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Generazione Z: chi sono i giovani che vogliono comprare casa?

La Generazione Z, composta da chi è nato tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del 2000, sta conquistando sempre più rilevanza nel mercato immobiliare italiano. Secondo una recente Indagine condotta da Gruppo Gabetti in collaborazione con la società di ricerche Toluna, il 38% dei giovani italiani ha l’intenzione di comprare casa nei prossimi cinque anni.
Ma chi sono questi “nuovi” potenziali acquirenti? E quali sono i canali preferiti per trovare la loro futura dimora?

L’identikit dell’acquirente Z

Circa quattro giovani su dieci desiderano possedere una casa, mentre il 27% preferisce l’affitto. L’identikit dell’acquirente potenziale parla di una persona tra i 25 e i 30 anni, con un’occupazione stabile e che condivide la sua vita con qualcuno. Al contrario, coloro che prediligono l’affitto sono in genere più “piccoli” (20-24 anni), studenti e ancora convivono con i genitori o coinquilini.

I canali di ricerca preferiti 

L’analisi rivela che la maggior parte dei giovani ha già iniziato a esplorare il mercato immobiliare. Il 47% cerca offerte online, il 40% parla dei propri  progetti con amici e familiari, mentre il 38% si concentra su possibilità di risparmio e preferenze geografiche.
I canali digitali dominano la ricerca, con il 65% che utilizza siti web, app, blog e gruppi specializzati sui social network. Il 60% si affida ai consigli di amici e parenti, mentre il 46% utilizza i canali tradizionali come agenzie immobiliari, pubblicità e cartelloni.

L’Importanza delle agenzie immobiliari

Le agenzie immobiliari sono un elemento chiave nella ricerca della casa dei sogni. Il 52% di coloro che le hanno contattate considera l’agenzia fondamentale, in confronto al 35% di chi non l’ha fatto. Le agenzie svolgono un ruolo ancor più prevalente tra coloro che cercano di acquistare una casa (38%) rispetto a chi preferisce l’affitto (32%). In particolare, i giovani scelgono di rivolgersi agli agenti immobiliari perché li vedono come facilitatori del processo di acquisto, specializzati nella gestione delle complesse procedure burocratiche e dell’assistenza legale.

Nonostante l’attrattiva del canale digitale, la maggior parte dei giovani (60%) sente la necessità di una consulenza diretta da un esperto. Preferiscono avere a che fare con professionisti seri, fidati, empatici e attenti alle loro esigenze.

Conclusioni

La Generazione Z sta emergendo come un target di tutto rispetto nel mercato immobiliare italiano. Con il forte desiderio di avere una casa di proprietà nel futuro, questi giovani preferiscono canali digitali e agenti immobiliari per effettuare le loro ricerche.
Le agenzie immobiliari svolgono un ruolo cruciale, offrendo assistenza e competenza in un mercato spesso molto complesso. Interagire con dei professionisti è fondamentale per i clienti appartenenti a questa generazione, che cercano una guida affidabile nel processo di acquisto di una proprietà.

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Le donne manager italiane sono poche e stressate: perchè? 

Le manager italiane sono poche rispetto ai colleghi che ricoprono ruoli apicali, e sono più stressate. I grandi motivi di insoddisfazione sono tre, stipendi, carico lavorativo, difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata. Se il numero delle manager è in aumento resta ancora lontano da quello degli uomini: ogni 3 manager 2 sono uomini, una è donna. Inoltre, secondo gli ultimi dati di Manageritalia il rapporto peggiora nei ruoli di maggiore responsabilità: su 5 dirigenti solo una è donna.
Lo studio dal titolo ‘Do satisfaction, gender issues, and financial inclusion impact Italian female managers?’, realizzato dalle economiste Rosella Castellano (Università Unitelma Sapienza di Roma), Jessica Riccioni (Università di Roma Tre) e Azzurra Rinaldi (Università Unitelma Sapienza di Roma), analizza la soddisfazione professionale delle donne manager italiane in relazione a vita lavorativa, personale e welfare per le famiglie.

Work-life balance: la prima causa di insoddisfazione

L’equilibrio tra vita lavorativa e personale, il work-life balance, è un problema per 4 manager su 10, ed è e la prima causa di insoddisfazione nella fascia 40-50 anni. Su questi dati incide il welfare italiano, ritenuto insufficiente soprattutto a fronte dell’enorme pressione fiscale.
Il sistema di welfare incide poi sulle scelte di vita delle manager. “La decisione di avere figli è legata alla presenza di servizi capillari e accessibili – spiega Azzurra Rinaldi al Corriere -. Al Nord, dove ci sono più servizi per bambini e anziani, il livello di soddisfazione è più elevato”.

La mole di lavoro è eccessiva e stressante

Inoltre, “c’è un sistema di valutazione interno alle aziende che spesso penalizza le figure apicali che si allontanano troppo spesso dall’ufficio, come nel caso della maternità”, aggiunge Rinaldi.
Spesso le lavoratrici, soprattutto in posizioni apicali, si trovano a dover scegliere tra essere brave mamme o brave manager, senza considerare il tempo da dedicare a sé stesse. Ma per una manager su 3, uno dei principali motivi di insoddisfazione lavorativa è la mole di lavoro, eccessiva e stressante, soprattutto per le over 50. A differenza di altri Paesi, in Italia “Abbiamo ancora una cultura novecentesca, di presenza fisica – continua Rinaldi -. Soprattutto al centro-sud tendiamo a stare molto a lavoro anche se questo non ci rende più produttivi, anzi”.

Stipendio insufficiente e gender pay gap

Il 17% delle manager dichiara di ricevere uno stipendio insufficiente o comunque più basso di quello dei colleghi, mentre 4 su 10 hanno subito il gap almeno una volta. Il 65% poi riscontra discriminazioni nelle carriere manageriali. Entrambe le tendenze sono più forti nelle piccole imprese, ma il problema non è solo italiano: “Nessun Paese ha superato il gender pay gap”, osserva Rinaldi. Insomma, a tutti i livelli, a parità di mansioni, qualifiche e tempo speso in azienda, le donne vengono pagate meno.
I numeri testimoniano però un miglioramento. A far ben sperare per il futuro, riporta Adnkronos, è soprattutto la maggiore sensibilità delle aziende giovani per il gender gap e in generale per le tematiche Esg.

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Professioni sanitarie, quali sono le più gettonate e come esercitarle?

Le professioni sanitarie in Italia comprendono una vasta gamma di lavori nel campo dell’assistenza sanitaria. Attualmente, ci sono 30 professioni sanitarie riconosciute dallo Stato italiano, organizzate in diversi ordini professionali. Per accedere a queste professioni, è necessario completare specifici percorsi di formazione e acquisire determinati requisiti.
La maggior parte delle professioni sanitarie richiede una laurea triennale o magistrale in un corso di studio specifico. Ad esempio, per diventare medico è necessario completare il corso di laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia. Dopo la laurea, molte professioni sanitarie richiedono un periodo di tirocinio pratico e/o una specializzazione, durante il quale gli studenti acquisiscono esperienza pratica nel campo specifico e possono conseguire ulteriori qualifiche professionali.

Dopo la formazione e il tirocinio

Una volta completati i requisiti di formazione e tirocinio, è necessario iscriversi all’Ordine professionale competente per la professione scelta. Ad esempio, i medici devono iscriversi all’Ordine dei Medici. Le professioni sanitarie richiedono anche un costante aggiornamento delle competenze professionali attraverso la partecipazione a corsi di formazione continua. Ogni Ordine Professionale, che è un ente pubblico, ha funzioni di tutela e regolamentazione dell’esercizio delle professioni liberali regolamentate. Gli Ordini professionali sono responsabili di garantire l’adeguata formazione, competenza e condotta etica dei professionisti all’interno della rispettiva categoria. Essi regolamentano l’accesso alla professione, determinano le norme deontologiche e disciplinari e sorvegliano l’adempimento degli obblighi professionali. Nel caso delle professioni sanitarie, il Ministero della Salute esercita la vigilanza sugli Ordini provinciali e regionali e sulle relative Federazioni nazionali delle professioni sanitarie.

Si può esercitare anche con qualifica conseguita all’estero

È possibile esercitare l’attività sanitaria anche se si è cittadini italiani o stranieri che hanno conseguito la qualifica professionale all’estero, previo riconoscimento da parte del Ministero della Salute. Allo stesso modo, i cittadini italiani residenti all’estero possono esercitare l’attività sanitaria nel Paese ospitante, a condizione che la loro qualifica sia stata riconosciuta dall’Autorità competente del luogo in cui intendono lavorare.

Sono circa 30 le professioni riconosciute nel nostro Paese

Le professioni sanitarie riconosciute in Italia includono professioni infermieristiche ed ostetriche (infermieri e ostetrici), professioni della riabilitazione (fisioterapisti, podologi, logopedisti, ortottisti, terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, tecnici della riabilitazione psichiatrica, terapisti occupazionali ed educatori professionali), professioni tecniche (tecnici audiometristi, tecnici sanitari di laboratorio biomedico, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnici sanitari di neurofisiopatologia, tecnici ortopedici, tecnici audioprotesisti, tecnici della fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare, igienisti dentali e dietisti), e professioni della prevenzione (tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro e assistenti sanitari).

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Il rallentamento economico riduce il numero di donne leader in azienda

Mentre il mondo continua a far fronte al rallentamento della crescita economica il tasso di assunzione di donne nei ruoli dirigenziali scende ai livelli del 2021. Secondo i dati di LinkedIn, pubblicati nel rapporto dedicato al Global Gender Gap del World Economic Forum 2023, negli ultimi 8 anni il tasso di assunzione di donne nei ruoli di leadership a livello globale è aumentato lentamente (circa 1% annuo), ma nel 2020 la pandemia ne ha frenato il progresso.
Nel 2022 e 2023 i mercati del lavoro globali hanno iniziato a rallentare, e il peso maggiore grava ancora una volta sulle carriere femminili, erodendo i passi avanti fatti negli ultimi due anni. 
Nel primo trimestre 2023 la percentuale di donne che ricoprono ruoli dirigenziali scende al 32%, tornando ai livelli registrati durante il 2020.

La leadership non è “rosa”

Il calo della presenza femminile nelle posizioni di leadership è determinato da un minor numero di assunzioni di donne in ruoli dirigenziali. 
I settori che registrano il calo maggiore sono servizi al consumo (-0,58%), sanitari e di assistenza (-0,42%) e settore immobiliare (-0,41%). E il calo maggiore di assunzioni di figure femminili senior si registra nei settori Tecnologia, Informazione e Media, e Servizi professionali (-4% rispetto al pre-2022).  Analogamente, i settori Entertainment Providers e Wholesale riducono la quota di donne assunte in ruoli di leadership del 3%. Si tratta di alcuni dei settori più colpiti dai licenziamenti, che potrebbero avere un ulteriore impatto a medio termine sul numero di lavoratrici che raggiungono posizioni di leadership.

Drop to the Top

Tutti i settori mostrano un Drop to Top, ovvero la misura in cui la rappresentanza femminile diminuisce ai livelli più alti. 
In media, la quota di donne nei ruoli di C-Suite scende al 25%, nonostante queste rappresentino quasi la metà delle posizioni entry-level. Ma alcuni settori fanno meglio di altri. Nel settore dei servizi al consumo il 57% delle posizioni di ingresso è occupato da donne, rispetto al 38% dei ruoli di leadership, in quello del commercio al dettaglio il 53% delle posizioni di ingresso è occupato da donne, rispetto al 36% delle posizioni di leadership, e nel settore dell’istruzione le donne rappresentano il 60% delle posizioni di ingresso e il 39% delle posizioni di vertice.

Numeri significativamente inferiori nei ruoli STEM

Anche se nel mondo ci sono più laureate in materie STEM non altrettante entrano poi nella forza lavoro. E se i ruoli STEM sono tra quelli più richiesti, quindi probabilmente più resistenti alle pressioni economiche, a livello globale le donne continuano a essere significativamente sottorappresentate (29%), dove 8 ruoli di leadership su 10 sono occupati da uomini. 
Il calo più netto nella rappresentanza femminile (7%) si verifica tra la laurea e l’ingresso nella forza lavoro STEM, per poi diminuire solo quando si inizia a scalare la leadership.
Ciò è vero in tutti i Paesi, ma il calo è molto più marcato in Austria, Paesi Bassi, Francia e Brasile.

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Blue Economy, in Italia conta 228.000 imprese

La Blue Economy in Italia conta ben 228.000 imprese, che offrono lavoro a quasi 914.000 persone e generano un valore aggiunto di 52,4 miliardi di euro. Considerando l’intera filiera diretta e indiretta, il valore arriva addirittura a 142,7 miliardi di euro. Si tratta di un settore in significativa crescita: tra il 2022 e il 2021, il numero di imprese legate al mare è aumentato dell’1,6%, le esportazioni sono cresciute del 37% e il valore diretto prodotto è aumentato del 9,2% tra il 2021 e il 2020. Questi sono alcuni dei dati presenti nell’XI Rapporto sull’Economia del Mare dell’Osservatorio Nazionale sull’Economia del Mare (OsserMare) di Informare con il Centro Studi Tagliacarne – Unioncamere.

L’Economia del mare vale 143 miliardi di euro

“L’Economia del Mare, considerando sia la componente diretta che quella indiretta, arriva a circa 143 miliardi di euro, corrispondenti a quasi il 9% del valore aggiunto complessivo, con una forza lavoro di circa 914.000 addetti”, sottolinea Antonello Testa, coordinatore nazionale di OsserMare. Durante la presentazione al 2° Summit Nazionale sull’Economia del Mare Blue Forum a Gaeta, Testa ha affermato che l’XI Rapporto Nazionale rappresenta uno strumento evoluto che permette di monitorare le dinamiche di questo importante settore marittimo in modo scientifico e inequivocabile. Aggiunge che conoscere i valori economici aggiornati dell’Economia del Mare è fondamentale per definire la strategia marittima della nazione.
“La Blue Economy si è dimostrata leader di resilienza e sviluppo nel nostro Paese”, afferma Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliacarne. Nonostante la pandemia abbia colpito duramente settori come il turismo e la movimentazione di merci, la Blue Economy ha registrato un tasso di sviluppo del valore aggiunto del 9,2% nel 2021, superando il dato complessivo nazionale del 6,4%. Esposito anticipa un ulteriore sviluppo nel 2022, che permetterebbe di superare i livelli di prodotto del 2019 del 9%, grazie soprattutto ai risultati positivi della cantieristica e della logistica.

Sistema mare, crescono i servizi di alloggio e ristorazione

Tra i comparti che trainano il recupero del “Sistema mare”, escludendo l’industria delle estrazioni marine, si evidenziano i servizi di alloggio e ristorazione, che hanno registrato un aumento del valore del 22,1% tra il 2021 e il 2020. Seguono la cantieristica (+11,7%) e la filiera ittica (+8%). Tutti gli altri comparti presentano andamenti positivi, come le attività sportive e ricreative (+5,4%), le attività di movimentazione di merci e passeggeri via mare (+5,1%) e le attività di ricerca, regolamentazione e tutela ambientale (+0,4%).
Oltre il 60% della ricchezza prodotta dal mare proviene dal Centro e Sud Italia. Nel 2021, l’economia del mare ha generato un valore aggiunto di 52,4 miliardi di euro, attivandone altri 90,3 miliardi nel resto dell’economia. In termini di “fare filiera”, la Blue Economy arriva a generare complessivamente 142,7 miliardi di euro, corrispondenti all’8,9% dell’intera economia nazionale. La ricchezza diretta prodotta dal Sistema mare ribalta la tradizionale dicotomia Nord-Sud, con il Centro che contribuisce per il 31,1% (oltre 16 miliardi di euro) e il Mezzogiorno per il 30% (oltre 15 miliardi di euro). Il Nord-Ovest rappresenta il 20,7% e il Nord-Est il 18,2%. La Liguria si distingue come la regione con il maggior peso della produzione dell’economia del mare sul totale regionale (11%).

Cantieristica al top per le esportazioni 

La cantieristica si conferma il settore trainante delle esportazioni, con una crescita del 40,7% nel 2022 rispetto al 2021, mentre l’intero export della Blue Economy registra un aumento del 37,4%. Per la prima volta dopo oltre un decennio, il saldo commerciale risulta positivo, con un avanzo di 1,9 miliardi di euro nel 2022 rispetto a un passivo di 1,6 miliardi nel 2021. La cantieristica accompagna l’aumento delle vendite all’estero con una significativa riduzione del valore delle importazioni (-58,6%).
L’economia del mare comprende un universo di 228.000 aziende nel 2022, corrispondenti al 3,8% del totale delle imprese italiane. Quasi una impresa su dieci nel settore marittimo è gestita da un giovane under 35 e oltre una su cinque da donne. Nel Mezzogiorno e nel Centro Italia si concentra più del 74% delle attività imprenditoriali del Sistema mare (rispettivamente il 48,4% e il 25,9%). Il Lazio è la regione con il maggior numero di aziende blu in Italia, con 35.241 unità, seguita da Campania (32.449) e Sicilia (28.640). Considerando l’incidenza delle imprese del mare sul totale del sistema imprenditoriale regionale, la Liguria si posiziona al primo posto con il 10,5%, seguita da Sardegna (7,2%) e Sicilia (6,0%).

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Design economy: in Italia 15.986 imprese per un valore aggiunto di 2,94 miliardi

In Italia le imprese del design si distribuiscono su tutto il territorio nazionale, con una particolare concentrazione nelle aree di specializzazione del Made in Italy. Il 60% delle aziende si localizza nelle regioni Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto.  A quanto emerge dai dati del report condotto da Design Economy 2023 di Fondazione Symbola, Deloitte Private e POLI.designm, l’industria italiana del design conta 36 mila operatori, 20.320 liberi professionisti e lavoratori autonomi, e 15.986 imprese. Che nel 2021 hanno generato un valore aggiunto pari a 2,94 miliardi di euro, e hanno impiegato 63 mila occupati.

Un’infrastruttura immateriale del Made in Italy

Tra le province del design primeggiano Milano, con il 14,3% delle imprese e il 18,4% di valore aggiunto nazionale, Roma (6,6% e 5,3%), e Torino (5,1% e 13,3%). Una quota pari al 32,8% di imprese opera all’estero, il 24,2% in territori extra EU, il 44,8% su scala nazionale, mentre il 22,4% opera su scala locale.
“La leadership italiana nel design conferma il suo ruolo importante come infrastruttura immateriale del Made in Italy e protagonista nella sfida della sostenibilità”, ha commentato Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola.

Sostenibilità, un tema rilevante per il settore

“Nel pieno di una transizione verde e digitale, il design è chiamato nuovamente a dare forma, senso e bellezza al futuro – ha aggiunto Ermete Realacci -. Molti aspetti della nostra vita, così come molti settori, mutano: dalla metamorfosi della mobilità verso modelli condivisi, interconnessi ed elettrici, ai processi di decarbonizzazione e dell’economia circolare che stanno cambiando l’industria e le relazioni di filiera”.
Il tema della sostenibilità emerge infatti come rilevante per il settore. L’87,4% degli intervistati ne sottolinea l’importanza nei progetti in corso, quota che arriva al 96,5% nel caso delle piccole e medie imprese.

Italia protagonista del nuovo Bauhaus europeo

“I prodotti, in un contesto di risorse scarse, dovranno necessariamente essere riprogettati per diventare più durevoli, riparabili, riutilizzabili – ha sottolineato Realacci, come riferisce Askanews -. Il rapporto tra design e sostenibilità è alla base del nuovo Bauhaus europeo lanciato dalla presidente Von der Leyen per contribuire alla realizzazione del Green Deal europeo. Anche per questo l’Italia ne è una naturale protagonista. Perché, come scritto nel Manifesto di Assisi, affrontare con coraggio la crisi climatica non è solo necessario, ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia e la nostra società più a misura d’uomo e per questo più capaci di futuro”.

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L’Ai entra in azienda: è il futuro della robotica (e non solo)

Qual è il futuro della robotica? La risposta non può che essere l’Intelligenza artificiale. O meglio, l’AI con l’utilizzo dell’Ai no-code a supporto delle decisioni di business. L’interazione dell’Artifical Intelligence generativa con altre tecnologie, come la realtà aumentata e la computer vision, è un altro trend emergente nel mercato dell’IA. A dirlo è Vedrai, esperto in Intelligenza Artificiale. 

Dalla fantascienza alla realtà presente

In passato, spiegare alle aziende italiane l’AI sembrava fantascienza. Le cose sono cambiate completamente e velocemente. Ora il terreno è fertile e le imprese stesse richiedono soluzioni che utilizzano l’AI per rispondere ai loro bisogni. Nel 2023, la spesa di governi e imprese per l’AI supererà i 500 miliardi di dollari, come previsto dal Worldwide Semiannual Artificial Intelligence Tracker. 

Oltre la metà delle aziende globali investe in intelligenza artificiale

In virtù dei cambiamenti che stiamo vivendo, il 51% delle aziende in tutto il mondo sta già investendo in AI, come confermato dal Top 10 Global Consumer Trends 2023. 
L’interesse nei confronti dell’Intelligenza Artificiale, quindi, non si arresta e “interrogarsi sui suoi sviluppi futuri è oggi materia di interesse non più solo per il mondo tecnologico e accademico ma per tutto il comparto economico, in ottica di intercettare nuovi trend e possibili ambiti di investimento” sottolineano gli analisti del gruppo Vedrai specializzato in soluzioni di Intelligenza Artificiale che rivoluzionano il modo in cui imprenditori e manager prendono decisioni in condizioni di incertezza e che studia i mercati emergenti per alimentare la sua strategia di crescita accelerata grazie ad acquisizioni.

I settori che saranno protagonisti del mercato 

“Per Vedrai – afferma Diego Maccarelli, Head of Corporate Finance di Vedrai – identificare i settori che saranno protagonisti del mercato nei prossimi anni è quindi una necessità sia per crescere come Gruppo, sia per stimolare l’innovazione a livello di ecosistema”. La società identifica i settori che saranno protagonisti del mercato nei prossimi anni per stimolare l’innovazione a livello di ecosistema e creare sinergie utili all’ecosistema tecnologico italiano ed europeo. Nonostante le difficoltà del contesto italiano per le startup, Vedrai crede nelle competenze dei talenti locali e nella possibilità di valorizzarli in Italia. La crescita costante del comparto AI è confermata dalle aziende italiane dotate di sempre maggiori competenze e di uno sguardo rivolto ai trend internazionali.

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Il futuro del lavoro: meno in presenza e sempre più ibrido

Appare sempre più chiaro che non si tornerà indietro. Alcuni dei cambiamenti imposti dalla pandemia alle nostre abitudini quotidiane, infatti, sembrano destinati a restare: e tra questi, almeno parzialmente, c’è il modo di lavorare. Ovviamente si intende tra lavoro “classico”, in azienda o in ufficio, e da remoto, una modalità che ha preso piede proprio nei momenti più duri della pandemia. In base agli ultimi dati, si prevede che in Italia solo il 42% dei dipendenti tornerà stabilmente alla proprio sede di lavoro entro due anni, circa la metà del periodo ante Covid. In ogni caso, si tratta di una percentuale maggiore rispetto a quella attuale, che vede solo il 232% di tutti i lavoratori rientrati in modo fisso alla propria scrivania. A rivelarlo sono i risultati della ricerca Benefit Trends Survey 2021-2022 condotta da Willis Towers Watson su un campione di aziende attive nel nostro Paese e rappresentanti circa 155.000 lavoratori.

L’exploit dei modelli ibridi 

La ricerca evidenzia poi che saranno i modelli ibridi – ovvero un po’ in presenza e un po’ a distanza – le modalità di lavoro più diffuse nei prodigi due anni. Saranno quindi ancora in maggioranza rispetto al lavoro totalmente da remoto, sebbene quest’ultimo abbia registrato una percentuale di crescita maggiore lo scorso anno. Nel 2019 la stragrande maggioranza dei dipendenti (82%) lavorava in ufficio. Solo il 12% dei dipendenti si divideva tra casa e ufficio, e il 6% dei dipendenti operava da remoto: oggi invece queste due ultime categorie rappresentano rispettivamente il 31% e il 38%, con un evidente crescita di entrambe.

L’evoluzione dell’immediato futuro

Si assiste però a un riassestamento della percentuale di dipendenti che lavorano solo da remoto (tra due anni scenderanno dal 38% al 23%), mentre stanno aumentando di contro quelli che lavorano in presenza (tra due anni saliranno dal 32% al 42%) e in modalità ibrida (dal 31% al 35%). Sette aziende su dieci (71%), inoltre, progettano oggi di consentire un pieno ritorno in ufficio su base volontaria entro la fine dell’anno, mentre il 47% non sono ancora sicure di quando termineranno i protocolli anti-Covid e solo un 10% prevede di fermarli prima del 2022.
“Il lavoro ibrido è destinato a giocare un ruolo di primo piano in futuro, andando a coprire fino a un terzo della forza lavoro aziendale. Abbiamo sperimentato cambiamenti profondi durante il Covid e le persone hanno bisogno di essere sostenute in questa transizione. Nel passaggio verso la “nuova normalità” le aziende devono concentrarsi sulla employee experience, personalizzando l’offerta di benefit, integrando il wellbeing nei propri programmi e supportando i dipendenti in un contesto di lavoro più agile e flessibile”, spiega Alessandro Brioschi, Health & Benefit Senior Consultant di Willis Towers Watson.

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La tecnologia rende stupidi? Al contrario, esalta le nostre capacità

È noto che della tecnologia non ne possiamo più fare a meno, e che si è arrivati a un utilizzo sempre più massiccio di telefonini e device, ormai entrati nelle nostre vite tanto che non potremmo più rinunciare a essere connessi, comunicare e svolgere molte delle nostre attività quotidiane senza l’ausilio di un dispositivo tecnoogico. Ma è un luogo comune quello per cui la tecnologia e l’uso di smartphone e tablet ci renda ‘stupidi’: sembra infatti che non comprometta le nostre abilità cognitive. Al contrario, le esalta e le convoglia verso ciò che oggi realmente ci serve. In pratica, quello che gli smartphone e la tecnologia digitale sembrano fare è cambiare il modo in cui utilizziamo le nostre capacità cognitive. Lo ha scoperto un articolo dell’Università di Cincinnati, pubblicato sulla rivista Nature Human Behaviour.

Contrordine, gli smartphone non danneggiano le nostre capacità cognitive

“Nonostante i titoli – afferma il professor Anthony Chemero, co-autore dell’articolo – non ci sono prove scientifiche che dimostrino che gli smartphone e la tecnologia digitale danneggino le nostre capacità cognitive biologiche”. Nel documento, il professor Anthony Chemero e i colleghi della Rotman School of Management dell’Università di Toronto espongono l’evoluzione dell’era digitale, spiegando come la tecnologia intelligente integri il pensiero, aiutandoci così a eccellere.

Cambiamenti benefici che liberano energia cerebrale per pensare ad altro

“Quello che gli smartphone e la tecnologia digitale sembrano fare è cambiare il modo in cui utilizziamo le nostre capacità cognitive”, specifica l’esperto, aggiungendo che “questi cambiamenti sono in realtà benefici”.
Un esempio? Lo smartphone conosce la strada per lo stadio in modo che si non debba consultare una mappa cartacea o chiedere indicazioni, il che ‘libera’ energia cerebrale per pensare ad altro. Lo stesso vale in un ambiente professionale. “Non risolviamo complessi problemi matematici con carta e penna o memorizziamo numeri di telefono nel 2021”, aggiunge Chemero.

Svolgere compiti più complessi di quanto potremmo fare da soli

Inoltre, la tecnologia intelligente aumenta le capacità decisionali in situazioni difficili da risolvere da soli, riporta una notizia Ansa. Un esempio pratico? Ad esempio quando ci troviamo in una città dove non siamo mai stati: in questo caso la tecnologia GPS sui telefonini non solo può aiutarci ad arrivare senza problemi in un luogo prestabilito, ma ci consente di scegliere un percorso in base alle condizioni del traffico.
“Il risultato – spiega ancora il professor Chemero – è che, integrati dalla tecnologia, siamo effettivamente in grado di svolgere compiti molto più complessi di quanto potremmo fare unicamente con le nostre capacità biologiche”.

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Quando il video non è quel che sembra è un deepfake

Il fenomeno del deepfake è così recente che prima ancora di sapere cos’è probabilmente ne siamo già stati vittime. Si tratta della tecnica che combina un’immagine reale a un video preesistente, con un effetto talmente realistico da alterare la realtà, come i video dove attori, politici, o personaggi famosi fanno o dicono cose incredibili. La maggior parte di questi video sono pornografici, e recentemente il garante sulla Privacy è intervenuto su un’app che spoglia minorenni, ma una grossa parte viene dedicata ai politici e a loro dichiarazioni rigorosamente false.

Una tecnologia che utilizza il deep learning

Il deepfake è una tecnologia che utilizza una forma di intelligenza artificiale, chiamata deep learning, per creare video di eventi falsi. I falsi possono essere anche solamente audio, tanto che il responsabile della filiale britannica di una società energetica tedesca ha versato diverse decine di migliaia di sterline su un conto bancario dopo essere stato ingannato dalla voce (finta) dell’amministratore delegato tedesco della società. Ma il deepfake non è solo un modo escogitato da truffatori o produttori di cinema porno, sembra infatti che anche i governi stiano iniziando a usarlo, ad esempio, per far circolare falsi video di organizzazioni terroristiche per screditarne i vertici.

Il pericolo di una società zero-trust

Ma qual è il pericolo finale dell’uso di tecnologie come il deepfake? Creare una società zero-trust, in cui le persone dubitano di tutto, persino di quello che vedono con i propri occhi, e non si interessano neanche più di verificare se una cosa è vera o falsa per il solo fatto che può essere manipolata. Basta pensare agli effetti del deepfake sulle intercettazioni audio ambientali, che diventerebbero praticamente inutilizzabili. Si creerebbe una realtà plausibile, ma la cui veridicità rimarrebbe sempre dubbia.

Come costruire un futuro tecnologico sicuro

Negli ultimi 15 anni la tecnologia, l’intelligenza artificiale, la machine learning hanno fatto passi da gigante. Ma se da un lato persiste il profondo desiderio di progresso non manca il timore che la tecnologia possa sfuggire al nostro controllo. Come costruire allora un futuro che abbia a che fare con l’intelligenza artificiale e allo stesso tempo risulti sicuro? E come includere l’intelligenza artificiale per progettare un domani migliore che non rappresenti una minaccia?

Dietro al modo in cui ci relazioniamo con la tecnologia c’è sempre qualcuno che ha pensato all’uso che ne avremmo fatto, progettandone appunto la “usabilità”. E proprio alla usability è dedicata una giornata mondiale, il World Usability Day, che il 12 novembre ha chiamato a raccolta i progettisti del futuro da ogni parte del globo.

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