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Diversity, equity, inclusion: come comunicare l’impegno?

Le imprese hanno compreso che la valorizzazione delle differenze non è solo una questione etica, ma rappresenta un significativo vantaggio competitivo.
Il tema della Diversity, Equity & Inclusion (DE&I) ha assunto progressivamente un ruolo centrale nelle strategie aziendali, ma nonostante questa consapevolezza molte aziende continuano a interrogarsi sull’opportunità di comunicare esternamente le proprie iniziative in ambito DE&I, prediligendo una comunicazione interna delle stesse.

All’opposto, alcuni brand hanno deciso di schierarsi apertamente nella promozione dei principi DE&I, ottenendo una risposta incerta e non pienamente efficace da parte del pubblico. Come uscire da questa impasse?

Parità di genere

Uno dei temi che rientrano nell’ambito delle politiche DE&I è la parità di genere.
Secondo una ricerca di Eumetra, oltre a essere richiesto dalle persone (62% donne, 39% uomini), l’impegno delle imprese nell’affrontare la parità di genere contribuisce positivamente a migliorare la reputazione aziendale (40% donne, 29% uomini).

Le motivazioni per cui le imprese dovrebbero parlare di parità di genere? Favorire un ambiente più inclusivo e collaborativo, incrementare il benessere e coinvolgimento dei dipendenti, esprimere l’impegno a favore della collettività, attrarre le nuove generazioni.
Tutto ciò si traduce anche in benefici economici, perché un ambiente più equo e motivante aumenta la produttività, riduce il turnover, attira talenti e investitori, rafforza la fidelizzazione e il vantaggio competitivo.

Un potente strumento per rafforzare la reputazione aziendale

Tuttavia, comunicare male o in modo incoerente provoca la percezione che si tratti solo di una moda o di social washing, mettendo a rischio la credibilità e l’autenticità dell’impegno dichiarato.
Inoltre, oggi in generale le persone si sentono poco rappresentate dalla pubblicità, sia in termini di genere sia di età. Solo 1 persona su 5 ritiene che le pubblicità rappresentino il proprio genere.

E il quadro peggiora in riferimento alle generazioni: Gen Z e Boomer sono le generazioni che si riconoscono meno nella comunicazione pubblicitaria dei brand, forse perché la comunicazione pubblicitaria in molti settori fa ancora largo uso di luoghi comuni.
Al contrario, le campagne che evitano stereotipi ispirano maggiore fiducia nel marchio. Lo sostiene il 66% degli intervistati, soprattutto donne e appartenenti alla Gen Z.

Valutare la strategia di comunicazione in ottica CSR compliant

Per valutare le campagne di comunicazione in ambito DE&I, Eumetra ha sviluppato una metodologia basata su dati relativi al rapporto tra consumatori e imprese nei temi della Corporate Social Responsibility (CSR) che identifica gli asset più rilevanti e le aree di miglioramento.

La misura di quanto il brand stia agendo in modo efficace e di come migliorare la propria strategia di comunicazione DE&I è fornita dall’applicazione della metodologia Eumetra, che consente di verificare la coerenza tra dichiarazioni e azioni, rafforzando l’autenticità del messaggio e l’impatto della comunicazione.
Attraverso questa valutazione, le aziende possono comprendere quanto il loro brand sia percepito come inclusivo, quali elementi migliorare, e quali risultati aspettarsi da una strategia di comunicazione più inclusiva ed efficace.

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Emergenza casa: un problema per 10 milioni di famiglie

Acquistare un’abitazione nelle principali città italiane è diventato impossibile per circa 10 milioni di famiglie con un reddito inferiore ai 24.000 euro annui. A evidenziarlo è il rapporto congiunturale dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (Ance), che lancia l’allarme sull’accessibilità abitativa. Secondo l’analisi, la spesa per il mutuo può arrivare a incidere fino al 50% del reddito disponibile e, per le fasce meno abbienti, persino oltre i due terzi.

Le città con il più alto livello di inaccessibilità sono Milano, seguita da Roma e Firenze. Qui i prezzi delle case sono fuori portata per la maggior parte delle famiglie a reddito medio-basso, rendendo l’acquisto di un immobile un obiettivo sempre più irraggiungibile.

Affitti alle stelle

Se l’acquisto è proibitivo, anche il mercato degli affitti non offre alternative migliori. Secondo il rapporto Ance, il costo medio di un canone nelle grandi città può superare il 40-50% del reddito di una famiglia, percentuale che sale ancora di più per i nuclei con minori disponibilità economiche. Ancora una volta, Milano, Roma e Firenze risultano le città più costose per chi cerca una locazione.

Ovviamente questa situazione ha un forte impatto sociale, come sottolinea Federica Brancaccio, presidente di Ance: “È evidente che la difficoltà di accesso alla casa non solo compromette la qualità della vita delle persone, ma limita anche la mobilità lavorativa e la crescita economica. Ne risentono studenti, giovani lavoratori e famiglie, creando un circolo vizioso che ostacola lo sviluppo del Paese”.

Proposte per un rilancio dell’accessibilità abitativa

Per affrontare il problema, Ance e Confindustria hanno avanzato una serie di proposte basate su tre direttrici fondamentali. Innanzitutto servirebbe una riforma urbanistica per una semplificazione delle norme che regolano l’edilizia e la pianificazione territoriale. In secondo luogo sono auspicabili incentivi fiscali, destinati alle imprese che contribuiscono a sostenere i costi abitativi dei propri dipendenti.
Infine, strumenti finanziari innovativi, che permettano di convogliare capitali pubblici e privati verso progetti di edilizia residenziale di pubblica utilità, riducendo i rischi per gli investitori.

Il settore delle costruzioni oltre il 2026

Oltre all’emergenza abitativa, Ance solleva preoccupazioni anche sul futuro del settore delle costruzioni. Con la conclusione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) prevista per il 2026, il comparto rischia una nuova recessione simile a quella del 2011.

Secondo le stime dell’Osservatorio, il PNRR rappresenta oggi circa il 30% del totale degli investimenti in opere pubbliche, per un valore di circa 30 miliardi di euro. Senza misure correttive, il rischio è che, a partire dal 2028, si assista a un brusco rallentamento dell’attività edilizia, con effetti negativi sull’occupazione e sull’innovazione nel settore.
Ance avverte che il Paese non può permettersi di interrompere il processo di modernizzazione avviato con i fondi europei. La sfida, dunque, sarà quella di garantire una transizione graduale oltre il PNRR, evitando che il settore delle costruzioni cada nuovamente in una fase di crisi strutturale.

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AI: quali saranno le sfide nel 2025?

I governi di tutto il mondo stanno cercando di trovare un equilibrio tra innovazione, equità sociale e sicurezza, ma il percorso è ancora lungo. La capacità di rispondere in modo efficace alle sfide dell’AI dipenderà dalla cooperazione globale e dalla volontà politica di investire in un futuro più inclusivo.
ONU e OCSE stanno lavorando per creare standard comuni per l’adozione dell’AI su scala mondiale. Nel 2024, il Forum Globale sull’AI ha riunito leader mondiali per discutere sulla governance algoritmica e la giustizia sociale.

Le implicazioni dell’AI vanno infatti ben oltre il mondo del lavoro, e un aspetto centrale è lo sviluppo di regolamentazioni per garantirne un uso etico e responsabile.
L’Unione Europea, ad esempio, ha introdotto l’AI Act, un quadro normativo che classifica le applicazioni in base al rischio, imponendo requisiti più stringenti per settori sensibili come Sanità e Finanza.

Regolamentare per garantire un’etica inclusiva

Questo approccio mira a bilanciare l’innovazione con la tutela dei diritti umani, inclusa la privacy e la non-discriminazione.
Negli Stati Uniti la Blueprint for an AI Bill of Rights propone principi per proteggere i cittadini dall’uso improprio dell’AI, come l’uso discriminatorio negli algoritmi di assunzione. Cina e India, invece, stanno adottando modalità centralizzate di regolamentazione, puntando al controllo delle tecnologie e alla protezione dei dati dei cittadini.

D’altronde, l’automazione sta rimpiazzando mansioni ripetitive in settori come produzione, logistica e servizio clienti. E i governi investono in programmi di riqualificazione e formazione per aiutare i lavoratori ad adattarsi

Riqualificazione della forza lavoro e reddito universale

In Germania sono stati stanziati fondi per il programma ‘Skills for the Future’, che fornisce corsi di formazione per le competenze digitali avanzate, in Giappone l’iniziativa ‘Society 5.0’ punta a integrare tecnologie avanzate nei settori economici e sociali, accompagnando la trasformazione con programmi educativi mirati. E in India il programma ‘Digital India’ mira a formare giovani e professionisti con l’obiettivo di creare una forza lavoro altamente qualificata.

Ma le implicazioni sociali dell’AI richiedono un ripensamento dei sistemi di welfare e delle tutele lavorative. I governi stanno considerando strumenti come il reddito universale e nuove normative per garantire la sicurezza economica dei lavoratori

Tutela dei lavoratori e massicci investimenti

Finlandia e Canada hanno sperimentato programmi pilota di reddito universale per valutare la possibilità di offrire un sostegno finanziario stabile a chi perde il lavoro a causa dell’automazione. E in Francia si ‘ritocca’ il diritto del lavoro per includere regolamentazioni sull’uso di algoritmi nelle decisioni di assunzione e licenziamento.

Ma oltre ai rischi, molti governi vedono l’AI come una leva per la crescita economica e la competitività internazionale.
Per questo stanno investendo in infrastrutture e progetti di ricerca, riferisce Agi. Negli USA, il CHIPS and Science Act del 2022 continua a dedicare fondi alla ricerca e alla costruzione di supercomputer avanzati. In Cina massicci investimenti sono destinati a start-up tecnologiche e infrastrutture di calcolo, mentre i programmi europei Horizon Europe dedicano miliardi di euro allo sviluppo dell’AI sostenibile e inclusiva.

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Come si cerca, si compra e si vende nell’era digitale?

Oggi la fase iniziale del processo di acquisto avviene principalmente online. Il Global Consumer Insights Pulse Survey June 2023 conferma questa tendenza. Prima di effettuare un acquisto i consumatori, soprattutto i membri della Generazione Z, consultano i motori di ricerca (54%), cercano su Amazon ( 35%), visitano il sito web dell’azienda (34%), si rivolgono ai social media (31%) o interrogano un sito di comparazione prezzi (29%).

Questo fa sì che oggi i clienti siano sempre più informati ed esigenti, proprio perché si documentano autonomamente prima di entrare in contatto diretto con le aziende. Che sebbene dispongano di una vasta gamma di strumenti digitali per interagire con la clientela, devono affrontare un mercato ogni giorno più competitivo.

La morte del “porta a porta”

In questo scenario, l’approccio di vendita  ‘porta a porta’ è ormai un lontano ricordo. 

“Le aziende oggi non possono limitarsi a presentare un prodotto o un servizio – afferma Alberto Frisoni, ceo di Sales Process Italia -. Devono saper interagire con il cliente, offrire soluzioni su misura e guidarlo in un percorso d’acquisto, che rispetto al passato, è molto più dinamico e complesso. Le tecnologie digitali, inoltre, hanno trasformato il processo di vendita in un’esperienza interattiva che si sviluppa su più canali, dai motori di ricerca ai social network. Ciò impone una preparazione solida e una strategia mirata”.

La tecnologia semplifica il processo di vendita. O no?

Il processo di vendita di un’azienda si articola in diverse fasi, che vanno dalla generazione dei potenziali clienti alla chiusura del contratto, passando per la qualificazione e la personalizzazione dell’offerta.
Tuttavia, nell’odierno panorama competitivo, un processo di vendita ben definito aiuta a migliorare le conversioni e a garantire un’sperienza positiva e coerente per ogni cliente.

Non si tratta più di una semplice sequenza di azioni, ma di un sistema preciso e integrato che guida l’azienda e il cliente lungo tutto il percorso d’acquisto. Creare un processo di vendita scalabile e ripetibile può essere difficile, soprattutto perché ogni azienda, team di vendita e pubblico di destinazione è unico.

Con la conclusione di un affare inizia la relazione col cliente

Raccogliere nuovi contatti all’inizio del processo di vendita è una fase fondamentale per l’azienda, che quotidianamente utilizza strumenti come Facebook, Instagram, YouTube, Google e LinkedIn, insieme alla pubblicità per attrarre nuovi potenziali clienti.
Verificare se il potenziale cliente è adatto all’offerta dell’azienda, e se è pronto per proseguire nel percorso di vendita, è la seconda fase del processo, a cui segue la raccolta di informazioni sul cliente da parte del team di vendita. 

Utilizzando strumenti digitali, riporta Quotidiano.net, l’azienda effettua una presentazione/dimostrazione del prodotto/servizio. Durante la trattativa finale, il cliente potrebbe sollevare alcuni dubbi a cui l’azienda deve saper rispondere efficacemente. Nella fase finale si conclude l’accordo. Ma anche dopo la chiusura, è importante mantenere una relazione con il cliente per favorirne la fidelizzazione.

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Micro-aggressioni sul posto di lavoro: quando il linguaggio diventa un’arma

Non ci sono solo mobbing, demansionamento o episodi macroscopici a turbare la pace dei lavoratori durante le ore dedicate alla professione. Ci sono anche le micro-aggressioni. Ma di cosa si tratta? Questi sono atteggiamenti, espressioni verbali o comportamenti che trasmettono messaggi ostili o denigratori.

Spesso subdole e difficili da individuare, tali dinamiche possono generare frustrazione e senso di impotenza sia in chi le subisce sia in chi vi assiste. Vengono spesso minimizzate da chi le mette in atto con frasi come “era solo una battuta”, rendendo ancora più complessa la loro identificazione.

Un fenomeno diffuso, ma poco riconosciuto

Secondo un’indagine condotta da Nespresso con il coinvolgimento della business community di LinkedIn, il 62% degli intervistati ha dichiarato di essere stato vittima di micro-aggressioni, mentre il 70% ha assistito a episodi di questo tipo almeno una volta. I commenti più frequenti si concentrano sul genere (41%), seguiti da discriminazioni legate all’età (18%) e all’aspetto fisico (15%). Queste manifestazioni di sessismo, ageismo e bodyshaming spesso passano inosservate o non vengono classificate come discriminazioni, a causa di una scarsa consapevolezza del fenomeno nei luoghi di lavoro.

Nonostante ciò, l’impatto emotivo è significativo: più di una persona su quattro riferisce di provare disagio e rabbia in seguito a episodi di micro-aggressioni. La loro banalizzazione contribuisce a perpetuare un clima di insicurezza e mancanza di rispetto, ostacolando la costruzione di ambienti lavorativi inclusivi.

Serve un cambiamento culturale 

Simona Liguoro, Direttrice HR di Nespresso Italiana, sottolinea l’importanza di affrontare il tema delle micro-aggressioni all’interno delle aziende: “Questo fenomeno, spesso sottovalutato, richiede un impegno chiaro nel tracciare confini e promuovere una cultura del rispetto e dell’inclusione”.

Per approfondire il fenomeno e stimolare un cambiamento, l’indagine è stata realizzata con il supporto di Chiara Bisconti, consulente in risorse umane, e Valentina Dolciotti, esperta di diversità e inclusione e fondatrice di DiverCity magazine.

Obiettivo: un ambiente inclusivo

L’obiettivo dello studio è creare maggiore consapevolezza e fornire strumenti concreti per riconoscere e affrontare le micro-aggressioni. Come evidenziato da Chiara Bisconti, è essenziale investire nella formazione, promuovere dialoghi aperti e attivare pratiche di ascolto all’interno delle aziende. Solo così è possibile trasformare i luoghi di lavoro in comunità coese, dove rispetto, supporto reciproco e collaborazione siano alla base delle relazioni professionali.

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Per gli italiani lo sport è una medicina per la mente

Per gli italiani lo sport è come una medicina per la mente. Tanto che il 64% dei nostri connazionali pratica attività sportiva per star bene non solo a livello fisico, ma soprattutto mentale. Quota che sale al 68% se si considerano gli under 25.

Insomma, è il benessere la molla che fa muovere gli italiani, soprattutto i più giovani. Lo evidenzia la prima edizione dello studio condotto da Eumetra dedicato a Sportivi & Consumi. Uno studio che ha l’obiettivo di fornire un’istantanea degli ultimi tre mesi delle abitudini sportive degli italiani, in particolare, di chi pratica attività sportiva almeno una volta a settimana.

Yoga e pilates le disciplina più praticate

“In un mondo sempre più complesso, veloce e caotico – spiega Matteo Lucchi, ceo di Eumetra – l’attività fisica diventa un rifugio, un’oasi di benessere personale per riconnettersi con i propri bisogni. Una tendenza confermata anche dalle tipologie di attività praticate”.

Infatti, se fino a poco tempo fa la classica partita di calcetto con gli amici era, almeno per gli uomini, la principale occasione di movimento, oggi le discipline più praticate nel nostro Paese, ovvero, una volta a settimana per il 12% del campione, sono lo yoga e il pilates, attività che mettono al centro il benessere psicofisico dell’individuo, e che superano persino il nuoto.

Uomini fanatici e giovani prestanti

Quello degli sportivi però non è un universo omogeneo. Lo studio Eumetra mette infatti in luce la presenza di quattro diversi identikit, con caratteristiche sociodemografiche e comportamentali ben definite.

Nel primo cluster rientra il 41% degli sportivi, che può essere considerato ‘fanatico’. Si tratta in prevalenza di uomini, sui 40 anni, che vivono in contesti urbani, praticano sport diversi, più volte la settimana, sacrificando spesso la pausa pranzo. Particolarmente attenti all’alimentazione, si concentrano sull’aspetto competitivo dello sport e sul miglioramento delle prestazioni.

Il secondo identikit, con una percentuale del 17%, riguarda in prevalenza giovani sotto i 25 anni, per i quali lo sport è sinonimo di prestanza fisica.
Questo gruppo predilige le discipline individuali e pratica attività spinto dalla passione e dalla voglia di migliorarsi.

Questione di peso o semplicemente voglia di muoversi

Il 23% rientra nella categoria ‘riparatore, o meglio, ‘riparatrice’. Si tratta infatti nella larga maggioranza dei casi di donne, che praticano attività fisica per questioni di peso e salute.

Non particolarmente soddisfatte del loro aspetto, considerano lo sport anche come un momento di svago e un’occasione per dedicare del tempo a sé stesse.
C’è poi un 20% di persone spinto dal semplice bisogno di muoversi. Questo segmento è composto in prevalenza da persone mature, over 55, ancora attive, che si dedicano all’attività sportiva per prevenire gli acciacchi dell’età, ma anche per socializzare e condividere momenti di svago.

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Italiani, media e informazione: perché è un rapporto controverso?

Nel contesto complicato degli ultimi anni, tra crisi economica e politica, guerre e conflitti, preoccupazione per il cambiamento climatico, l’ambiente, la salute e i diritti civili, il ruolo dell’informazione per gli italiani è sempre più cruciale e controverso.
Tra i diversi media, negli ultimi anni il web è diventato una fonte informativa sempre più rilevante per quasi un italiano su due, una percentuale che dal 2019 cresce del 33%.

Ma quando si tratta di media e informazione cosa si aspettano gli italiani? Soprattutto, trasparenza e sincerità (24%), autenticità e verità (22%), e fiducia (22%). È quanto rilevano gli ultimi dati forniti da GfK Sinottica.

Motori di ricerca: le fonti digital più importanti per informarsi

Motori di ricerca (28%), social network (21%), siti e web app di TV (16%), sono i principali riferimenti per l’informazione digitale degli italiani.
A questi seguono siti o app web di quotidiani (12%), aggregatori di notizie e portali (10%), testate giornalistiche online (8%), e siti o web app di radio (5%).

Secondo i dati di GfK Sinottica, il 44% degli italiani dichiara di venire a conoscenza di notizie e informazioni in primo luogo dai social network, un dato in crescita del +9% rispetto ad aprile 2023.

La notizia corre sui social network

Se le notizie si apprendono prima di tutto dai social network., tuttavia, solo il 20% degli italiani dichiara di avere un livello di fiducia alto rispetto all’attendibilità dei social come fonte informativa.

I social network, infatti, si posizionano al terzo posto per attendibilità, in una classifica che vede TV e stampa ai primi posti. Dell’informazione digitale, soprattutto di quella veicolata attraverso i social network, un italiano su tre mette in dubbio la precisione e l’affidabilità delle notizie riportate.

Oggi più di ieri Internet si utilizza soprattutto per svago

Quello che emerge dall’analisi di GfK Sinottica è la tendenza degli italiani a utilizzare sempre di più l’ecosistema digitale per soddisfare il proprio bisogno di ‘leggerezza’ e relazioni sociali.

Cresce infatti la percentuale di chi utilizza Internet per restare in contatto con amici e familiari (22% vs 19% 2022), o per intrattenimento (22% vs 19%), così come per acquistare o pagare prodotti e servizi (12% vs 11%) e svolgere la propria attività lavorativa o di studio (13% vs 10%). Al contrario,  cala in modo significativo l’utilizzo di Internet come fonte informativa, che passa dal 41% del 2022 al 31%.

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Podcast e audiolibri: un mercato da 17,6 milioni di ascoltatori

Nel 2024 in Italia gli ascoltatori di podcast e audiolibri sono 17,6 milioni, quasi il 30% della popolazione, 700mila in più rispetto al 2023 (+4%). Da solo il podcast ne raccoglie 17,2 milioni, oltre 800mila in più (+5%).
Dal 2018 a oggi, infatti, si stima per il podcast una crescita del 67%, passando da 10,3 milioni ai 17,2 milioni di ascoltatori di quest’anno.

Ma chi sono gli ascoltatori di podcast? Si tratta in prevalenza di uomini, tra 25 e 34 anni, molto connessi (oltre 4 ore al giorno passate su Internet) ed equamente distribuiti in tutto il Paese.
Emerge dall’ultima ricerca di NielsenIQ per Audible, presentata nell’ambito di PodTrends, l’evento organizzato da Audible e Amazon Music.

Il segreto è il multitasking

Dietro questa crescente presenza dei podcast nella dieta mediatica, per il 68% degli intervistati c’è la possibilità di poter ascoltare in modalità multitasking, ovvero mentre si fa altro. Apprezzata anche l’opportunità di poter scegliere le news da ascoltare o gli argomenti da approfondire (44%), senza dover affaticare la vista (35%).

Anche quest’anno, poi, la casa si conferma il luogo preferito per l’ascolto (72%), seguita dall’ascolto durante gli spostamenti (59%), soprattutto in macchina (36%), sui mezzi pubblici e camminando per strada (24%).
Ma il momento migliore per ‘un podcast’ è quando si rientra dal lavoro, o prima di dormire, e nel weekend.

Sul podio approfondimento, informazione, inchiesta 

Quest’anno a crescere, tuttavia, non è solo il numero degli ascoltatori, ma anche il tempo dedicato all’ascolto di podcast.
In media, una sessione di ascolto dura quasi 25 minuti, 4 minuti in più rispetto allo scorso anno, e mediamente i podcast vengono ascoltati quasi 5 volte al mese.
Per il 48% del campione l’ascolto dei podcast è un appuntamento settimanale, mentre per l’11% è un’ abitudine quotidiana.

Se, invece, si guarda al tipo di contenuti, sono i podcast di approfondimento (47%) a primeggiare, seguiti sul podio da informazione (45%) e inchiesta (36%). Attrattivi anche l’intrattenimento (34%) e true-crime (29%).

Si sceglie in base all’argomento, il narratore e l’autore

Se i principali veicoli di informazione per i podcast da ascoltare restano i social, compreso WhatsApp, e il passaparola, aumenta l’impatto dei siti degli editori per scoprire nuovi contenuti (34%). Rilevanti per la scelta finale sono tema (75%), narratore (53%) e autore (51%).
In generale informarsi, scoprire nuovi contenuti e approfondire argomenti specifici rimangono i principali motivi che guidano l’ascolto. Tra le barriere, invece, diminuisce la difficoltà nella ricerca (8% dal 21%).

Sebbene i podcast vantino un buon livello di fedeltà, riporta Askanews, attualmente chi li abbandona lo fa perché li trova noiosi. Tra le ragioni di chi invece non ascolta affatto podcast emergono la preferenza di altre modalità di informazione/intrattenimento (62%), la non conoscenza del mezzo (24%) e il non trovare titoli di proprio interesse (8%).

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Vacanze estive: staccare la spina o dare slancio alla carriera?

Tempo di vacanze e relax: dopo un anno di lavoro è arrivato il momento per staccare la spina e prendere una pausa dalla routine quotidiana. Può capitare, però, che questa pausa diventi una fonte di stress, magari per chi ha un ruolo manageriale e deve gestire una serie di responsabilità, che spesso non vanno in vacanza.

Inoltre, avere ben chiari gli obiettivi professionali è fondamentale per capire se la propria carriera sta andando nella direzione desiderata, o se è necessario cambiare qualcosa. E questo periodo può essere il momento ideale per iniziare queste riflessioni e a settembre ripartire con il piede giusto.
L’estate rappresenta infatti anche il momento ideale per dare uno slancio alla carriera e investire sul proprio percorso professionale.

Il momento giusto per valutare eventuali cambiamenti

In vacanza potrebbe essere utile dedicare un po’ di tempo a valutare eventuali cambiamenti da mettere in atto al rientro. Avere più tempo libero aiuta a visualizzare meglio il proprio percorso professionale e le proprie aspettative, e in caso ci sia qualcosa di non soddisfacente, trovare alternative.

“I mesi estivi, spesso meno colmi di impegni, possono essere utili per seguire un corso o studiare i grandi temi attuali – precisa Marta Arcoria, Hr Manager di Hunters Group -: quelli che possono fare la differenza quando si incontra un’azienda, ovvero, Intelligenza artificiale, tecnologia, innovazione o una particolare lingua straniera”.

Non controllare la mail!

Ma come staccare la spina? Quando si è in ferie, no alla connessione 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Controllare le mail come se si fosse in ufficio e voler essere costantemente aggiornati su quello che accade sarà solo una fonte di stress. Meglio farsi aggiornare al rientro.

Circoscrivere il tempo che si vuole dedicare al lavoro in vacanza aiuta a non farsi prendere dall’ansia del distacco dall’ufficio.
Ogni manager che si rispetti ha un suo braccio destro con cui si alterna durante le vacanze.
Il periodo estivo, quindi, è un ottimo momento per responsabilizzare il proprio team.

Disattivare le notifiche

“Il mio consiglio è molto semplice, quasi banale: cercare, per quanto possibile, di non portarsi il lavoro in villeggiatura o a casa – aggiunge Arcoria -. Non significa che si debba sparire, soprattutto quando si ricoprono ruoli manageriali o si è a capo di un’azienda o di un team, ma ci sono piccoli accorgimenti che possono fare la differenza. Ad esempio, disattivare le notifiche dei vari account di posta, in modo che in caso di necessità si potrà essere disponibili al telefono”. 

In questo modo, le giornate non saranno scandite dall’arrivo di messaggi continui, che nella maggior parte dei casi, sarebbero letti quasi in real time.

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Università, quali sono le migliori e chi sono gli studenti?

Anche quest’anno il Censis ha pubblicato le classifiche delle università italiane, diventate ormai un punto di riferimento per l’orientamento di migliaia di studenti. L’analisi si basa sulla valutazione delle università, sia statali che non, suddivise per dimensioni, tenendo conto di vari fattori: strutture, servizi offerti, borse di studio, internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, e occupabilità.

A queste classifiche si aggiungono i ranking per le classi di laurea triennali, i corsi a ciclo unico e le lauree magistrali biennali, basati sulla progressione di carriera degli studenti e sui rapporti internazionali. In totale, si tratta di 70 graduatorie derivanti da 963 variabili, utili per aiutare i giovani e le loro famiglie a scegliere con consapevolezza il percorso formativo.

Nuovi iscritti, di più al Sud che al Nord

Le immatricolazioni per l’anno accademico 2023-2024 mostrano un leggero calo del 0,2%, corrispondente a 579 studenti in meno rispetto all’anno precedente. A livello territoriale, gli atenei del Sud e delle isole (+4,2%) e del Nord-Est (+1,2%) registrano un aumento degli iscritti, mentre al Centro (-3,6%) e nel Nord-Ovest (-2,5%) si osserva una diminuzione.

Per quanto riguarda le aree disciplinari, quella sanitaria e agro-veterinaria vede il maggior incremento di nuovi iscritti (+7,0%), trainata soprattutto dai corsi medico-sanitari e farmaceutici (+10,1%) e di scienze motorie e sportive (+5,5%). Anche l’area artistica, letteraria e dell’educazione registra un lieve aumento (+0,5%), grazie soprattutto ai corsi di educazione e formazione (+5,9%). Al contrario, le aree economica, giuridica e sociale e quelle delle discipline STEM mostrano entrambe una contrazione del 2,2%.

Più ragazze nelle discipline scientifiche

Un dato interessante riguarda l’aumento delle donne nelle discipline scientifiche. I nuovi iscritti maschi sono diminuiti del 1,1%, mentre le nuove iscritte sono aumentate dello 0,5%. Le studentesse sono cresciute non solo nei corsi tradizionalmente a vocazione femminile, ma anche in ambito medico-sanitario e farmaceutico (+10,0%) e nelle discipline STEM. Ad esempio, in architettura e ingegneria civile, le nuove immatricolate sono aumentate del 6,4% mentre i nuovi immatricolati sono diminuiti del 1,9%. Nelle discipline informatiche e ICT, le donne sono cresciute del 12,5% contro un aumento dell’1,2% degli uomini.

Padova al primo posto tra i mega atenei

Per quanto riguarda i mega atenei statali (oltre 40.000 iscritti), l’Università di Padova è al primo posto con 89,5 punti, seguita dall’Università di Bologna e dalla Sapienza di Roma. Tra i grandi atenei statali (20.000-40.000 iscritti), l’Università della Calabria si colloca al vertice, mentre tra i medi atenei statali (10.000-20.000 iscritti) primeggia l’Università di Trento. Nei piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti), l’Università di Camerino mantiene la prima posizione.

Nei politecnici, il Politecnico di Milano è al primo posto, mentre tra gli atenei non statali, la Luiss si distingue tra i grandi atenei, e la Libera Università di Bolzano tra i piccoli. 

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