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Italiani e scuola: come è percepita oggi la figura dell’insegnante?

In occasione della Giornata Mondiale degli Insegnanti 2023, il team Public Affairs di Ipsos ha condotto un sondaggio per indagare le opinioni degli italiani riguardo al mondo della scuola e agli insegnanti. Questa giornata internazionale, celebrata il 5 ottobre di ogni anno, è stata istituita dall’UNESCO per riconoscere l’importante ruolo degli insegnanti nella formazione delle future generazioni e nell’offrire un’educazione di qualità.

Una professione prestigiosa, ma con stipendi inadeguati

Il sondaggio ha rivelato un elevato grado di considerazione da parte degli italiani per la figura dell’insegnante. Più dei due terzi della popolazione ritiene che questa professione sia più prestigiosa di molte altre, perfino superando il medico, lo sportivo o l’artista nei sogni di molti bambini.
Gli italiani sono consapevoli delle sfide e delle fatiche che i docenti affrontano nella loro professione e ritengono che gli stipendi attuali siano inadeguati, specialmente considerando il cambiamento dei metodi di insegnamento, che stanno adottando approcci innovativi.

Più educazione civica e sostengo psicologico contro i fenomeni di violenza

Un altro tema emerso è la questione della violenza a scuola, un argomento molto dibattuto negli ultimi tempi. La maggioranza degli italiani ritiene che questo problema debba essere affrontato in modo metodico, combinando diversi strumenti. Ciò include l’incremento dell’insegnamento di educazione civica e il potenziamento dei servizi di sostegno psicologico per gli studenti e le loro famiglie.
Alcuni suggeriscono divieti, come l’uso dello smartphone in classe, mentre altri invocano una maggiore severità nelle valutazioni comportamentali degli studenti. Tuttavia, è evidente che molti vedono la necessità di affiancare i docenti e di sostenerli con formazione specializzata in ambito psicologico e relazionale.

Famiglie, necessario il coinvolgimento attivo 

È chiaro per tutti che il coinvolgimento attivo delle famiglie è essenziale per affrontare con successo il problema della violenza a scuola e garantire un ambiente educativo positivo.
In conclusione, il sondaggio di Ipsos evidenzia il profondo rispetto degli italiani per gli insegnanti e la loro consapevolezza delle sfide che essi affrontano, nonché la necessità di affrontare il problema della violenza scolastica con un approccio olistico e collaborativo.

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Le imprese familiari? Investono sulla formazione

Sette imprese familiari su dieci hanno pianificato di investire in formazione tra il 2022 e il 2024, come avevano già fatto nel triennio precedente alla pandemia. Questo investimento è mirato a potenziare le competenze del personale e ad affrontare con successo le sfide dei cambiamenti in corso nel mondo del lavoro. Tra i giovani imprenditori, la propensione a investire in capitale umano è particolarmente elevata, con il 73% di loro interessati a questa iniziativa. Tuttavia, le donne che guidano imprese (66%) e le piccole realtà imprenditoriali (65%) trovano maggiori difficoltà nell’implementare programmi di formazione, nonostante ne abbiano un bisogno urgente per sviluppare le competenze necessarie per affrontare i processi di crescita.

Un gap da colmare

Nonostante l’impegno delle imprese familiari nell’investire nella formazione sia notevole, il tasso di adozione di tali programmi è leggermente inferiore rispetto alle imprese non familiari (69% contro 77%). Questi dati emergono dal rapporto “Strategie e politiche di formazione nelle imprese familiari”, realizzato da ASFOR, il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e la CUOA Business School, basato su un campione di 4.000 imprese (3.000 nel settore manifatturiero e 1.000 nei servizi) con un numero di dipendenti compreso tra 5 e 499. Il rapporto include anche l’analisi di 10 casi di successo di imprese familiari leader ed è stato presentato durante l’evento “Il capitale umano e le strategie nelle imprese familiari” a Roma, in collaborazione con Unioncamere.

Un processo da supportare e che oggi si autofinanzia

Giuseppe Molinari, presidente del Centro Studi Tagliacarne, ha sottolineato l’importanza dell’investimento nel capitale umano per sostenere la crescita delle imprese familiari, che rappresentano l’89% del tessuto produttivo italiano. Ha anche evidenziato la necessità di supportare questo processo, specialmente in un momento in cui si osserva una diminuzione delle imprese familiari disposte a investire nella crescita e nello sviluppo professionale del personale.
L’autofinanziamento è il principale metodo scelto dall’80% delle imprese familiari per finanziare i programmi formativi, mentre solo il 29% si avvale di fondi regionali e il 23% di fondi interprofessionali. Nel Mezzogiorno e tra gli imprenditori sotto i 35 anni, c’è una maggiore consapevolezza che per progredire è necessario investire in programmi di formazione mirati all’intrapreneurship e alla gestione di nuovi modelli di business, rispetto alle imprese del Centro-Nord.

Le imprese guidate da donne e giovani può propense alla formazione

Le imprese familiari guidate da donne e quelle giovani mostrano una maggiore predisposizione a investire in formazione finalizzata a produrre cambiamenti. Ad esempio, il 30% delle imprese familiari guidate da donne ha investito in corsi manageriali per nuovi modelli di business tra il 2017 e il 2019, e continuerà a farlo tra il 2022 e il 2024, rispetto al 25% delle imprese guidate da uomini. Le piccole imprese familiari, con meno di 50 dipendenti, fanno più fatica a implementare politiche di formazione rispetto alle imprese di dimensioni medio-grandi. Solo il 65% delle piccole imprese ha previsto investimenti in formazione tra il 2022 e il 2024, a differenza dell’86% delle imprese medio-grandi. Questa differenza è più evidente nei programmi di re-skilling e intrapreneurship.

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Conversational Marketing: è ora di passare alle conversazioni

Il Conversational Marketing ruota attorno all’idea di mettere al centro delle aziende i clienti, con l’obiettivo di comprenderne le esigenze e dialogare in modo efficace con loro. Una tendenza che sta prendendo sempre più piede anche tra le aziende italiane.
Le esperienze che i clienti vivono quando entrano in contatto con le aziende influiscono in modo determinante sulla loro soddisfazione e fidelizzazione. Per questo diventa fondamentale puntare sul mobile messaging per adottare strategie efficaci di marketing conversazionale, che consentano di instaurare e mantenere una buona relazione con i clienti in tutte le fasi del processo d’acquisto.

L’attenzione si sposta sulla Customer Experience

Infatti, sebbene le conversioni rimangano un obiettivo imprescindibile, l’attenzione si sta sempre più spostando su tutto ciò che riguarda la Customer Experience, ossia l’esperienza che vive il cliente quando si relaziona con l’azienda, spesso determinante per la sua soddisfazione, e di conseguenza, la sua fidelizzazione.
Secondo un sondaggio svolto da Esendex, i contatti con le aziende oggi sono piuttosto frequenti. È, infatti, il 41% dei rispondenti a dichiarare di aver contattato un’azienda negli ultimi tre giorni, mentre la percentuale sale addirittura al 63% se ci si riferisce all’ultima settimana.

Definire corrette strategie di mobile messaging

I contatti con le aziende avvengono per i motivi più disparati, dalla richiesta di informazioni su prodotti o servizi, a quelle su ordini o spedizioni, dai dettagli relativi ai pagamenti alle richieste di indirizzi di punti vendita e molto altro ancora. Tutto questo genera spesso conversazioni multicanale, importanti da gestire sempre al meglio per essere certi di instaurare e mantenere una buona relazione con il cliente.
“Data ormai per acquisita l’importanza centrale dello smartphone nelle nostre comunicazioni quotidiane – commenta Carmine Scandale, Head of Sales di Esendex Italia -, è evidente come sia oggi cruciale per le aziende avvalersi del Marketing Conversazionale e definire corrette strategie di mobile messaging”.

Azioni di conversazione in grado di fare la differenza

“Per soddisfare le esigenze più diverse è poi essenziale poter far leva sulla multicanalità, offrendo, quindi, ai clienti diverse possibilità di contatto, come ad esempio WhatsApp, SMS e ChatBot – aggiunge Carmine Scandale – : se si desidera creare una comunicazione veloce, asincrona e personale tra azienda e cliente, però, occorre fare un ulteriore passo avanti e passare alle convers-action, mettendo, quindi, in atto vere e proprie azioni di conversazione, che siano in grado di fare la differenza”.

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Biologico italiano, un’eccellenza anche nell’export

In occasione della quinta edizione di “Rivoluzione Bio” – una manifestazione prevista all’interno di SANA 2023, il 35° Salone Internazionale del biologico e del naturale – Nomisma presenterà i risultati del monitoraggio sui mercati internazionali realizzato nell’ambito del progetto ITA.BIO, la piattaforma per l’internazionalizzazione del biologico Made in Italy promossa da ICE Agenzia e FederBio. Intanto, sono già disponibili alcune evidenze, utili a comprendere la valenza del settore per l’economia italiana.

Vendite internazionali a +16%

Le vendite di prodotti agroalimentari italiani bio sui mercati internazionali hanno raggiunto i 3,4 miliardi di euro nel 2022, registrando un incremento del 16% rispetto all’anno precedente. Questo dato testimonia il riconoscimento del bio Made in Italy all’estero e mostra una crescita di lungo periodo, con un valore quasi triplicato rispetto al 2012. Il 81% delle esportazioni riguarda il food, che ha visto un aumento del 16% rispetto all’anno precedente, mentre il ruolo del vino è rilevante, rappresentando il restante 19% dell’export bio, una quota superiore rispetto all’export agroalimentare in generale, dove l’incidenza del vino si ferma al 13%.

Germania, Francia e Benelux i maggiori mercati europei

L’indagine condotta da Nomisma per ICE Agenzia e FederBio su un campione di 290 imprese alimentari e vitivinicole italiane ha rivelato che le principali destinazioni europee per il food italiano bio sono la Germania (indicata dal 63% delle aziende), la Francia e il Benelux. Per quanto riguarda il vino, il mercato tedesco è ancora in cima alla lista, seguito dai Paesi Scandinavi e dal Benelux. Al di fuori dell’Unione Europea, le principali destinazioni sono Svizzera, Stati Uniti e Regno Unito sia per il food che per il vino.

Una qualità riconosciuta

Il biglietto da visita del bio italiano sui mercati internazionali è la qualità dei prodotti, indicata come un fattore del successo dal 66% delle aziende interpellate, e il generale interesse del consumatore straniero per il Made in Italy (60%). Anche l’equivalenza del marchio bio europeo, l’elevata spesa pro-capite per i prodotti biologici e le garanzie associate ai prodotti agroalimentari bio sono considerati elementi di successo. Tuttavia, i costi legati alle attività di promozione sui mercati internazionali, le normative e la concorrenza di prezzo da parte delle imprese locali rappresentano gli ostacoli principali alla vendita dei prodotti bio all’estero.

Ampi margini di crescita per il comparto bio

Il bio ha ampi margini di crescita sui mercati internazionali, e per migliorare il posizionamento del bio italiano all’estero, è indispensabile informare di più e meglio il consumatore straniero riguardo alle caratteristiche e alle garanzie che il bio offre. Molti consumatori nei mercati analizzati affermano di non avere informazioni sufficienti e dettagliate sugli alimenti biologici. Inoltre, la possibilità di conoscere i prodotti tramite assaggi o materiali nella grande distribuzione o presso i ristoranti potrebbe essere una leva efficace per avvicinare il bio Made in Italy al consumatore straniero, soprattutto in Messico, Cina e Giappone. Le aziende italiane dovrebbero stimolare la domanda e la fiducia dei consumatori, chiarire il contributo dell’agricoltura biologica alla sostenibilità e sostenere l’offerta e quindi la conversione e la produzione per supportare lo sviluppo del bio nei prossimi anni.

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Quattordicesima: come la “useranno” gli italiani nel 2023?

Un’iniezione di liquidità che potrebbe generare 6,8 miliardi di euro di consumi da parte delle famiglie: tra la seconda metà di giugno e la prima settimana di luglio circa 10 milioni di italiani riceveranno la quattordicesima, per un totale di circa 14 miliardi di euro. Una spinta considerevole ai consumi, che si riverserà soprattutto sul turismo. Tra gli utilizzi più indicati per la quattordicesima c’è infatti la voce vacanze, scelta dal 51% degli italiani, e per la quale si stima che verranno spesi 3,7 miliardi di euro. 
A stimarlo è Confesercenti sulla base di un sondaggio condotto con Ipsos. 

Shopping saldi estivi, saldare debiti o pagare il mutuo? 

Segue l’intenzione di investirla nello shopping durante i saldi estivi (25%, circa 1,8 miliardi di euro), o l’acquisto di altri prodotti (18%, 1,3 miliardi di euro), e parte delle restanti risorse (circa 4,7 miliardi di euro), verrà impiegata per saldare conti in sospeso o pagare spese obbligate. Il 21% userà almeno una parte della quattordicesima per pagare debiti (circa 1,5 miliardi di euro), e il 15% per pagare mutui e finanziamenti (poco più di 1 miliardo di euro).

Dai centri estivi alla salute, ma c’è anche chi pensa di investire

Un altro 15%, invece, investirà parte delle risorse in più per pagare centri estivi o vacanze studio per i figli (1.106 milioni circa), mentre il 14% sceglierà spese legate alla sanità o alla salute (1.018,7 milioni). Inoltre, secondo le stime di Confesercenti, circa 1,5 miliardi di euro andranno a finire nel risparmio, fortemente eroso da questi mesi di alta inflazione. Il desiderio di impiegare parte o tutta la quattordicesima per incrementare le proprie riserve è indicato solo dal 21% degli intervistati, mentre il 12% indica anche fini di investimento, cui saranno riservati oltre 870 milioni di euro.

Un’accelerazione per i consumi, ma è necessario salvaguardare il potere d’acquisto

“L’effetto quattordicesima potrebbe dare un’accelerazione importante dopo una primavera ‘fredda’ per i consumi, a causa della corsa dei prezzi e dell’aumento del peso delle spese obbligate sui budget familiari – commenta Confesercenti -. Si conferma dunque la necessità di salvaguardare il potere d’acquisto degli italiani: noi proponiamo di agire attraverso la leva fiscale, detassando gli aumenti retributivi previsti dai rinnovi dei contratti nazionali. Ci sono milioni di lavoratori in Italia che attendono il rinnovo del contratto, e un intervento di questo tipo velocizzerebbe la contrattazione e sbloccherebbe risorse per le famiglie. Secondo le nostre stime, porterebbe per il solo 2023 a una spesa per consumi aggiuntiva di 2,8 miliardi”.

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ESG: in Italia crescono le startup sostenibili che vogliono cambiare il mondo

L’ambiente, la responsabilità sociale e la governance aziendale, tematiche conosciute come Esg, conquistano sempre più spazio nei portafogli finanziari. Negli ultimi tre anni la maggior parte degli investimenti europei sono stati destinati a fondi con etichetta Esg: attualmente superano i 4mila miliardi di dollari, corrispondenti a oltre un terzo del totale degli investimenti.
Lo studio intitolato Sustainability waves | Esg italian startup, pubblicato da Cariplo Factory con il patrocinio della Commissione Europea e il supporto di varie organizzazioni, ha delineato un profilo delle startup italiane attive in questo settore.

Obiettivo: rendere il mondo un posto migliore

Sono state coinvolte 115 aziende di piccole dimensioni (l’82% ha meno di dieci dipendenti), ma già in grado di attrarre investimenti e operare a livello nazionale (54%) e internazionale (40%). Oltre il 50% si colloca nella fascia più alta dell’indice Investment readiness level, che misura la maturità delle startup per la raccolta di capitali.
Queste startup si pongono l’obiettivo di rendere il mondo un posto migliore, cercando di cambiare i paradigmi del mercato. Inoltre, sono caratterizzate da un forte impegno verso la parità di genere: il 60% di esse ha un consiglio di amministrazione a maggioranza femminile, mentre il 59% ha almeno il 50% dei dipendenti donne. Nel 28% dei casi, adottano il lavoro flessibile, mentre il 72% ha implementato programmi di welfare aziendale.

L’ambiente è una delle aree di interesse principali 

L’ambiente rappresenta una delle principali aree di interesse per queste startup: il 77% di esse ha attivato programmi di tutela o riduzione dell’impatto ambientale, che spaziano dalla gestione dei rifiuti al rispetto della biodiversità e all’uso sostenibile del territorio. Inoltre, il 55% dispone già di tecnologie per la riduzione dell’impronta ambientale. Nell’ambito delle startup sostenibili in Italia, esistono alcuni esempi significativi, come Alberea che combatte l’emergenza climatica con campagne di rimboschimento agricolo e urbano, oppure BioTextiles, specializzata nella creazione di biomateriali di origine vegetale a partire da un unico biopolimero, l’agar-agar.

Agire sul fronte energetico o ripensare la mobilità urbana

Sul fronte energetico, si distingue Levante, che ha progettato e brevettato un pannello fotovoltaico pieghevole, ispirato agli origami, per creare energia pulita grazie alle celle fotovoltaiche bifacciali.
Ripensare la mobilità urbana è invece l’obiettivo di Revo, riporta Adnkronos, che sviluppa piste ciclabili modulari, prefabbricate, realizzate in maniera ecosostenibile, e riposizionabili senza necessità di scavi e lavori stradali. Di fatto, possono essere posate su qualunque superficie esistente.

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Bonus Gas e Luce: confermato anche per il 2023

Secondo le stime saranno più di 30 milioni gli italiani che nel 2023 usufruiranno del Bonus Gas e Luce, soprattutto per effetto dell’intervento su uno dei requisiti principali per richiederlo, la soglia Isee, che con la Legge di Bilancio 2023 è stata alzata e fissata a 15mila euro. La riconferma del Bonus Gas e Luce da parte dell’esecutivo anche per il 2023 è da individuarsi principalmente nella difficoltà di un numero sempre maggiore di famiglie e imprese di far fronte al pagamento delle bollette di gas e servizi elettrici. A causa della speculazione, aggravata dalla crisi russo-ucraina, nell’ultimo anno i prezzi di luce e gas hanno subito un aumento notevole, gravando in modo considerevole sui bilanci familiari.

Isee a 15.000, requisiti e importo

Oltre al tetto massimo Isee a 15.000 euro, gli altri requisiti consistono all’appartenere a un nucleo familiare con almeno 4 figli a carico e ISEE non superiore a 20mila euro, essere percettori di Reddito di Cittadinanza o Pensione di Cittadinanza, essere intestatari di un contratto di fornitura elettrica o gas naturale o di fornitura condominiale centralizzata, avere patologie gravi e certificate che necessitano di apparecchi elettrici di tipo medico. In questo caso, si tratta del Bonus disagio fisico, riservato alle sole utenze domestiche. Diversi fattori contribuiscono a variare l’importo del Bonus. Nel caso di Bonus Gas, riguardano la categoria d’uso associata alla fornitura, la zona climatica, il numero di componenti della famiglia. Nel caso di Bonus Luce, invece, rilevante è soprattutto il numero dei componenti del nucleo familiare Isee.

Le agevolazioni stabilite dall’Autorità per l’energia

Le misure definite da Arera per il Bonus prevedono l’annullamento delle spese generali di sistema per le utenze cosiddette a ‘bassa tensione’, il potenziamento del Bonus per le utenze domestiche in cui vivono persone in condizioni economicamente svantaggiate o in gravi condizioni di salute, la possibilità di pagare le bollette in 10 rate mensili, e la riduzione dell’IVA al 5% sulle bollette del gas per utenze domestiche e non domestiche. Una delle agevolazioni riconosciute con il Bonus è infatti la possibilità di rateizzare gli importi fino a 10 rate e senza interessi.
I fornitori di energia hanno dato alcune indicazioni ai venditori, come ad esempio, il divieto di sospendere la fornitura in caso di mancato pagamento senza prima aver sollecitato il pagamento e proposto un ulteriore piano di rateizzazione.

Non occorre presentare richiesta

Ulteriori indicazioni, che possono comunque essere facilmente modificabili dal venditore, riguardano il valore delle rate, che non deve essere inferiore a 50 euro, e una prima rata pari al 50% dell’importo complessivo.
Grazie all’introduzione del Sistema Informatico Integrato e ai Servizi Proattivi dell’Inps, che consente il rilascio automatizzato del Bonus, quest’anno non occorre presentare alcuna richiesta. Infatti, il sistema permette di ricevere in automatico lo sconto in bolletta, se ovviamente si è in possesso dei requisiti. L’unica azione da compiere è quella di procedere alla compilazione del proprio Isee, rivolgendosi a un CAF o utilizzando l’Isee precompilato online.

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Federcontribuenti: la metà dei giovani italiani guadagna meno di 7 euro l’ora

Un’indagine condotta da Federcontribuenti ha rivelato che il 54% dei 30enni italiani guadagna meno di 7 euro netti all’ora. Inoltre, molti giovani lavorano come apprendisti o part-time, guadagnando solo 100-120 euro netti a settimana e spesso senza pagamenti extra per le ore di straordinario. La situazione è particolarmente preoccupante per la fascia d’età tra i 28 e i 35 anni, che rappresenta l’11% della popolazione italiana e dovrebbe essere una forza trainante per lo sviluppo economico e le pensioni future.

I contratti nazionali oggi non “funzionano”

Secondo Federcontribuenti, il problema è causato da contratti nazionali che sfruttano e maltrattano i lavoratori dipendenti, impedendo loro di ottenere stipendi adeguati e continuità lavorativa. L’indagine ha anche evidenziato un aumento dei contratti part-time e dei giovani che non possono permettersi di affittare una casa o di formare una famiglia. “inutile parlare di decrescita demografica – si legge nella nota dell’ associazione dei consumatori – per mettere su famiglia occorre un lavoro stabile e uno stipendio adeguato; i voucher sono uno strumento meschino che piega la dignità del lavoratore stesso”. E ancora”Laureati o meno, meritocrazia o meno in Italia, che ricordiamo è il Paese dell’ area Ue con gli stipendi più bassi, il lavoratore dipendente viene sfruttato e maltrattato da quegli stessi contratti nazionali voluti e sostenuti da chi proprio non riesce a fare il proprio dovere di politico e garante”.

La questione pensioni

Come sottolinea Federcontribuenti, il problema è anche in prospettiva e riguarda anche gli anni a venire, quelli della pensione. In merito agli estratti contributivi: “quando si fa un estratto contributivo il 60% di chi si presenta è condannato ad una pensione sociale misera come misero è il numero di chi si può permettere una pensione contributiva, solitamente impiegati statali”. 

Calano anche gli autonomi

Inoltre, l’associazione ha notato un aumento del numero di lavoratori autonomi in fallimento, in particolare nel nord-est, a causa di tagli sui costi del lavoro o del cuneo fiscale. Tutto questo mentre, di nuovo, tornano a crescere gli stipendi per tutti manager pubblici e privati che fanno utili o voti sulle vesti stracciate della popolazione”. Infine la proposta di Federcontribuenti: “uno stipendio minimo per legge; massimo 3 contratti Nazionali per 3 fasce di età; apprendistato massimo fino a 24 anni; riforma del sistema previdenziale: il costo supera la resa; zero costi fiscali sul dipendente”.

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Collezionismo: l’inflazione non spaventa gli appassionati

Lo conferma la ricerca commissionata da Catawiki a YouGov, dal titolo Il comportamento dei collezionisti in Europa: gli italiani appassionati di collezionismo, il 74% dei nostri connazionali, non sembrano temere l’aumento dei prezzi. Il 70% dichiara infatti che nel 2023 spenderà per la propria passione lo stesso budget, o anche di più. Non solo, il 44%, e addirittura il 57% tra i giovani della Gen Z, considera una collezione un buon investimento, comparabile ad altri metodi, come risparmi bancari o investimenti immobiliari. Insomma, se è vero che durante i periodi in cui l’inflazione è più alta i consumatori tendono a ridurre le spese, questo non vale per i collezionisti.

Generazioni a confronto: cosa spinge a iniziare una collezione?

Il 74% dei collezionisti afferma di possedere da una a tre collezioni, il 23% una, il 28% due, il 23% tre, e il 10% ne ha addirittura più di 5. Per gli italiani, il valore di un oggetto è determinato (48%) dal fatto che riflette la loro passione o perché ha un valore emotivo o sentimentale (36%). Se per tutti il driver principale è la passione, diverse sono le motivazioni che spingono le differenti generazioni a iniziarne una. Per Boomer e Gen X è l’influenza della famiglia, per i Millennials la cerchia di amici, mentre per i Gen Z giocano un ruolo importante celebrities/influencer e i social media.

Francobolli per i Boomer e memorabilia sportivi per la Genz Z

Si collezionano principalmente tre categorie di prodotti, monete e francobolli (22%), libri e fumetti (14%), giocattoli e modellini (10%). Quanto alle differenze generazionali, i Boomer preferiscono collezionare francobolli e orologi, i Millennials fumetti, mentre la Gen Z, più degli altri, predilige memorabilia sportivi e gioielli. Le ultime due generazioni condividono anche la passione per tutti gli oggetti relativi alla categoria ‘Intrattenimento, Carte e Giochi’. E alla domanda ‘Se avessi più soldi, cosa collezioneresti??, gli italiani non hanno dubbi: orologi (14%), gioielli o pietre preziose (11%), diamanti e libri (8%). Tra le categorie che non collezionerebbero mai, oggetti virtuali (24%) e NFT (23%).

Quanto vale una collezione?

Ogni collezione ha un valore diverso, ma in linea di massima le collezioni valgono circa 1000 euro. Per il 12%, però, tale valore è stimato tra i 5.000 e i 50.000 euro, e un 2% di collezioni vale oltre 50.000 euro. Ed è un valore che come ogni bene raro e unico tende a crescere nel corso del tempo. Il 45% ha visto infatti il valore aumentare negli ultimi anni. Di quanto? Tra il 25% e il 50% (34%), tra il 50 e il 100% (18%) e il 9% ha visto la propria collezione acquisire un valore più del doppio di quello iniziale. Le collezioni, riporta Adnkronos, oltre a essere un investimento che talvolta può generare anche buoni guadagni (per il 34% vendere oggetti delle collezioni è fonte di reddito o profitto), rende più o ugualmente dei risparmi bancari (50%), e per il 36% rende addirittura più degli investimenti immobiliari.

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Italiani, al viaggio non si rinuncia ma c’è maggiore attenzione al rapporto qualità/prezzo

Una recente ricerca di BVA Doxa per BWH Hotel Group Italia ha rivelato che, nonostante l’aumento dell’inflazione, gli italiani non rinunciano a viaggiare e cercano invece modalità alternative per spostarsi e soggiornare. L’indagine ha coinvolto 2007 intervistati di età e target diversi: General Population (1203 interviste), Leisure Travellers (408 interviste) e Business Travellers (396 interviste). Secondo la ricerca, il brand Best Western si conferma ai vertici del ranking dei brand di hotellerie per notorietà globale e “awareness top of mind”. In particolare, il brand risulta molto noto tra i Business Travellers.

Il budget è rimasto invariato rispetto l’anno scorso 

L’indagine ha rivelato che il budget dedicato ai viaggi è rimasto invariato rispetto all’anno precedente per il 38% della General Population e il 42% dei Leisure Travellers, mentre è aumentato rispettivamente per il 23% e 28% degli intervistati. Tuttavia, l’aumento dell’inflazione sta influenzando le abitudini di viaggio e soggiorno, portando i viaggiatori a preferire spostamenti in bassa stagione o riducendo le notti di viaggio (38% General Population e 34% Leisure Travellers). Nonostante questo, la maggioranza degli intervistati non rinuncia ai viaggi, ma cerca piuttosto modalità alternative per spostarsi e soggiornare.

Perchè e quanto si viaggia per lavoro

Per quanto riguarda i Business Travellers, il 32% ha confermato una riduzione delle trasferte rispetto al 2019, ma il 20% ha invece dichiarato di averle incrementate. Gli eventi e i convegni rappresentano la causa maggiore di spostamento (43%) seguiti dalle visite ai clienti e partner (36%), la formazione (33%) o la trasferta presso altra sede (29%). È aumentato il dato riferito al bleisure: il 55% dei Business travellers dichiara di aver esteso il soggiorno per svago e tempo libero nelle ultime trasferte.

Il rapporto qualità/prezzo è la leva strategica per tutte le tipologie

In generale, il buon rapporto qualità/prezzo è il principale driver di scelta, confermato dal 62% della General Population, dal 67% dei Leisure Travellers e dal 53% dei Business Travellers, che concordano anche sull’importanza della pulizia nelle strutture e il rispetto delle norme sanitarie. Per i Business travellers l’affidabilità del brand è citata dal 19%. Gli intervistati di tutte le categorie sono attenti alla posizione dell’hotel, alla colazione, al parcheggio e alla pulizia.

L’inflazione non frena le partenze

In conclusione, la ricerca di BVA Doxa rivela che gli italiani non rinunciano a viaggiare nonostante l’aumento dell’inflazione. Inoltre, i viaggiatori cercano modalità alternative per spostarsi e soggiornare, ma non rinunciano alla qualità e alla pulizia delle strutture. Best Western si conferma ai vertici del ranking dei brand di hotellerie per notorietà globale e “awareness top of mind”, in particolare tra i Business Travellers.

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