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Il lavoro post-pandemia: come smart working, automazione e disparità regionali stanno rimodellando il mercato del lavoro italiano

La pandemia ha accelerato trasformazioni strutturali nel mondo del lavoro che continuano a riverberarsi nel 2026. In Italia, come nel resto d’Europa, la diffusione del lavoro da remoto, l’adozione di tecnologie automatizzate e la crescita di forme di lavoro atipiche stanno cambiando domanda e offerta di competenze, alterando geografie occupazionali e mettendo in primo piano la necessità di politiche attive e formazione continua.

Introduzione: contesto e fattori chiave

Dopo il picco dello smart working durante il periodo emergenziale, molte imprese hanno stabilizzato modelli ibridi che combinano presenza in sede e lavoro a distanza. Parallelamente, l’introduzione di intelligenza artificiale e automazione nei processi produttivi e amministrativi ha iniziato a modificare i profili professionali più richiesti. Il mercato italiano mostra segnali contrastanti: resilienza in alcuni settori ad alta specializzazione e fragilità nelle aree più esposte alla concorrenza internazionale e alla scarsità di investimenti in capitale umano.

Analisi con dati ed esempi

Le stime più recenti indicano che la percentuale di lavoratori che svolgono attività da remoto con regolarità è rimasta superiore ai livelli pre-pandemia. Prima del 2020 solo una minoranza lavorava abitualmente da casa; oggi molte indagini mostrano una platea consolidata che varia a seconda del settore e delle dimensioni aziendali: nelle grandi imprese e nei servizi professionali lo smart working è spesso strutturale, mentre nelle PMI manifatturiere e nei servizi locali rimane marginale.

La diffusione dell’automazione e dell’IA ha creato una domanda crescente di competenze digitali. Ruoli legati all’analisi dei dati, alla cybersecurity, allo sviluppo software e alla gestione dei processi digitali sono in aumento, mentre compiti routinari e ripetitivi vengono sempre più affidati a sistemi automatizzati. Questo fenomeno non è omogeneo: le regioni del Nord e i grandi centri urbani attraggono la maggior parte degli investimenti in tecnologie e talenti, mentre il Sud e le aree interne rischiano di restare indietro senza interventi mirati.

Un altro elemento cruciale è la diffusione del lavoro atipico e delle piattaforme digitali. Settori come consegne, trasporto e servizi on-demand vedono una crescita di lavoratori in contratti flessibili o a chiamata. Sebbene queste forme offrano opportunità di reddito immediato, sollevano questioni su tutele, stabilità contributiva e formazione professionale. Alla luce delle trasformazioni, molte aziende italiane, dalle startup tecnologiche alle imprese storiche, stanno investendo in programmi di riqualificazione interna e partnership con istituzioni formative per colmare il gap di competenze.

Esempi concreti emergono sia tra le grandi realtà che hanno introdotto politiche di lavoro ibrido strutturate, sia tra le startup che puntano su team distribuiti e su un ecosistema digitale per scalare. Alcune PMI manifatturiere del distretto hanno adottato soluzioni Industria 4.0, integrando sensori e sistemi di monitoraggio che hanno aumentato efficienza ma reso necessario il reclutamento di tecnici specializzati e data analyst.

Implicazioni future

Le traiettorie possibili indicano tre linee di sviluppo interconnesse. Primo, la polarizzazione delle competenze: crescerà la domanda per profili ad alta specializzazione, mentre i lavori meno qualificati rischiano di contrarsi, accentuando le disuguaglianze salariali e occupazionali. Secondo, la geografia del lavoro si ridefinirà: città e regioni che attraggono investimenti tecnologici vedranno aumento di opportunità, mentre altre aree richiederanno politiche di coesione per evitare spopolamento del capitale umano.

Terzo, emergono opportunità per politiche pubbliche e aziendali: investimenti sistematici in formazione continua, incentivi per la digitalizzazione delle PMI, e misure che conciliano flessibilità e tutela sociale sono elementi chiave per gestire la transizione. Anche il dialogo tra imprese, sindacati e centri di formazione sarà fondamentale per costruire percorsi di upskilling e reskilling efficaci.

Per imprese e lavoratori italiani la sfida è duplice: adottare tecnologie che migliorino produttività e qualità del lavoro, senza trascurare la dimensione sociale di inclusione e stabilità. Chi saprà combinare innovazione tecnologica, capitale umano e politiche territoriali avrà maggiori probabilità di navigare con successo il mercato del lavoro del prossimo decennio.

In sintesi, il panorama del lavoro in Italia è in profonda trasformazione. Smart working, automazione e forme contrattuali ibride offrono opportunità ma richiedono risposte coordinate per evitare che la transizione accentui le disuguaglianze già esistenti. Il tempo per agire è adesso.

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L’economia italiana tra ripresa lenta e transizione: opportunità per industria e servizi

Negli ultimi anni l’economia italiana ha affrontato una serie di sfide strutturali e cicliche: dalla bassa crescita della produttività al peso del debito pubblico, passando per la necessità di accelerare la transizione energetica e digitale. Nonostante segnali di stabilizzazione, il paese resta in una fase di trasformazione in cui le scelte di politica economica e gli investimenti privati determineranno la traiettoria di sviluppo nei prossimi anni.

Contesto

Dopo la crisi pandemica e i contraccolpi della guerra in Ucraina, il tessuto produttivo italiano ha mostrato resilienza, ma la ripresa è risultata eterogenea. Settori come il manifatturiero ad alto valore aggiunto e il turismo hanno beneficiato di una domanda interna e internazionale in ripresa, mentre micro e piccole imprese hanno faticato a riorientarsi verso modelli più digitali e sostenibili. Sul fronte macroeconomico, la crescita ha oscillato su tassi modesti, con pressioni inflazionistiche contenute e una dinamica occupazionale in miglioramento ma ancora caratterizzata da disomogeneità regionali.

Analisi: dati ed esempi

Analizzando i principali indicatori, emergono tre temi chiave: lavoro, investimento e competitività. Sul mercato del lavoro, il tasso di occupazione è cresciuto negli ultimi trimestri, trainato da settori come la sanità, il tech e i servizi turistici stagionali. Tuttavia, il tasso di disoccupazione giovanile rimane elevato rispetto alla media europea, segnalando un mismatch tra domanda delle imprese e competenze disponibili. Le imprese italiane, in particolare le PMI, segnalano difficoltà nel reperire figure specializzate in ambiti digitali e green.

Gli investimenti privati mostrano segnali incoraggianti, soprattutto grazie ai fondi pubblici stanziati per la transizione energetica e la digitalizzazione. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha catalizzato risorse per infrastrutture, ricerca e sviluppo e formazione, favorendo progetti pilota in regioni del Nord e del Centro. Esempi concreti includono imprese manifatturiere che hanno adottato tecnologie Industria 4.0 per aumentare efficienza e qualità, e distretti turistici che hanno investito in digital marketing e sostenibilità per attrarre flussi più qualificati.

Sul versante dell’export, l’Italia mantiene punti di forza nei settori tradizionali—meccanica, moda, agroalimentare—ma la competizione globale impone innovazione continua e diversificazione dei mercati. Alcune filiere hanno saputo integrare la sostenibilità nella catena del valore, ottenendo vantaggi competitivi sui mercati esteri. D’altro canto, comparti energivori e piccole imprese manifatturiere restano vulnerabili all’aumento dei costi energetici e alla volatilità delle materie prime.

Infine, la finanza per le imprese sta evolvendo: strumenti di credito agevolato, fondi di investimento e una crescente attività di venture capital stanno sostenendo start-up e progetti di scale-up, soprattutto nelle città con ecosistemi d’innovazione consolidati come Milano, Torino e Bologna. Questo ha favorito la nascita di casi studio virtuosi dove collaborazione tra università, cluster industriali e capitale privato ha accelerato il passaggio dall’idea al mercato.

Implicazioni future

Le tendenze emergenti indicano che l’Italia può consolidare una crescita più sostenibile se saprà intervenire su alcuni fronti chiave. Primo: formazione e riqualificazione della forza lavoro, con percorsi mirati alle competenze digitali e green, per ridurre il mismatch e favorire l’occupazione giovanile. Secondo: policy che incentivino investimenti produttivi nelle PMI, semplificando accesso al credito e riducendo la burocrazia per progetti di ammodernamento tecnologico. Terzo: accelerazione della transizione energetica con investimenti in efficienza e rinnovabili per ridurre la dipendenza energetica e i costi di produzione.

Inoltre, la valorizzazione delle eccellenze territoriali e la promozione di filiere sostenibili possono rafforzare l’export e l’immagine del made in Italy. L’integrazione tra ricerca pubblica e imprese private continuerà a essere cruciale per trasformare idee innovative in vantaggi competitivi. Infine, una politica industriale coerente e di lungo periodo, capace di coordinare risorse pubbliche e incentivi privati, è essenziale per trasformare le opportunità derivanti dalla transizione tecnologica in crescita inclusiva.

Per le imprese e gli investitori, il messaggio è chiaro: l’Italia offre opportunità concrete per chi punta sulla qualità, l’innovazione e la sostenibilità, ma lo sprint decisivo richiede investimenti mirati, capitale umano qualificato e un approccio strategico che tenga conto delle dinamiche globali. Il prossimo biennio sarà cruciale per capire se il paese saprà tradurre le risorse disponibili in un impulso duraturo alla competitività.

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Dalla discarica al business: il caso GreenLoop e la rinascita circolare dell’elettronica

Negli ultimi cinque anni la gestione dei rifiuti elettronici è diventata una delle emergenze più urgenti per mercati maturi e in via di sviluppo. In questo contesto nasce GreenLoop, una start-up italiana che ha trasformato la rigenerazione dei dispositivi usati in un modello di business scalabile. Questo articolo analizza il percorso di GreenLoop, i numeri che ne hanno determinato la crescita e le implicazioni per l’economia circolare e l’eco-innovazione nel nostro paese.

GreenLoop è partita nel 2019 come laboratorio di riparazione e valutazione ricondizionata di smartphone e tablet, con l’obiettivo dichiarato di allungare il ciclo di vita dei dispositivi e ridurre l’impatto ambientale di materie prime critiche. In tre anni la società ha ampliato la propria offerta includendo diagnostica proprietaria basata su machine learning, canali di ritiro capillari attraverso accordi con catene retail e un servizio B2B per imprese e PA che vogliono gestire il rinnovo dei parchi device in chiave sostenibile.

I numeri mostrano come un’idea operativa possa scalare se supportata da metriche solide: nel 2021 GreenLoop ha ricondizionato 25.000 dispositivi, nel 2023 ha superato quota 180.000 con un tasso di riciclo/riutilizzo dell’hardware del 78% e fatturato in crescita media annua (CAGR) del 95% dal lancio. Gli investimenti raccolti, pari a 6 milioni di euro in due round seed e Series A, sono stati destinati soprattutto a R&S per l’automazione dei test, all’apertura di due hub logistici nel Nord e nel Centro Italia e allo sviluppo del canale B2B. Il prezzo medio di vendita di un dispositivo ricondizionato nella proposta consumer si attesta tra il 40% e il 60% del nuovo, consentendo margini lordi competitivi grazie al contenimento dei costi di approvvigionamento e alle economie di scala nei processi di rigenerazione.

Un elemento chiave della strategia è la piattaforma software di GreenLoop. Tramite algoritmi predittivi la piattaforma valuta lo stato del dispositivo prima dell’acquisto, stima il valore residuo e instrada automaticamente gli item verso la riparazione, la vendita o lo smaltimento selettivo. Questo ha permesso di ridurre le rese negative del 12% e aumentare il tasso di successo di ricondizionamento del 9% rispetto ai processi tradizionali. Inoltre, la startup ha siglato partnership con due operatori telecom per programmi trade-in e con catene retail per drop-off nei punti vendita, moltiplicando i touchpoint di acquisizione clienti.

Dal lato regolatorio e di mercato, GreenLoop ha saputo sfruttare due tendenze favorevoli: l’attenzione crescente di istituzioni e consumatori alla sostenibilità e gli incentivi pubblici per l’economia circolare. L’adozione di criteri ESG da parte di grandi aziende ha generato contratti B2B che rappresentano oggi il 55% del fatturato. Sul fronte dei costi, la disponibilità di componentistica per riparazioni resta una criticità: la dipendenza da fornitori originali e la politica delle “obsolescenze programmate” impongono investimenti in economie di scala e lobbying per norme che favoriscano il diritto alla riparazione.

I rischi per GreenLoop non mancano: la concorrenza internazionale di operatori low-cost, la volatilità dei prezzi dei device usati e la necessità di mantenere standard qualitativi elevati per conquistare la fiducia dei consumatori. Tuttavia, il vantaggio competitivo della start-up risiede nella combinazione di tecnologie proprietarie, rete di raccolta e contratti aziendali che garantiscono flussi di approvvigionamento stabili e prevedibili.

Le implicazioni future sono rilevanti per l’ecosistema imprenditoriale italiano. Primo, il modello di GreenLoop dimostra che la transizione verso economie circolari può essere redditizia: investire nella rigenerazione può creare occupazione qualificata e valore aggiunto locale, soprattutto nelle regioni con forte vocazione manifatturiera. Secondo, la sinergia tra tecnologia (diagnostica, data analytics) e logistica (reti di raccolta e hub) è essenziale per scalare: le start-up che riusciranno a integrare questi elementi avranno maggiori probabilità di attrarre capitali e contratti istituzionali. Terzo, serve un quadro regolatorio chiaro sul diritto alla riparazione e sugli standard di ricondizionamento per proteggere i consumatori e disincentivare pratiche non sostenibili.

In conclusione, il caso GreenLoop è emblematico del potenziale delle start-up che combinano sostenibilità e tecnologia. Se supportate da investimenti mirati e da politiche pubbliche favorevoli, queste realtà possono contribuire a trasformare problemi ambientali in opportunità industriali e occupazionali. Per l’Italia, il vero banco di prova sarà la capacità di replicare modelli simili su scala territoriale, creando filiere robuste che mantengano valore aggiunto sul territorio e favoriscano la crescita di una nuova generazione di imprese circolari.

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Il lavoro dopo la pandemia: trend, numeri e le scelte che determineranno il mercato del lavoro

La trasformazione del mercato del lavoro avviata durante la pandemia non è stata un evento temporaneo: ha messo in moto cambiamenti strutturali che oggi si consolidano tra nuove forme contrattuali, richieste di competenze digitali e una domanda di flessibilità sempre più pressante. Comprendere i principali trend e le leve d’azione è essenziale per imprese, lavoratori e policy maker che vogliono governare la transizione senza aggravare le disuguaglianze.

Negli ultimi tre anni abbiamo assistito a due sviluppi sovrapposti: da una parte la diffusione dello smart working e del modello ibrido; dall’altra l’accelerazione della digitalizzazione e dell’automazione dei processi. Se in molte professioni cognitive lo smart working è ormai una componente stabile, settori come turismo, ristorazione e manifattura mantengono una forte componente di lavoro in presenza. Parallelamente, la questione demografica — unita a tassi di partecipazione al lavoro inferiori alla media europea in alcune regioni — ha portato a fenomeni di shortage in professioni chiave come quelle dell’assistenza sanitaria, dell’edilizia specializzata e dell’ICT.

Dal punto di vista statistico, le indagini nazionali e sovranazionali confermano alcuni punti fermi: il lavoro da remoto stabile interessa una porzione significativa della forza lavoro impiegata in occupazioni terziarie (con punte più elevate nelle grandi città), mentre la disoccupazione giovanile rimane una criticità in diversi paesi europei, Italia inclusa, con tassi che si collocano sistematicamente sopra la media UE. Contemporaneamente è cresciuta la quota di contratti atipici e di lavoro a chiamata, segnalando una maggiore flessibilità ma anche fragilità contrattuale per fasce di popolazione più ampie.

Le imprese reagiscono in modo differenziato. Alcune grandi aziende multinazionali hanno stabilito politiche ibride e investito in infrastrutture digitali per garantire continuità produttiva e attrattività sul mercato del lavoro. A livello locale, esempi concreti emergono da PMI che, per contrastare la carenza di competenze, hanno lanciato programmi di reskilling: un’azienda meccanica in Emilia ha strutturato accordi con l’ITS locale per formare giovani tecnici sull’uso della robotica collaborativa, riducendo tempi di recruiting e aumentando produttività. Dall’altro lato, molte imprese di servizi lamentano difficoltà di reperimento del personale qualificato, spesso a causa di mismatch tra titoli di studio tradizionali e skill richieste sul lavoro digitale.

Un altro elemento da monitorare è la crescente presenza di piattaforme digitali che intermediano servizi (delivery, trasporto, freelance). Questo segmento ha favorito l’ingresso nel mercato di lavoratori non tradizionali e la creazione di redditi integrativi, ma ha anche riacceso il dibattito su diritti, protezione sociale e inquadramento contrattuale. Le politiche pubbliche rispondono con approcci diversi: incentivazione della formazione continua, misure per favorire l’incontro domanda-offerta a livello territoriale e riforme della regolazione del lavoro platform-based.

Quali implicazioni per il futuro? Primo: la domanda di competenze digitali e trasversali continuerà a crescere. Non si tratta solo di programmare, ma di saper lavorare per progetti, gestire dati e utilizzare strumenti collaborativi. Secondo: la flessibilità dovrà essere accompagnata da adeguate tutele sociali. Modelli ibridi e contratti flessibili devono venire bilanciati con accesso a formazione, sicurezza sul lavoro e previdenza. Terzo: la geografia del lavoro rischia di accentuare divari regionali se le politiche di investimento (infrastrutture digitali, formazione territoriale, incentivi all’occupazione) non saranno mirate a ridurre le asimmetrie.

Infine, l’introduzione diffusa di strumenti di intelligenza artificiale nelle imprese cambia la natura delle mansioni più che cancellare interi lavori: è prevedibile una riduzione delle attività ripetitive e un aumento di compiti di controllo, interpretazione e creatività. Questo rende strategico il potenziamento delle politiche di lifelong learning e dei canali che connettono scuola, formazione professionale e impresa.

Per i decisori pubblici la priorità è costruire un ecosistema che favorisca transizioni occupazionali rapide e socialmente sostenibili: misure di contrasto alla disoccupazione giovanile, incentivi per la formazione on-the-job, programmi di riqualificazione per lavoratori in settori a rischio automazione e strumenti di supporto alla mobilità professionale e territoriale. Per le imprese, investire in capitale umano non è più opzionale: è una leva competitiva. Per i lavoratori, l’orientamento alle competenze e la propensione all’aggiornamento saranno fattori decisivi per navigare un mercato del lavoro sempre più dinamico.

Il mercato del lavoro post-pandemia è dunque un terreno di sfide ma anche di opportunità: chi saprà collegare formazione, innovazione tecnologica e politiche sociali avrà più chance di costruire un mercato del lavoro resiliente, inclusivo e produttivo.

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Italia in bilico: PNRR, transizione energetica e PMI come leve per una crescita sostenibile

La ripresa economica dell’Italia resta un tema centrale per famiglie, imprese e policy maker. Dopo gli shock della pandemia e della crisi energetica, il Paese si trova oggi a un bivio: sfruttare gli investimenti del PNRR e la spinta alla transizione energetica per rilanciare la competitività o rischiare una stagnazione prolungata per via di un debito elevato e di squilibri territoriali storici.

Il contesto è noto: l’Italia convive con un rapporto debito/PIL tra i più alti d’Europa, una crescita tendenzialmente bassa negli ultimi anni e un mercato del lavoro che ha migliorato alcuni indicatori ma mantiene criticità, in particolare per i giovani. Al tempo stesso, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha portato risorse importanti — decine di miliardi indirizzati a infrastrutture, digitalizzazione, transizione verde e competitività delle imprese — che possono rappresentare un punto di svolta se accompagnate da riforme efficaci e da un’attuazione rapida e mirata.

Analisi: PNRR e investimenti pubblici come leva di modernizzazione
Il PNRR è la molla che potrebbe catalizzare gli investimenti pubblici e privati. Circa la metà delle risorse è indirizzata a digitalizzazione, innovazione, transizione ecologica e infrastrutture sociali. Questo mix è coerente con la necessità di aggiornare il modello produttivo italiano, basato ancora in misura significativa sulle PMI e sui distretti industriali. Tuttavia, la sfida principale resta la capacità amministrativa di spendere e implementare progetti con efficienza. I casi di successo emergono là dove le amministrazioni locali, le camere di commercio e le imprese hanno costruito partenariati di qualità per accelerare cantieri e innovazione.

Transizione energetica: opportunità competitiva ma anche rischio di disallineamento
La crisi energetica degli ultimi anni ha convinto molte imprese a investire in efficienza e fonti rinnovabili. Investimenti in fotovoltaico, storage e reti intelligenti possono ridurre i costi di lungo periodo e rendere più resiliente il sistema produttivo. Aziende energetiche nazionali e gruppi industriali hanno già avviato progetti significativi, ma l’opportunità più rilevante riguarda le PMI che compongono la spina dorsale dell’economia italiana: favorire aggregazioni, contratti di comunità energetiche e strumenti finanziari ad hoc può sbloccare modernizzazione e riduzione del rischio operativo.

Il capitale umano e il mercato del lavoro
Sul fronte del lavoro, il miglioramento degli indicatori occupazionali non cancella problemi strutturali: il mismatch tra competenze richieste e offerte, la persistente fuga dei giovani altamente qualificati e divari occupazionali tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Politiche attive, formazione tecnica superiore, apprendistato duale e incentivi per investimenti in capitale umano nelle aree più svantaggiate sono elementi critici per trasformare gli investimenti del PNRR in crescita inclusiva.

Esempi concreti: distretti e territori che funzionano
Basta guardare ai distretti dell’Emilia-Romagna, del Veneto o del Nord-Est per vedere come l’ecosistema locale — università, fornitori, servizi e banche — possa accelerare innovazione e internazionalizzazione. Allo stesso tempo, iniziative pilota in regioni del Sud che combinano turismo sostenibile, agritech e rinnovabili mostrano come la transizione possa essere inclusiva. Questi esempi sottolineano un punto chiave: le politiche nazionali devono consentire flessibilità territoriale e trasferire competenze di gestione dei progetti a livello locale.

Implicazioni future: scenari e raccomandazioni per decision maker e imprese
Nel breve termine, l’Italia può consolidare la ripresa se riuscirà a velocizzare la realizzazione dei progetti PNRR, migliorare la governance degli investimenti e favorire strumenti finanziari per le PMI. Nel medio-lungo periodo, la sostenibilità della crescita dipenderà dalla capacità di ridurre i costi strutturali del contesto produttivo: burocrazia, giustizia civile efficace e mercato del lavoro più dinamico.

Per le imprese, la strada è chiara: investire in digitalizzazione e sostenibilità per restare competitive sui mercati globali, puntare sull’upskilling interno e sulle alleanze territoriali per ottenere economie di scala e accesso a nuove filiere verdi. Per i policy maker, il compito è sostenere questi processi con incentivi mirati, semplificazioni amministrative e politiche industriali che guardino non solo ai grandi progetti, ma anche alla resilienza delle PMI e alla coesione territoriale.

Conclusione
L’Italia ha gli strumenti per trasformare una fase di incertezza in un’opportunità di rilancio: la combinazione di risorse del PNRR, la spinta verso le energie rinnovabili e un tessuto di imprese agile possono ricostruire la competitività del Paese. Ma questo richiede decisioni rapide, capacità amministrativa e una strategia che metta al centro capitale umano e coesione territoriale. Se questi elementi saranno messi a sistema, l’Italia potrà disegnare una traiettoria di crescita più solida, sostenibile e inclusiva.

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Sicurezza: preoccupazione in aumento. Timori e responsabilità percepite dagli italiani

Qual è la percezione degli italiani sul tema sicurezza? Quali fattori alimentano il senso di insicurezza, e a chi spetta il compito di garantire la protezione dei cittadini?
Le rilevazioni di Ipsos Doxa evidenziano una crescita significativa dell’attenzione degli italiani verso questo problema: se nel 2019 veniva menzionato dal 22%, oggi la percentuale raggiunge il 33%.

Non si tratta quindi soltanto di una percezione generale, ma di un problema concreto.
Nonostante l’intensità della preoccupazione venga spesso amplificata da specifici eventi di cronaca, la preoccupazione dei cittadini sembra indicare un incremento di natura strutturale, legato più a un clima generale di inquietudine che a singoli fatti o notizie.

Un clima generale di inquietudine

Secondo l’analisi di Nando Pagnoncelli, Presidente di Ipsos Doxa, presentata sul Corriere della Sera, la sensazione di sicurezza personale mostra una tendenza al ribasso. Se dieci anni fa il 60% degli italiani si sentiva parzialmente sicuro nella propria zona di residenza, oggi questa percentuale scende al 52%.
Ormai è prevalente la convinzione di trovarsi in una situazione di minore tranquillità nella vita quotidiana. Rispetto agli ultimi tre anni il 46% ritiene diminuite le condizioni di sicurezza.

Emerge però una divisione legata alla condizione economica. Chi gode di una situazione agiata si sente decisamente più protetto rispetto alla media, tanto che tra chi vive in condizioni economiche elevate a sentirsi meno sicuro è il 40%, e tra chi vive in situazioni di disagio economico, il 63%.

Povertà percepita come terreno fertile per la criminalità

La diffusa sensazione di insicurezza viene ricondotta principalmente alla crescita dei comportamenti violenti tra i giovani (55%, percezione probabilmente acuita dai fatti di cronaca), l’immigrazione irregolare (44%), considerata un fattore che contribuisce all’aumento degli episodi di criminalità, e l’aumento delle sacche di marginalità e povertà (27%), percepite come terreno fertile per fenomeni di devianza.
Tra i più giovani la percezione di insicurezza risulta decisamente più contenuta (39%), un dato che fa riflettere su una sorta di frattura generazionale.

Le responsabilità dell’insicurezza generale vengono attribuite in egual misura a governo (36%) e magistratura (36%), poi alle forze dell’ordine (28%) e il Parlamento (26%), al quale si richiedono leggi più severe ed efficaci.

Pacchetto sicurezza fra inasprimento delle pene ed espulsioni semplificate

Negli ultimi mesi il tema della sicurezza è tornato al centro dell’agenda politica nazionale, con il governo impegnato all’elaborazione di un nuovo pacchetto sicurezza. 

Tra le proposte contenute nel pacchetto sicurezza, quelle considerate più efficaci per contrastare il problema sono l’inasprimento delle pene per furti e scippi (44%), maggiori restrizioni sul porto di armi bianche (41%), potenziamento delle strutture di trattenimento per cittadini stranieri irregolari ed espulsioni semplificate dopo il secondo ordine emesso dal questore (39%).
Tuttavia, emerge una quota significativa di scettici (30%-41% a seconda delle singole misure) e di cittadini che dichiarano di non essere in grado di formulare un giudizio (25%-31%). 

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Sanità: in Lombardia 2,1 milioni rinunciano alle cure per le liste d’attesa chiuse

Nel 2025 in Lombardia 2,1 milioni di pazienti hanno rinunciato a curarsi per ragioni economiche o a causa di tempi d’attesa troppo lunghi.
Tre pazienti su 4 almeno una volta hanno dovuto fare i conti con l’assenza di disponibilità nella prenotazione della prestazione richiesta con il Servizio Sanitario Nazionale, scontrandosi con il fenomeno delle “liste d’attesa chiuse”.
Per questo motivo, a causa della difficoltà nel prenotare una visita molti cittadini in Lombardia si sono spostati verso la sanità privata.

Più in particolare, secondo alcuni dati emersi dall’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca mUp Research, nel 2025 il 79% dei pazienti ha dovuto ricorrere almeno una volta al regime di solvenza.

Quanto costano visite ed esami in regime di solvenza?

Coloro che hanno optato per le cure in regime di solvenza, ovvero, presso una struttura privata, ma anche pubblica che lo consente, hanno dovuto affrontare una spesa media a prestazione di quasi 365 euro.
Sono invece quasi 190mila i pazienti che pur di non rinunciare a curarsi o per non appesantire troppo il budget familiare, hanno chiesto un prestito a finanziarie, amici o parenti.

“Il credito al consumo è uno strumento importante che può aiutare le famiglie ad affrontare con maggiore serenità alcune spese rilevanti – spiegano gli esperti di Facile.it -, e magari impreviste, come possono essere quelle per le cure mediche rivolgendosi alla sanità privata”. 

Prestiti personali sanitari: il 4,6% del totale in Regione

“Dilazionare il pagamento consente di alleggerire l’impatto sui budget mensili senza dover rimandare, o peggio rinunciare, a visite, esami o cure per patologie che, se trascurate, potrebbero peggiorare”, aggiungono gli esperti.

Secondo l’osservatorio congiunto Facile.it – Prestiti.it, la richiesta di prestiti personali per spese mediche in Lombardia ha rappresentato il 4,6% del totale delle domande di finanziamento nella Regione.
Chi ha presentato domanda ha cercato di ottenere, in media, 5.987 euro, pari a una rata media di 133 euro da restituire in 53 rate.

Il 46% della domande proviene da donne

Analizzando il profilo dei richiedenti si scopre che chi ha presentato domanda di prestito personale per far fronte alle spese mediche aveva, all’atto della firma, mediamente, 48 anni. Un valore piuttosto alto se confrontato con quello in cui, in generale, si chiede un prestito personale in Lombardia, che è pari a 43 anni.

Nel 46% dei casi a presentare domanda di finanziamento è una donna, percentuale più elevata rispetto alle richieste di prestito totali in Lombardia, dove la quota femminile si ferma al 32%.

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Salute mentale e del cervello: per gli italiani non coincidono

È quanto emerge dall’indagine ”Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani”, realizzata dal Censis in collaborazione con Lundbeck Italia: per il 62,8% degli italiani salute mentale e salute del cervello non coincidono, tendendo a distinguere tra malattie neurologiche e del neurosviluppo e malattie psichiatriche.

Si tratta di una concezione in cui è poco presente la consapevolezza di un’interdipendenza tra salute mentale e del cervello e delle sovrapposizioni tra i disturbi cerebrali, e il fatto che entrambe dipendono dalla salute del cervello.
Tra le malattie del cervello vengono indicate anzitutto tumori del cervello (42,8%) e demenze (40,7%), mentre tra i problemi di salute mentale prevalgono depressione (52,0%) e forme di paranoia e manie (34,5%).

Benessere psicologico sempre più centrale per la salute

La maggioranza degli italiani si ritiene informata, con un’incertezza informativa maggiore su salute del cervello (52,2%) rispetto a salute mentale (62,7%).
Secondo dati Istat, dopo la pandemia aumenta la quota di giovani che dichiara un disagio grave, passata dal 13,1% al 16,0% tra gli adolescenti e dal 17,5% al 19,5% tra i 18-34enni.

In questo contesto, la cultura collettiva sulla salute mentale e del cervello conferma l’ipotesi di una sempre maggiore centralità della dimensione del benessere psicologico nella concezione della salute.
Per il 31,3% degli italiani la salute coincide con’equilibrio psicofisico e benessere mentale (44,0% giovani). Tra i giovani il 46,7% ritiene che il benessere fisico dipenda da quello psicologico, mentre il 45,8% che si tratta di due aspetti ugualmente rilevanti. Solo per il 7,5% è secondario.

Intervenire precocemente è possibile e necessario

Per il 90,3% degli italiani è possibile e necessario intervenire precocemente per evitare l’aggravarsi dei disturbi di salute mentale e del cervello.
Emerge la necessità di agire su più fronti: dalla promozione del benessere psicologico nella scuola (48,6%) alla presenza di un sostegno nei luoghi della quotidianità (46,8%), dal rilevamento precoce attraverso gli screening sulla popolazione (44,0%) al potenziamento dell’attività dei servizi dedicati alla salute mentale/del cervello (43,2%).

l giudizio sull’azione di prevenzione, presa in carico e capacità di dare risposte di cura del SSN però è piuttosto critico: il 40% circa pensa che sia insufficiente.

Malati psichiatrici, discriminazione e ricorso alle cure

Il pregiudizio per le malattie psichiatriche è ancora presente, ma cresce la sensibilità sul tema e si normalizza il ricorso alle cure. Il 67,9% degli italiani ritiene che sulle malattie psichiatriche pesino ancora vergogna e discriminazione, mentre i disturbi neurologici vengono considerati meno soggetti a forme di discriminazione (44,9%). Prevale quindi la convinzione che la situazione di vita di chi soffre di questi disturbi sia ancora segnata dalla vergogna e dall’isolamento sociale (59%).

Il 74,1% degli italiani afferma di aver avuto esperienze dirette (34,2% a livello personale) o indirette (36,3% attraverso familiari o amici).
A livello culturale emerge però una diffusa propensione a rivolgersi a un aiuto professionale, con l’82,0% che ricorrerebbe o è già ricorso a un professionista.

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A dicembre torna a crescere la fiducia di famiglie e imprese

Il 2025 si chiude con un segnale che, pur senza entusiasmi fuori misura, merita attenzione. A dicembre il clima di fiducia in Italia mostra un miglioramento sia per i consumatori sia per le imprese. Lo certificano i dati Istat, che fotografano un Paese ancora prudente, ma un po’ meno sfiduciato rispetto ai mesi precedenti.

Non si tratta di una svolta, ma di un cambio di umore. L’indicatore di fiducia dei consumatori sale da 95,0 a 96,6, mentre quello delle imprese cresce da 96,1 a 96,5. Numeri che raccontano una lenta risalita, fatta più di piccoli passi che di balzi in avanti.

Famiglie un po’ più serene 

Tra i consumatori il miglioramento è piuttosto diffuso. A crescere di più sono le valutazioni legate alla situazione personale e al presente. Il clima personale passa da 94,5 a 96,4 e quello corrente supera la soglia dei 100 punti, arrivando a 100,2. È come se le famiglie percepissero un po’ meno pressione nella gestione quotidiana, tra lavoro, spese e bilanci domestici.

Migliorano anche le aspettative: il clima futuro sale a 91,6 e quello economico a 97,0. Restano però alcune ombre. Le opinioni sull’andamento generale dell’economia italiana e sulla convenienza di risparmiare continuano a non convincere del tutto. L’atteggiamento resta prudente, quasi a voler vedere qualche conferma in più prima di sbilanciarsi.

Imprese, segnali contrastanti

Guardando alle imprese, il quadro è più sfaccettato. A sostenere la fiducia sono soprattutto i servizi di mercato, dove l’indice sale fino a 100,0. Qui migliorano giudizi e aspettative, segno di un comparto che, almeno per ora, vede prospettive più solide.

Il commercio al dettaglio rimane sostanzialmente stabile. Le vendite vengono giudicate in lieve peggioramento, ma le attese per i prossimi mesi sono in aumento e le scorte risultano in calo. Una situazione di equilibrio, tipica di una domanda ancora cauta.
Più difficile, invece, il momento per l’industria. Nella manifattura la fiducia scende ulteriormente, mentre nelle costruzioni, nonostante ordini in miglioramento, pesano le previsioni di una possibile riduzione dell’occupazione.

Meno difficoltà per l’export

C’è però una nota positiva che arriva dai mercati esteri. Nel quarto trimestre del 2025 diminuisce la quota di imprese manifatturiere che dichiarano problemi nell’export. Un segnale incoraggiante, che potrebbe dare ossigeno alla produzione nei prossimi mesi.

In sintesi, dicembre consegna un’Italia un po’ più fiduciosa, ma ancora con i piedi ben piantati a terra. L’aria sembra meno pesante, anche se la strada resta tutta da percorrere.

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Turismo nautico: +25% per le vacanze in barca nel Mediterraneo

Lo conferma il team di We Can Sail, l’azienda italiana specializzata in charter e servizi di navigazione privata: “il Mediterraneo sta vivendo una fase di grande attenzione, con una domanda che si diversifica per tipologia di esperienza, budget e durata del viaggio”.

Rispetto al 2024, il comparto nautico evidenzia un incremento del 25% nella domanda di charter nel Mediterraneo. Ciò riflette un’accelerazione nell’interesse verso un modo di viaggiare più esclusivo, sostenibile e a diretto contatto con la natura.
Oggi i viaggiatori cercano esperienze personalizzate e lontane dai flussi turistici massificati. Un criterio che la barca soddisfa naturalmente, grazie alla possibilità di accedere a baie isolate, calette raggiungibili solo via mare e percorsi che non seguono itinerari preimpostati.

È una crescita strutturale, non episodica

Non è un caso se le vacanze in barca si confermano come uno dei fenomeni turistici più rilevanti del 2025. Dalle isole greche alla Costa Smeralda, la Sicilia, le Baleari e la Croazia, il turismo marittimo si inserisce tra le esperienze preferite dai viaggiatori italiani e internazionali. E la crescita non è episodica, ma strutturale.

Gli operatori del settore confermano una crescita trasversale nelle principali destinazioni mediterranee, Italia, Francia, Grecia, Croazia e Spagna, che registrano incrementi nelle prenotazioni di bareboat charter, noleggi con skipper e crociere private di fascia alta. Secondo il ceo di We Can Sail, è “una dinamica che si lega alla ricerca di autenticità e alla possibilità di vivere il mare con ritmi più lenti e consapevoli”.

Digitalizzazione e sostenibilità in mare aperto

Ma il 2025 rappresenta un punto di svolta sotto due aspetti centrali: digitalizzazione e sostenibilità. La diffusione di siti dedicati ha reso l’accesso al charter molto più immediato, ampliando il pubblico di riferimento e semplificando la pianificazione della vacanza.

Parallelamente, cresce l’attenzione per l’ambiente. Gli armatori investono in imbarcazioni ibride, pannelli solari, tecnologie per la riduzione dei consumi e programmi di navigazione responsabile.
Secondo le analisi del team marketing di We Can Sail, questo approccio rispecchia l’atteggiamento di un viaggiatore più consapevole, che cerca esperienze esclusive, ma in armonia con l’ecosistema marino.

Si sceglie di salpare anche in autunno e primavera

Le previsioni per i prossimi anni indicano un’espansione costante del settore, trainata da digitalizzazione dei servizi, ricerca di esperienze autentiche, sostenibilità e responsabilità ambientale.
Le previsioni economiche parlano di un incremento medio annuo tra il 10% e il 15% nelle prenotazioni, con picchi nelle aree più iconiche del Mediterraneo.

In crescita anche la destagionalizzazione, con un numero sempre maggiore di viaggiatori che sceglie di salpare in primavera e autunno.
Secondo We Can Sail, “la combinazione di innovazione tecnologica, sostenibilità e fascino intramontabile del Mediterraneo rende il charter uno dei segmenti più dinamici del turismo internazionale”.

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