Di tutto un pò…

Condomìni: i buoni rapporti con i vicini fanno risparmiare denaro

Negli scorsi 12 mesi più di 5 milioni di italiani hanno instaurato con i propri vicini un rapporto di condivisione. Questo ha portato a benefici concreti, spesso anche economici.
Secondo l’indagine che Facile.it ha commissionato all’istituto di ricerca EMG Different, non è vero, quindi, che non si conoscono i vicini di casa, o peggio, che spesso i rapporti sono conflittuali.

La fotografia che emerge dall’indagine è ben diversa. Quasi 6 italiani su 10 fra coloro che vivono in un condominio dichiarano di avere un rapporto civile e cordiale con i vicini. E in alcuni casi ciò si traduce in aiuto reciproco, anche economico.

Dall’amicizia al risparmio

Tanto è vero che grazie all’economia di condomino negli ultimi 12 mesi si è arrivati a risparmiare, in totale, più di 560 milioni di euro.
Si va dal baby-sitting alla condivisione della linea internet, dall’aiuto nelle pulizie domestiche ai piccoli lavori di bricolage. Ma anche dog-sitting, ricezione pacchi, sorveglianza durante l’assenza e cura delle piante.

Tra chi lo ha fatto, il 94% dichiara di averne tratto un risparmio economico. E se per alcuni è difficile dare una misura di questo risparmio, circa 2 milioni di individui sono riusciti a quantificarlo, in media, in 269 euro. 

Ma non mancano i conflitti

Il campione di residenti nel Nord Ovest ha risparmiato 313 euro, che salgono a 388 euro nei condomìni composti da un numero di famiglie compreso fra 6 e 10, e addirittura 392 euro nella fascia anagrafica 35 – 54 anni.
In totale, il risparmio è pari a poco più di 560 milioni di euro in un anno.
Tutto rose e fiori quindi? Chiaramente no.

Infatti, se circa 9 milioni di italiani parlano di un vero e proprio rapporto di amicizia con i vicini (in media sono 3 quelli con i quali hanno un legame stretto) poco più di 1,1 milioni dichiarano di avere un rapporto teso, se non apertamente conflittuale.
Inoltre, nel corso dell’ultimo anno il 18% degli intervistati ha dovuto discutere con qualcuno dei propri vicini.

Rumori molesti, gestione dei rifiuti, posti auto le ragioni degli scontri

A portare allo scontro sono stati soprattutto i rumori molesti (35%), la gestione dei posti auto condominiali (21%, ma fino al 30% se si guarda al solo sotto campione maschile) e l’utilizzo non autorizzato delle aree comuni del condominio (21%).

Sempre secondo l’indagine, fanno discutere anche la gestione dell’immondizia, lo scuotere tovaglie o il far sgocciolare i panni stesi sulla altrui proprietà. Pochissime le liti, per fortuna, causate dai bambini piccoli, appena l’8%.

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L’Italia del lusso: i consumatori vogliono qualità e sostenibilità 

Sì, è vero che anche il mercato del lusso ha segnato un certo rallentamento. La colpa è dell’incertezza economica e dei cambiamenti nei modelli di consumo, che si fanno sentire anche nei settori top. Tanto che il comparto lusso, stando alle previsioni, nel 2025 dovrebbe registrare una contrazione del 4%.
In questo contesto diventa fondamentale per le aziende capire a fondo le aspettative dei clienti. Per farlo, EY ha presentato la prima edizione del Luxury Client Index, uno studio che analizza le preferenze di 1.600 consumatori aspirazionali in dieci mercati, compresa l’Italia.

I risultati sono stati illustrati a Milano durante l’evento EY Winning Back Aspirational Luxury Clients, organizzato in collaborazione con FSB Group, un’occasione di confronto tra esperti, investitori e grandi brand per tracciare il futuro del settore.

Il momento di un riposizionamento 

Secondo Anna Nasole, strategic & transactions fashion & luxury leader di EY Parthenon Italia, “il lusso sta vivendo un riposizionamento: i consumatori cercano qualità, autenticità, sostenibilità ed esperienze personalizzate, non solo status. I brand devono puntare su innovazione di prodotto, digitalizzazione e sostenibilità come vantaggio competitivo”.

Dopo il boom di operazioni M&A post-Covid, il mercato ha rallentato a causa della debole domanda, delle crisi nei mercati geografici e dell’instabilità geopolitica. L’Italia resta centrale grazie a marchi iconici e filiere consolidate, ma oggi servono strategie più selettive, attenzione ai trend lifestyle e strumenti globali di salvaguardia ambientale ed etica.

Cosa guida le scelte degli italiani

Dall’EY Luxury Client Index emerge che il 68% degli acquirenti italiani dà priorità alla qualità, contro il 47% dei consumatori globali che indicano il riconoscimento sociale come principale motivazione. Il brand resta rilevante per il 22% degli italiani, mentre solo il 9% predilige prodotti senza loghi visibili.

Le differenze generazionali sono evidenti: la Gen Z segue influencer e celebrità (43%), mentre il 73% dei Baby Boomers valorizza la storia del marchio. La sostenibilità diventa un driver centrale per Millennial e Gen Z, e un terzo degli intervistati la considera prioritaria.

Esperienze, digital e nuovi modelli

Il negozio fisico continua a essere importantissimo in Italia, scelto dal 73% dei consumatori, ma cresce l’interesse per esperienze multicanale e digitali. L’intelligenza artificiale promette personalizzazione, anche se il potenziale è ancora in gran parte inesplorato.

Tra i nuovi modelli di business, un terzo dei consumatori opta per il second hand, mentre il noleggio interessa il 54%. Infine, per fronteggiare il calo del 23% nelle vendite italiane, il 22% degli intervistati suggerisce forme di pagamento più flessibili.

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Italia poco pet friendly: meno di quattro comuni su dieci raggiungono la sufficienza

Il benessere degli animali domestici e delle famiglie che li accudiscono non è ancora una priorità delle amministrazioni italiane. Lo dimostra il XIV rapporto nazionale “Animali in Città” di Legambiente, presentato a Festambiente, che fotografa un quadro fatto di ritardi, servizi disomogenei e scarsa attenzione istituzionale.

Nel 2024, su 734 comuni che hanno risposto al questionario dell’associazione (meno del 10% del totale nazionale), soltanto il 39,5% ha ottenuto una valutazione almeno sufficiente nella gestione del settore pet-care. Numeri che parlano chiaro: meno di quattro comuni su dieci offrono servizi adeguati ai cittadini e ai loro animali.

Coste e entroterra: due Italie diverse

Il rapporto sottolinea anche la forte disparità tra comuni costieri e comuni interni. Se nelle aree vicine al mare esistono aree di sgambamento nel 36,2% dei casi, nei territori dell’entroterra la percentuale scende drasticamente al 10,4%. Differenze simili si registrano per i servizi di pensione per animali, presenti in oltre la metà dei comuni costieri ma solo nel 21,9% di quelli interni.

Il divario riguarda anche momenti delicati come la gestione del fine vita degli animali: regolamenti per cremazione, tumulazione o inumazione sono attivi nel 28% dei comuni costieri, ma appena nel 10% di quelli interni.

Botti, fuochi e altre criticità

Un altro fronte sensibile è quello della tutela degli animali durante festività e ricorrenze. Solo un quinto dei comuni costieri e meno di uno su dieci tra quelli interni hanno adottato ordinanze che limitano l’uso di botti e fuochi d’artificio, spesso fonte di forte stress per cani e gatti.

Ancora più ridotta è la presenza di sportelli dedicati o di un Garante per i diritti degli animali: si parla dell’8,5% dei comuni costieri e del 4,4% di quelli interni. Scarso anche il sostegno economico ai cittadini per la sterilizzazione, garantito solo dal 14,6% delle amministrazioni costiere e da appena il 4,7% di quelle interne.

Spiagge e sanità pubblica: i punti dolenti 

Colpisce, tra i comuni costieri, la scarsa attenzione alle spiagge: solo il 23,2% ha regolamenti che disciplinano l’accesso alle famiglie con animali d’affezione.

Sul fronte sanitario, Legambiente denuncia l’assenza di una vera rete pubblica veterinaria: in tutta Italia esistono soltanto due ospedali pubblici per animali, a Perugia e Napoli. Inoltre, quasi tre quarti della spesa pubblica per il settore pet-care resta a carico dei comuni, mentre le ASL coprono appena un quarto dei costi, pur dovendo garantire i servizi sociosanitari essenziali.
Un quadro che conferma come, nonostante la crescente domanda di servizi, il benessere animale resti ancora troppo spesso fuori dall’agenda delle politiche pubbliche.

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Vacanze: nel 2025 si viaggia in coppia con più attenzione alla sicurezza

Oggi l’assicurazione viaggio è diventata una componente essenziale della pianificazione di ogni partenza. Quest’estate infatti gli italiani si preparano per affrontare le vacanze con maggiore consapevolezza e protezione.
Tanto che secondo i dati raccolti dalla ricerca della insurtech Heymondo i mesi estivi rappresentano il periodo di maggior sottoscrizione delle polizze viaggio, con il 31,68% delle coperture emesse tra giugno e agosto.

Un dato che conferma la tendenza degli italiani a viaggiare principalmente in estate e a stipulare l’assicurazione con breve anticipo rispetto alla partenza.
Organizzare un viaggio è sempre un’esperienza stimolante e ricca di aspettative, ma per godersela senza preoccupazioni sempre più italiani pensano che sia indispensabile proteggersi dagli imprevisti. 

Scarsa propensione alla pianificazione anticipata

Il dato interessante riguarda infatti la tempistica con cui gli italiani stipulano la polizza viaggio. Solo il 31,29% agisce con più di 30 giorni di anticipo, mentre la maggioranza a meno di un mese dalla partenza. 
Quest’attitudine rivela una scarsa propensione degli italiani alla pianificazione anticipata in materia di protezione in viaggio. Una tendenza che si intensifica notevolmente nei periodi dell’anno in cui gli spostamenti sono più frequenti, in particolare durante le vacanze estive.

Il 97,01% degli utenti italiani opta inoltre per assicurazioni temporanee, pensate per coprire viaggi singoli e di breve durata.
Il resto dei viaggiatori si orienta verso altre opzioni disponibili, come la polizza annuale che copre tutti i viaggi fino a 60 giorni ciascuno effettuati durante l’anno.

Quasi la metà delle polizze stipulate copre due persone

Analizzando la durata media dei viaggi, emerge una distinzione netta tra spostamenti all’interno dell’Europa e quelli verso destinazioni più lontane.
I viaggi europei durano in media circa 3 giorni e sono caratterizzati da brevi fughe o weekend lunghi. Al contrario, i viaggi verso mete internazionali prevedono una permanenza tra 10 e 12 giorni, segnalando una preferenza per vacanze più lunghe e ben organizzate.

Quasi la metà delle polizze stipulate in Italia (45,57%), poi, copre due persone, a indicare una netta tendenza a viaggiare in coppia o con un accompagnatore. Il dato sottolinea come la condivisione dell’esperienza di viaggio sia un elemento importante per molti italiani che scelgono di proteggere non solo se stessi ma anche il proprio compagno di viaggio.

Gestire gli imprevisti in USA, Giappone, Egitto, Marocco, Indonesia

Dall’analisi delle polizze stipulate da Heymondo emergono le principali destinazioni in cui gli italiani scelgono di proteggersi prima di partire, soprattutto verso quei Paesi dove alcune condizioni rendono la copertura particolarmente importante: Stati Uniti, Giappone, Egitto, Marocco e Indonesia.

La scelta di coperture personalizzate e la pianificazione anticipata sono quindi ormai prassi consolidate tra i viaggiatori italiani, a testimonianza di una crescente attenzione verso la sicurezza e la gestione degli imprevisti.

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Cultura: l’Italia investe nel digitale, aumentano visitatori ed entrate

La cultura italiana attraversa il Rubicone del digitale. Lo conferma la Ricerca 2024-2025 dell’Osservatorio Innovazione Digitale per la Cultura della School of Management del Politecnico di Milano: nel 2024 hanno investito nel digitale il 55% dei musei e 41% dei teatri.
Inoltre, rispetto al 2023, musei, monumenti e aree archeologiche italiani nel 2024 hanno visto aumentare del 6% i visitatori e del 7% le entrate da biglietteria.

In crescita anche il settore teatrale, con un +9%  in termini di spettatori e incassi. Sono segnali positivi che confermano la vitalità del comparto culturale, dove l’innovazione digitale continua a rappresentare una leva di sviluppo, seppure con investimenti ancora limitati.

Musei e teatri utilizzano la GenAI

Circa un terzo dei musei e la metà dei teatri italiani utilizzano già strumenti di AI generativa, soprattutto per content creation e supporto operativo. 
L’adozione, tuttavia, resta ancora a macchia di leopardo. Solo l’1% ha avviato progetti strutturati, mentre il 6% dei musei e il 5% dei teatri dichiara investimenti in questo ambito. Parallelamente, il 57% dei musei e il 64% dei teatri prevedono di investire in AI per migliorare l’esperienza del pubblico nei prossimi tre anni.

Chatbot multilingua, sistemi di traduzione simultanea e scenari interattivi migliorano infatti accessibilità e attrattività dell’esperienza di visita, mentre alcune istituzioni esplorano l’uso dell’AI per la valorizzazione e la catalogazione del patrimonio archivistico.

Avatar multi-lingua e chatbot con interfacce vocali e testuali aumentano l’accessibilità

Oggi il 20% dei musei offre esperienze immersive di realtà aumentata, virtuale o mista, rese accessibili in oltre la metà dei casi tramite visori, ma prevalentemente pensate per una fruizione individuale. Tecnologie che permettono, ad esempio, di visitare luoghi normalmente inaccessibili o ricostruire ambienti storici scomparsi.

Sul lato accessibilità  però i dati evidenziano però qualche ritardo. Nel 41% dei musei e nel 62% dei teatri sono ancora presenti barriere architettoniche, e più della metà delle istituzioni non offre alcun servizio per persone cieche, ipovedenti, sorde o ipoudenti.
Solo il 40% dei musei e il 29% dei teatri ha un sito web progettato per essere accessibile.
D’altro canto, il digitale offre notevoli soluzioni per aumentare l’accessibilità, dagli avatar multi-lingua come guida all’esplorazione del museo ai chatbot con interfacce vocali/testuali per supportare persone non udenti o non vedenti.

“Se manca una data strategy l’AI resta una promessa”

Il digitale può amplificare la capacità di attrarre e fidelizzare un pubblico nuovo e diverso, ma servono strategie innovative. L’accesso aperto e gratuito ai contenuti digitali, la creazione di format ibridi e l’offerta di esperienze memorabili rappresentano oggi leve potenziali per diversificare le fonti di entrata. Tuttavia, la commercializzazione dei contenuti digitali resta un terreno ancora poco esplorato.

“L’AI Generativa può davvero cambiare il modo in cui gli operatori culturali lavorano e coinvolgono il pubblico – spiega Deborah Agostino, Direttrice della Ricerca dell’Osservatorio -, ma servono visione, competenze e un confronto serio sui temi etici, giuridici ed economici. L’assenza di una data strategy, ad esempio, è un limite sottovalutato: senza dati strutturati, l’AI resta una promessa”. 

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Connected Car: in Italia 17,7 milioni di auto connesse

Il mercato italiano delle auto connesse e della mobilità smart nel 2024 raggiunge 3,3 miliardi di euro (+16% vs 2023).
Più in particolare, le soluzioni per l’auto connessa nel 2024 toccano 1,66 miliardi di euro (+7%), i sistemi ADAS integrati nelle nuove vetture, come la frenata automatica di emergenza o il mantenimento di corsia, 1,2 milioni di euro (+26%), le soluzioni Smart Mobility nelle città, ad esempio per la gestione dei parcheggi e la sharing mobility, 500 milioni di euro (+25%). 

A fine 2024 in Italia si contano 17,7 milioni auto connesse, una ogni tre abitanti e poco meno la metà del parco circolante (44%).
Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del Politecnico di Milano.

Ma la mobilità a zero emissioni non accelera

Il mercato però è stagnante, con poco più di 1,5 milioni di veicoli venduti nel 2024 (-0,5%). Anche il primo quadrimestre 2025 presenta numeri simili, con una flessione del -0,6% sullo stesso periodo 2024.

La transizione verso la mobilità a zero emissioni non mostra concreti segni di accelerazione. Le vetture elettriche pure (BEV) o ibride plug-in (PHEV) immatricolate nel 2024 si fermano a quota 7,5%, seppure in accelerazione nei primi mesi 2025 (9,7%), con un parco circolante di 624mila vetture, l’1,5% del totale.
I principali ostacoli all’acquisto di auto elettriche sono i costi, non solo il prezzo di vendita (26%), ma anche le spese di ricarica (19%) e manutenzione (17%).

Lo stop alle auto diesel e benzina non spaventa

In questo scenario, il 44% degli italiani possiede già un’auto connessa con almeno una funzionalità smart. E oltre metà (55%) utilizzerebbe un’auto a guida autonoma nei prossimi anni.
Ma c’è anche il 57% che rinuncerebbe del tutto a una propria vettura se i mezzi pubblici passassero più frequentemente.

Al contempo, la normativa europea sullo stop alle auto diesel e benzina entro il 2035 non spaventa troppo. Solo il 10% si adeguerà da subito, il 34% preferisce attendere che le vetture elettriche diventino più convenienti e affidabili, mentre il 48% utilizzerà il più possibile la vettura attuale o ne comprerà una nuova, sempre con motore a combustione, poco prima della deadline.

Smart Road: 21 iniziative attivate

Nell’ambito della gestione delle flotte aziendali, il 43% dei fleet manager mette a disposizione dei dipendenti veicoli elettrici/ibridi, il 30% dispone di una flotta connessa e solo il 7% delle grandi aziende ha integrato soluzioni di AI per gestire il parco auto.
Parallelamente, prendono piede i progetti di Smart Mobility e Smart Road, supportati dall’espansione delle reti V2X, l’avanzamento delle tecnologie di guida autonoma e iniziative strategiche a livello nazionale. 

Il 65% dei comuni italiani ha avviato progetti di Smart Mobility nell’ultimo triennio, ma solo il 29% sfrutta i dati raccolti a livello informativo.
Cresce poi la sperimentazione delle Smart Road, con 166 progetti censiti a partire dal 2017 a livello globale. In Italia sono 21 le iniziative attivate nel triennio 2022-2024.

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Ansia da batteria scarica: come lo smartphone influisce sul nostro umore

Quante volte ci siamo trovati con lo smartphone in “rosso” proprio nei momenti cruciali?
Quel fastidioso avviso di batteria scarica scatena una vera e propria reazione di ansia, ormai così diffusa da meritare un nome preciso: Low Battery Anxiety. E no, non è un fenomeno di nicchia, ma una condizione che ci riguarda pressoché tutti.

Quando la carica bassa diventa fonte di stress

Uno studio condotto da LG Electronics, che ha coinvolto oltre 2.000 persone, ha rivelato come il 90% degli utenti si senta ansioso o stressato quando il livello della batteria scende sotto il 20%.
Il termine Low Battery Anxiety è stato coniato proprio da LG nel 2016 per descrivere l’insieme di comportamenti e stati emotivi legati alla paura di restare senza telefono.

Secondo i dati raccolti, una persona su tre arriva perfino a rinunciare a un’attività di svago pur di correre a ricaricare il proprio cellulare. Tra i più colpiti ci sono i Millennials (nati tra inizio anni ’80 e fine anni ’90): il 42% di loro preferisce ricaricare il telefono piuttosto che partecipare ad attività sociali.

Batteria giù, cortisolo su

Non si tratta solo di una preoccupazione passeggera: il calo di batteria genera un vero segnale di stress aumentando i livelli di cortisolo, l’ormone che il corpo rilascia in risposta a situazioni di tensione.

In quei momenti, spiega lo studio, l’attenzione si sposta completamente sulle necessità del dispositivo, relegando in secondo piano i nostri veri bisogni.

Umore e relazioni… a rischio

Anche la società di analisi Counterpoint Research, in una ricerca del 2023, ha confermato il legame tra stato della batteria e benessere emotivo: il 65% degli intervistati ha dichiarato che l’umore cambia visibilmente in base alla durata residua della batteria.

Non solo. Uno smartphone scarico può influenzare anche i rapporti personali: il 60% delle persone ammette di essere stato irraggiungibile a causa della batteria esaurita, situazione che può essere scambiata per un tentativo di “ghosting”.
A peggiorare il quadro, il 23% degli intervistati – secondo quanto evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” – racconta di aver avuto veri e propri litigi con il partner per mancati messaggi o chiamate dovuti a un telefono spento.

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L’inflazione cambia le abitudini: liquidità non è più sinonimo di sicurezza

Negli ultimi anni, la gestione del risparmio da parte degli italiani ha subito una profonda trasformazione. Il tradizionale attaccamento al denaro “parcheggiato” in banca sta lasciando spazio a un approccio più dinamico, ma anche più prudente. Secondo il Rapporto “Pragmatismo e progresso” realizzato da Censis in collaborazione con Assogestioni, l’84,5% degli italiani ha risparmi o riesce a risparmiare, ma il 70,2% ritiene che mantenere tutto in contanti non sia più una scelta sicura.

Il biennio segnato da forti spinte inflazionistiche ha messo in discussione l’idea che la liquidità rappresenti un porto sicuro. Oggi, il 54,7% dei risparmiatori cerca di conservare solo il necessario in contanti, destinando il resto a forme di investimento.

Investire sì, ma con cautela

Cresce l’interesse verso investimenti con orizzonti temporali più lunghi: il 60% degli italiani è disposto a vincolare i propri risparmi per almeno cinque anni, in netta crescita rispetto al 47,9% del 2022. Tuttavia, il clima economico incerto rende la popolazione più prudente: ben l’88,1% si dichiara attento e riflessivo nelle proprie scelte finanziarie.

Risparmio come leva per realizzare i propri obiettivi

Non più solo una “scorta per le emergenze”, ma un mezzo per costruire il futuro: per l’82,8% degli italiani, risparmiare significa potersi permettere sogni e progetti di vita. Il 79,5% investe pensando alla propria sicurezza futura – pensione, salute o il benessere di figli e nipoti – mentre il 64,8% usa i risparmi per acquisti importanti, come casa e auto.

ESG, sostenibilità che piace anche al portafoglio

Nonostante lo scetticismo di alcuni attori internazionali, l’interesse verso gli investimenti sostenibili continua a crescere: il 63,3% degli italiani è favorevole a investire in prodotti ESG, rispetto al 52,5% registrato nel 2021. Il 22,8% li sceglie come opzione primaria, mentre un ulteriore 40,5% li valuta con favore.

Rischi digitali e tentativi di truffa 

L’evoluzione tecnologica porta con sé anche nuove minacce. Quasi la metà degli italiani (47,8%) ha ricevuto proposte fraudolente legate al trading online, e il 59,5% ha visto pubblicità ingannevoli che promettono alti guadagni con bassi investimenti. Inoltre, il 51,9% ha ricevuto messaggi sospetti per ottenere dati finanziari personali.

Consulenti finanziari per la gestione del risparmio

Per molti risparmiatori, affidarsi a un professionista è la scelta giusta. Il 29,2% investe tramite un consulente, instaurando rapporti di fiducia che spesso durano nel tempo: il 27,3% ha lo stesso referente da oltre 10 anni. E non solo: il 31,9% si avvicinerebbe a strumenti più complessi, come il trading online, solo con la guida di un esperto.

Capire come investire

L’interesse per l’educazione finanziaria è alto: il 58,8% degli italiani vorrebbe migliorare le proprie competenze, in particolare i giovani (62,5%) e gli adulti (63,7%). Anche chi non è interessato ad approfondire, nel 68,6% dei casi si affiderebbe a un consulente per sentirsi più sicuro.

Occhio alle promesse troppo belle per essere vere

Gli italiani si dimostrano prudenti anche davanti a offerte apparentemente vantaggiose. L’81,9% rifiuta conti deposito con rendimenti “troppo alti”, il 79% diffida delle app di trading con promesse miracolose, e il 77,1% è scettico verso gli investimenti in criptovalute non regolamentati.

Come sottolinea Fabio Galli, Direttore Generale di Assogestioni, “comprendere le dinamiche del risparmio familiare è essenziale per valorizzare le scelte finanziarie degli italiani, costruendo un sistema solido e trasparente”.

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Vino: i giovani spendono di più e sostengono il mercato premium

In un contesto generalizzato di calo dei consumi, che vede il quarto anno consecutivo di contrazione in Italia e terzo negli Stati Uniti, che insieme rappresentano il 60% del fatturato complessivo delle vendite di vino italiano, il mercato deve sapere intercettare le fasce più giovani della popolazione.

Per il vino italiano Millennials e GenZ rappresentano la terra promessa di un ricambio generazionale. Sì, perché gli under44 spendono di più. E di fatto tengono a galla un mercato premium minacciato dalla retromarcia di Boomer e GenX.
È la fotografia dei consumatori di vino under44 italiani e americani scattata dall’Osservatorio Uiv-Vinitaly su base Iwsr.

Under 44 italiani e americani a confronto

In Italia il profilo dei consumatori di vino per età rispecchia la distribuzione anagrafica della popolazione (legal drinking age), con gli under44 a quota 35%, mentre negli Usa Millennials e GenZ raggiungono quota 47%.

Anche rispetto a frequenza di consumo e quantità viene smentita la convinzione che vede i giovani più inclini a un consumo saltuario. In entrambi i Paesi la tendenza (80%) a ridurre il consumo a 2-3 volte al mese appare egualmente distribuita tra le diverse fasce d’età.
Sul fronte delle quantità, sia negli Usa sia in Italia, la quota di chi beve abitualmente due o più bicchieri di vino è più elevata tra i giovani che tra gli over44.

Il connubio con il cibo resta importante ma perde centralità

Si dimostra poi falsa la convinzione che “i consumi scendono per colpa dei giovani”. In America sono proprio i consumatori maturi a tirare il freno a mano.
In Italia il calo sembra più trasversale e intergenerazionale e coinvolge oltre un quarto della popolazione (27%) in entrambi i cluster d’età.
Anche qui, però, a calmierare in parte il calo sono proprio gli under44: 14% hanno aumentato il consumo, 7% nella fascia over44.

Il connubio vino e cibo rimane importante, ma sembra perdere centralità per i young winelover . Se è vero che “il vino esalta il cibo” per gli over44, scendono sotto la metà quelli che si riconoscono in questa affermazione tra Millennials e GenZ.
Di contro, nel Belpaese la quota dei giovanissimi che vede il vino come un “fashion statement” è esattamente il doppio (56%) di quella dei boomer (28%), e anche i Millennials staccano i GenX (45% contro il 29%).

Young winelover infedeli ai brand

Circa il 31% del valore complessivo degli acquisti di vino in America è attribuibile a prodotti in fascia Ultra Premium (60% under44).
Diversa la situazione in Italia, dove i vini di alta gamma valgono solo il 10% degli acquisti, ma realizzati anche qui per circa la metà dai giovani consumatori.

Sia i giovani americani sia italiani, se paragonati alle fasce d’età più elevate, si dichiarano meno fidelizzati a specifici brand.
Gli infedeli sono circa uno su due tra gli under44, mentre scendono a un terzo superata questa soglia d’età.

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Sostenibilità: gli italiani vogliono più aree verdi nelle città

Per l’87% degli italiani è importante avere un’area verde vicino al luogo in cui si vive o si lavora. Le aree verdi non sono solo elementi centrali dell’identità e del benessere urbano, o luoghi di svago e relax a contatto con la natura per evadere dalla frenesia dei centri abitati. Sono anche strategiche per mitigare la temperatura e gli eventi climatici estremi (82%).

Per questo motivo, l’83% degli italiani ritiene prioritario l’aumento delle superfici verdi all’interno delle città. Soprattutto a Palermo (94%), Bari (93%) e Genova (91%).
Viceversa, Roma, Bologna e Firenze (80%), Milano (78%) e Torino (75%) registrano consensi inferiori per l’incremento delle aree verdi. Lo certifica il Pulsee Luce e Gas Index, sviluppato da Pulsee Luce e Gas insieme a NielsenIQ.

Spazi fondamentali per il benessere personale

Il 90% degli italiani ritiene le aree verdi fondamentali per il proprio benessere, con ricadute dirette sulla qualità della vita.
Tra i benefici maggiori figurano la riduzione dello stress e il miglioramento dell’umore (65%), la possibilità di respirare aria meno inquinata (54%) e di avere un rapporto più stretto con la natura (50%).
Dal punto di vista dell’utilizzo degli spazi, l’attività principale è passeggiare (83%), seguito dalla lettura (24%), attività sociali (10%) e sport (17%).

Quasi la metà degli intervistati frequenta le aree verdi da solo, oppure in modo conviviale, specialmente insieme al partner (43%), amici (35%) e figli (23%).
Dalla ricerca emergono poi anche i margini di miglioramento nella gestione del verde urbano, da tenere in considerazione per consentirne una fruizione piacevole e di qualità per i cittadini.

Aspetti da migliorare: pulizia, manutenzione, illuminazione notturna

Tra gli aspetti su cui lavorare con più attenzione, emergono la pulizia (41%), la manutenzione (40%), l’illuminazione notturna (39%) e la sicurezza (35%). Anche se per il 41% degli italiani la mancanza di tempo libero costituisce il principale ostacolo a una maggiore frequentazione delle aree verdi.
Il desiderio di maggiori spazi dedicati alla natura si accompagna poi a una crescente curiosità per il mondo vegetale.

Il 48% del campione afferma infatti di avere poche conoscenze sulle piante e sul loro ruolo negli ecosistemi urbani, ma il 57% si dichiara aperto a incrementare le proprie competenze botaniche tramite cartelli informativi, applicazioni specifiche (21%) e guide/visite organizzate (10%).

L’importanza dei programmi di riqualificazione

La conoscenza dei programmi di riqualificazione delle aree verdi però è limitata (21%), nonostante vengano considerati importanti per migliorare la reputazione dell’amministrazione e la percezione di una città (87%).
In ogni caso, per l’85% degli italiani le aree verdi sono parte integrante dell’identità cittadina e, per il futuro, ci si aspetta non solo un loro aumento (28%), ma anche più sorveglianza (22%), e un miglioramento delle caratteristiche sostenibili a esse associate (16%).

In particolare, un utilizzo più efficiente delle risorse idriche e l’impiego di fonti rinnovabili, ad esempio, per l’illuminazione.
Senza dimenticare la centralità degli spazi green per rendere i contesti urbani ed extraurbani facilitatori nel raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione.

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