, interpretazione e creatività. Questo rende strategico il potenziamento delle politiche di lifelong learning e dei canali che connettono scuola, formazione professionale e impresa.

Per i decisori pubblici la priorità è costruire un ecosistema che favorisca transizioni occupazionali rapide e socialmente sostenibili: misure di contrasto alla disoccupazione giovanile, incentivi per la formazione on-the-job, programmi di riqualificazione per lavoratori in settori a rischio automazione e strumenti di supporto alla mobilità professionale e territoriale. Per le imprese, investire in capitale umano non è più opzionale: è una leva competitiva. Per i lavoratori, l’orientamento alle competenze e la propensione all’aggiornamento saranno fattori decisivi per navigare un mercato del lavoro sempre più dinamico.

Il mercato del lavoro post-pandemia è dunque un terreno di sfide ma anche di opportunità: chi saprà collegare formazione, innovazione tecnologica e politiche sociali avrà più chance di costruire un mercato del lavoro resiliente, inclusivo e produttivo.

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Italia in bilico: PNRR, transizione energetica e PMI come leve per una crescita sostenibile

La ripresa economica dell’Italia resta un tema centrale per famiglie, imprese e policy maker. Dopo gli shock della pandemia e della crisi energetica, il Paese si trova oggi a un bivio: sfruttare gli investimenti del PNRR e la spinta alla transizione energetica per rilanciare la competitività o rischiare una stagnazione prolungata per via di un debito elevato e di squilibri territoriali storici.

Il contesto è noto: l’Italia convive con un rapporto debito/PIL tra i più alti d’Europa, una crescita tendenzialmente bassa negli ultimi anni e un mercato del lavoro che ha migliorato alcuni indicatori ma mantiene criticità, in particolare per i giovani. Al tempo stesso, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha portato risorse importanti — decine di miliardi indirizzati a infrastrutture, digitalizzazione, transizione verde e competitività delle imprese — che possono rappresentare un punto di svolta se accompagnate da riforme efficaci e da un’attuazione rapida e mirata.

Analisi: PNRR e investimenti pubblici come leva di modernizzazione
Il PNRR è la molla che potrebbe catalizzare gli investimenti pubblici e privati. Circa la metà delle risorse è indirizzata a digitalizzazione, innovazione, transizione ecologica e infrastrutture sociali. Questo mix è coerente con la necessità di aggiornare il modello produttivo italiano, basato ancora in misura significativa sulle PMI e sui distretti industriali. Tuttavia, la sfida principale resta la capacità amministrativa di spendere e implementare progetti con efficienza. I casi di successo emergono là dove le amministrazioni locali, le camere di commercio e le imprese hanno costruito partenariati di qualità per accelerare cantieri e innovazione.

Transizione energetica: opportunità competitiva ma anche rischio di disallineamento
La crisi energetica degli ultimi anni ha convinto molte imprese a investire in efficienza e fonti rinnovabili. Investimenti in fotovoltaico, storage e reti intelligenti possono ridurre i costi di lungo periodo e rendere più resiliente il sistema produttivo. Aziende energetiche nazionali e gruppi industriali hanno già avviato progetti significativi, ma l’opportunità più rilevante riguarda le PMI che compongono la spina dorsale dell’economia italiana: favorire aggregazioni, contratti di comunità energetiche e strumenti finanziari ad hoc può sbloccare modernizzazione e riduzione del rischio operativo.

Il capitale umano e il mercato del lavoro
Sul fronte del lavoro, il miglioramento degli indicatori occupazionali non cancella problemi strutturali: il mismatch tra competenze richieste e offerte, la persistente fuga dei giovani altamente qualificati e divari occupazionali tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Politiche attive, formazione tecnica superiore, apprendistato duale e incentivi per investimenti in capitale umano nelle aree più svantaggiate sono elementi critici per trasformare gli investimenti del PNRR in crescita inclusiva.

Esempi concreti: distretti e territori che funzionano
Basta guardare ai distretti dell’Emilia-Romagna, del Veneto o del Nord-Est per vedere come l’ecosistema locale — università, fornitori, servizi e banche — possa accelerare innovazione e internazionalizzazione. Allo stesso tempo, iniziative pilota in regioni del Sud che combinano turismo sostenibile, agritech e rinnovabili mostrano come la transizione possa essere inclusiva. Questi esempi sottolineano un punto chiave: le politiche nazionali devono consentire flessibilità territoriale e trasferire competenze di gestione dei progetti a livello locale.

Implicazioni future: scenari e raccomandazioni per decision maker e imprese
Nel breve termine, l’Italia può consolidare la ripresa se riuscirà a velocizzare la realizzazione dei progetti PNRR, migliorare la governance degli investimenti e favorire strumenti finanziari per le PMI. Nel medio-lungo periodo, la sostenibilità della crescita dipenderà dalla capacità di ridurre i costi strutturali del contesto produttivo: burocrazia, giustizia civile efficace e mercato del lavoro più dinamico.

Per le imprese, la strada è chiara: investire in digitalizzazione e sostenibilità per restare competitive sui mercati globali, puntare sull’upskilling interno e sulle alleanze territoriali per ottenere economie di scala e accesso a nuove filiere verdi. Per i policy maker, il compito è sostenere questi processi con incentivi mirati, semplificazioni amministrative e politiche industriali che guardino non solo ai grandi progetti, ma anche alla resilienza delle PMI e alla coesione territoriale.

Conclusione
L’Italia ha gli strumenti per trasformare una fase di incertezza in un’opportunità di rilancio: la combinazione di risorse del PNRR, la spinta verso le energie rinnovabili e un tessuto di imprese agile possono ricostruire la competitività del Paese. Ma questo richiede decisioni rapide, capacità amministrativa e una strategia che metta al centro capitale umano e coesione territoriale. Se questi elementi saranno messi a sistema, l’Italia potrà disegnare una traiettoria di crescita più solida, sostenibile e inclusiva.

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Osservatorio SANA 2206: continua la crescita del biologico italiano

Lo confermano i dati sulle superfici agricole, gli operatori e l’export dell’Osservatorio SANA 2026: il biologico italiano continua la sua fase di crescita. Positive anche le performance del mercato interno, grazie al protrarsi della ripresa a valore dei consumi domestici, +6,2% nel 2025 rispetto al 2024, con una crescita a valore superiore a quanto si registra sul totale alimentare (+3,2%).

Dal 23 febbraio 2026 l’evento RIVOLUZIONE BIO – Gli Stati Generali del Bio, sarà l’occasione per presentare i dati aggiornati dell’Osservatorio SANA, promosso da BolognaFiere con il patrocinio di FederBio e AssoBio e curato da Nomisma, che propone il monitoraggio dei numeri chiave della filiera biologica, dalla produzione fino alle dimensioni del mercato.

Superfici e operatori

L’Italia, con oltre 2,5 milioni di ettari e una percentuale di superfici bio sul totale pari al 20,2%, contro una media europea ferma al 11,2%, si avvicina ulteriormente al target del 25% di superficie agricola biologica fissato dalle strategie europee Farm to Fork e Biodiversità per il 2030. L’Italia, in accordo con quanto previsto dal Piano Strategico della PAC, ha deciso di anticipare al 2027.

Nel 2025 le vendite alimentari bio per consumi domestici hanno raggiunto quota 5,5 miliardi di euro, con un incremento annuo del +6,2%.
La Distribuzione Moderna rimane il primo canale per gli acquisti di ‘biologico’ degli italiani, pesando per il 64% del totale delle vendite legate ai consumi domestici.
In particolare, nel 2025 le vendite nel canale si attestano a 3,5 miliardi di euro, +6,1% rispetto al 2024 (fonte: stime Nomisma su dati Nielsen IQ).

Consumi interni e fuori casa

Il 20% dei consumi interni passa, invece, dai negozi specializzati nel bio, che nel 2025 rispetto al 2026 hanno visto un incremento del valore delle vendite pari al +7,5%.

Anche i consumi bio fuori casa rappresentano un canale rilevante, non solo in termini numerici (20% dei consumi sul mercato interno, pari a 1,3 miliardi di euro nel 2024), ma anche per la capacità di attrattività alla sperimentazione.
Dalle prime anticipazioni dell’Osservatorio Sana 2026 si evince che negli ultimi 12 mesi 7 italiani su 10 hanno consumato pietanze, vini o bevande bio nel canale away-from-home e il 35% lo ha fatto almeno 1 o 2 volte al mese.

Obiettivo: sostenere lo sviluppo dei consumi

È un interesse, quello verso l’offerta di prodotti bio fuori dai consumi domestici, non ancora pienamente soddisfatto, soprattutto se si guarda a mense ospedaliere o ristorazione aziendale o scolastica. Già l’indagine 2023 evidenziava la richiesta di una maggiore presenza di prodotti alimentari e bevande a marchio bio. Nel 2026 sarà quindi cruciale fare il punto per valutare posizionamento e prospettive del bio italiano, con l’obiettivo di individuare le azioni più efficaci a sostenere il pieno sviluppo dei consumi, definire gli strumenti più idonei a supportare le piccole e medie imprese agricole bio, e rafforzare le attività di promozione e informazione verso i consumatori.

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Mobilità: un decreto da 500 milioni per la sostenibilità delle grandi aree urbane

Entra nella fase finale di adozione un nuovo provvedimento che prevede uno stanziamento complessivo di 500 milioni di euro da parte del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase).
La misura è rivolta ai Comuni capoluogo di Provincia con popolazione superiore a 50 mila abitanti e alle Città Metropolitane situate nelle aree interessate dal contenzioso europeo sulla qualità dell’aria.

Si tratta del decreto firmato dal Mase e da tutti i Ministri concertanti che istituisce un Programma di finanziamento per il potenziamento della mobilità sostenibile nelle grandi aree urbane.
Il provvedimento rappresenta uno dei più consistenti interventi nazionali degli ultimi anni sul tema della qualità dell’aria.

Potenziamento del trasporto pubblico locale e sostegno alla logistica urbana sostenibile

In particolare, il Programma finanzierà interventi per la riduzione delle emissioni e il miglioramento della qualità della vita urbana. Tra questi, rientrano il rafforzamento del Mobility Management, il potenziamento del trasporto pubblico locale e della mobilità collettiva, condivisa e a chiamata, il sostegno alla logistica urbana sostenibile, oltre a incentivi e azioni a supporto della domanda di mobilità sostenibile, nonché interventi per la regolamentazione e la gestione della mobilità urbana.

Il Programma rappresenta un tassello fondamentale nella strategia nazionale per la transizione ecologica delle città, chiamate nei prossimi anni a ridurre drasticamente le emissioni e a ripensare i propri modelli di mobilità.

Obiettivo: risanare la qualità dell’aria e ridurre l’impatto ambientale del settore dei trasporti

Lo smog resta infatti un’emergenza, con alcune zone più esposte al rischio, in particolare nelle aree della pianura padana.
L’obiettivo quindi è quello di concentrare le risorse nei territori a maggiore densità di traffico e con una più elevata domanda di mobilità, così da accelerare il risanamento della qualità dell’aria e ridurre l’impatto ambientale del settore dei trasporti.

Il Programma adotta un approccio integrato, consentendo ai Comuni di intervenire in modo coordinato su più ambiti e di avvalersi del supporto tecnico dell’ANCI, al fine di massimizzare l’efficacia delle misure attivate.

“Una misura concreta che coniuga ambiente, sviluppo e qualità della vita”

“Con questo decreto mettiamo a disposizione risorse significative per aiutare le città più esposte all’inquinamento atmosferico a cambiare passo – ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto -. Investire sulla mobilità sostenibile significa migliorare la qualità dell’aria, tutelare la salute dei cittadini e rendere i centri urbani più vivibili e moderni. È una misura concreta che coniuga ambiente, sviluppo e qualità della vita”.

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Censis: il 59° Rapporto conferma l’avanzata inarrestabile dei nuovi media

Nel 2024 il 90,1% degli italiani utilizza Internet, l’89,3% lo smartphone, l’86,1% i social network. La televisione però è sempre la regina dei media, con il 94,1% di utenti, e la radio con il 79,1%. I lettori di libri, al contrario, scendono del 5,6% in un anno (40,2%), mentre i lettori di e-book sono fermi al 13,4%.
Emerge dal capitolo ‘Comunicazione e media’ del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025.

Si conferma quindi l’inarrestabile successo dei nuovi media, mentre oltre ai libri tradizionali resta critica anche la situazione degli altri media a stampa, come i quotidiani venduti in edicola, che nel 2024 hanno toccato il minimo storico (21,7% di lettori, -45,3% dal 2007).
Al contrario, gli utenti dei quotidiani online sono il 30,5%, e quelli dei siti d’informazione salgono al 61,0%.

Più di 4 ore al giorno sullo smarphone

Che si tratti di contenuti fotografici o video si consolidano le piattaforme online centrate sull’immagine, con Instagram (78,1%), YouTube (77,6%) e TikTok (64,2%) i tre poli principali di questo ecosistema.
Tra i social, Facebook è usato dal 66,3% della popolazione complessiva (55,2% giovani), WhatsApp dall’87,4% e Telegram dal 42,9% dei giovani.

Nel 2025 il 46,1% degli italiani tra 16-64 anni trascorre mediamente più di 4 ore al giorno utilizzando dispositivi digitali per ragioni non lavorative (smartphone: 64,5% dei 16-17enni).
Inoltre, ha trascorso più di 7 ore al giorno a contatto con un dispositivo digitale l’11,3% dei 18-34enni e più di 9 ore l’8,5% dei 35-49enni.

Perché si crede ai deepfake?

Assumendo una media di 8 ore di sonno al giorno, significa che il 20% delle persone nel pieno della loro maturità trascorre all’incirca la metà del proprio tempo di veglia nello spazio senza luogo del digitale.

Ma con l’aumento di chi si informa online, i deepfake assumono un ruolo sempre più innovativo anche per l’intrattenimento. Il 60,5% degli italiani ne ha visto almeno uno, soprattutto contenuti di intrattenimento artefatti (27,5%).
Ma perché si crede ai deepfake? Eccessiva fiducia nelle fonti online (35,6%), alta qualità dei deepfake (28,0%), mancanza di competenze per distinguere il vero dal falso (27,8%), ma anche conferma di convinzioni personali pregresse (18,4%).

Il tramonto degli influencer?

Cambia anche il modo di interpretare il ruolo degli influencer: per il 34,3% degli italiani (over65, 44,1%) la capacità di influenza dei macro-influencer sta diminuendo, mentre il 25,8% ritiene che siano i divi di oggi e lo resteranno per molto tempo.
L’81,9% degli over65 non ha mai seguito i macro-influencer (51,4%, giovani). 

Per informarsi, il telegiornale resta però il mezzo più seguito dagli italiani, con un’utenza complessiva del 47,7% della popolazione (giovani, 22,5%), ma alle sue spalle si collocano Facebook (36,4%), i motori di ricerca (23,3%), le tv all-news (18,9%), i siti web d’informazione (17,2%).
Seguono le piattaforme social più conosciute: Instagram, consultato dal 16,7% degli utenti, YouTube (15,5%) e TikTok (14,4%).

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Festività e consumi: italiani in cerca di “lussi accessibili”

Dal 1° novembre al 24 dicembre 2025 la spesa dei consumatori in Europa, esclusa quella per il settore auto, è prevista in aumento del 3,1% su base annua. Le previsioni di crescita più elevate riguardano Ungheria (5,2%), Polonia (5%), Spagna (4,8%) e Repubblica Ceca (4,6%). Per i consumatori italiani l’aumento previsto è stimato al +2,1%. 

Il quadro che emerge dall’osservatorio SpendingPulse di Mastercard, tuttavia, è quello di consumatori che prediligono piaceri accessibili, orientandosi verso le categorie di prodotti alimentari premium, beauty e accessori per la casa, e in cerca anche di un valore emozionale attraverso le esperienze.
Durante il periodo di feste la spesa degli europei rifletterà infatti un approccio prudente, caratterizzato da attenzione ai prezzi e preferenza per pochi piccoli lussi.

Domanda di articoli di grande valore in flessione

Nonostante una fiducia dei consumatori moderata, il settore retail, in particolare nelle categorie discrezionali, continua a mostrare un trend positivo in tutta Europa.
Questa resilienza poggia su fondamentali solidi, tra cui bassa disoccupazione e potere d’acquisto in ripresa, con salari che nella maggior parte dei Paesi crescono più velocemente dell’inflazione. 

Inoltre, negli ultimi mesi i consumatori europei hanno indirizzato la spesa discrezionale verso articoli di piccolo importo, come prodotti beauty e cosmetica, abbigliamento, esperienze dal vivo, ristoranti e bar.
La domanda di articoli di grande valore, come mobili ed elettronica, in generale si è indebolita. Fanno eccezione Paesi come l’Italia, dove questi articoli durante le Feste continuano a rappresentare il 4,7% della spesa.

Una spesa alimentare resiliente

Beauty e cosmetica, insieme all’abbigliamento di seconda mano, continuano ad attrarre l’interesse dei consumatori, con GenZ e Alpha che guidano la domanda e trainano la crescita.
La moda second-hand guadagna particolare spazio in Spagna (+4,4%), seguita da Francia (+1,3%) e Italia (+0,5%).

Quanto ai carrelli della spesa, riflettono gusti e abitudini culinarie nazionali. La spesa alimentare resta resiliente: gli europei prediligono prodotti premium, soprattutto durante le festività.
Gli italiani risultano i maggiori spendenti in generi alimentari durante il periodo festivo, con una spesa media per acquisto di 39 euro, seguiti da britannici e tedeschi, rispettivamente, 37 e 36 euro.

In volo verso Milano

Nel 2025, in Francia, Germania e Regno Unito i rivenditori di abbigliamento e calzature di fascia alta hanno aumentato la quota nel mercato della moda online. Nelle economie dell’Europa centro-orientale, dove lo shopping di lusso online è meno diffuso, i rivenditori high-end hanno invece rafforzato la loro presenza nelle vendite in negozio.
In controtendenza l’Italia, che per il settore moda di lusso registra una lieve flessione sia nelle vendite online (-0,3%) sia in store (-0.4%).

Quanto ai viaggi, gli europei si spingono sempre più lontano alla ricerca di mete calde. Sei delle 10 destinazioni di tendenza della stagione si trovano fuori dall’Europa, mentre tra le destinazioni europee Milano si distingue per il forte incremento della quota di prenotazioni voli, l’8,4% in più rispetto all’anno scorso.

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Cybersecurity: alle PMI italiane manca una strategia efficace

Da gennaio ad aprile 2025 l’Italia ha registrato il 25% del totale di attacchi informatici effettuati in Europa. Software potenzialmente indesiderati (PUA) e malware che imitano brand legittimi hanno preso di mira in particolare le Pmi. Ma la maggior parte dei decision-maker che si occupano di cybersecurity non è adeguatamente preparata a proteggere la propria azienda.

Secondo l’ultimo report di Kaspersky, ‘Real Talk on Cybersecuity: cosa preoccupa, cosa manca e cosa è davvero utile?’, in Italia il 68% degli intervistati segue una strategia solida più nella teoria che nella pratica, o si limita a raggiungere solo alcuni obiettivi. Inoltre, molti ammettono di avere carenze anche nelle conoscenze base di cybersecurity.

Divario tra intenzioni e implementazione

Sempre in Italia, il 32% dichiara che dovrebbe comprendere meglio come rispondere e risolvere gli incidenti informatici. Inoltre, solo il 25% ha implementato una strategia di sicurezza informatica completa mentre il 38% l’ha solo pianificata. E il 30% si sta impegnando per raggiungere una serie di obiettivi piuttosto che perseguire una strategia vera e propria.

Questi risultati evidenziano la diffusa discrepanza tra lo sviluppo della strategia e l’implementazione operativa. Un divario che probabilmente si traduce in debolezze strutturali nelle operazioni quotidiane di sicurezza informatica delle Pmi. La mancanza di strategie e competenze impedisce infatti di garantire una protezione reale e rende le aziende vulnerabili. 

Chi sa proteggere la propria attività?

La mancanza di strategie concrete diventa ancora più evidente se si considera la scarsa fiducia dei leader aziendali nelle proprie conoscenze e negli strumenti di cybersecurity.

Ad esempio, il 32% delle Pmi italiane vorrebbe comprendere meglio come ottimizzare le proprie capacità di risposta e risoluzione in caso di incidente informatico. E circa un terzo (27%) vorrebbe sapere se la propria protezione endpoint è sufficientemente solida per gestire le minacce odierne.
Considerando che il 25% degli intervistati dubita che le descrizioni dei rischi fornite dai fornitori riflettano fedelmente la realtà di un’azienda come la loro, chi di loro sa davvero come proteggere la propria attività?

Strategie valide solo sulla carta

“I decision maker che si occupano di cybersecurity nelle Pmi spesso seguono strategie apparentemente valide sulla carta, ma che nella pratica non funzionano, perché prive delle misure operative concrete necessarie per resistere agli attacchi odierni. Due terzi di loro non hanno ancora messo in pratica queste misure in modo efficace, lasciando le Pmi sempre più esposte ad attacchi. – afferma Cesare D’Angelo, General Manager Italy, Mediterranean & France di Kaspersky -. Per migliorare la sicurezza, le Pmi devono passare dalla teoria alla pratica, colmare le lacune di conoscenza essenziali e costruire una strategia di sicurezza informatica coerente, integrata nelle operazioni quotidiane, non limitata a documenti isolati o misure non coordinate”.

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