Di tutto un pò…

Come si cerca, si compra e si vende nell’era digitale?

Oggi la fase iniziale del processo di acquisto avviene principalmente online. Il Global Consumer Insights Pulse Survey June 2023 conferma questa tendenza. Prima di effettuare un acquisto i consumatori, soprattutto i membri della Generazione Z, consultano i motori di ricerca (54%), cercano su Amazon ( 35%), visitano il sito web dell’azienda (34%), si rivolgono ai social media (31%) o interrogano un sito di comparazione prezzi (29%).

Questo fa sì che oggi i clienti siano sempre più informati ed esigenti, proprio perché si documentano autonomamente prima di entrare in contatto diretto con le aziende. Che sebbene dispongano di una vasta gamma di strumenti digitali per interagire con la clientela, devono affrontare un mercato ogni giorno più competitivo.

La morte del “porta a porta”

In questo scenario, l’approccio di vendita  ‘porta a porta’ è ormai un lontano ricordo. 

“Le aziende oggi non possono limitarsi a presentare un prodotto o un servizio – afferma Alberto Frisoni, ceo di Sales Process Italia -. Devono saper interagire con il cliente, offrire soluzioni su misura e guidarlo in un percorso d’acquisto, che rispetto al passato, è molto più dinamico e complesso. Le tecnologie digitali, inoltre, hanno trasformato il processo di vendita in un’esperienza interattiva che si sviluppa su più canali, dai motori di ricerca ai social network. Ciò impone una preparazione solida e una strategia mirata”.

La tecnologia semplifica il processo di vendita. O no?

Il processo di vendita di un’azienda si articola in diverse fasi, che vanno dalla generazione dei potenziali clienti alla chiusura del contratto, passando per la qualificazione e la personalizzazione dell’offerta.
Tuttavia, nell’odierno panorama competitivo, un processo di vendita ben definito aiuta a migliorare le conversioni e a garantire un’sperienza positiva e coerente per ogni cliente.

Non si tratta più di una semplice sequenza di azioni, ma di un sistema preciso e integrato che guida l’azienda e il cliente lungo tutto il percorso d’acquisto. Creare un processo di vendita scalabile e ripetibile può essere difficile, soprattutto perché ogni azienda, team di vendita e pubblico di destinazione è unico.

Con la conclusione di un affare inizia la relazione col cliente

Raccogliere nuovi contatti all’inizio del processo di vendita è una fase fondamentale per l’azienda, che quotidianamente utilizza strumenti come Facebook, Instagram, YouTube, Google e LinkedIn, insieme alla pubblicità per attrarre nuovi potenziali clienti.
Verificare se il potenziale cliente è adatto all’offerta dell’azienda, e se è pronto per proseguire nel percorso di vendita, è la seconda fase del processo, a cui segue la raccolta di informazioni sul cliente da parte del team di vendita. 

Utilizzando strumenti digitali, riporta Quotidiano.net, l’azienda effettua una presentazione/dimostrazione del prodotto/servizio. Durante la trattativa finale, il cliente potrebbe sollevare alcuni dubbi a cui l’azienda deve saper rispondere efficacemente. Nella fase finale si conclude l’accordo. Ma anche dopo la chiusura, è importante mantenere una relazione con il cliente per favorirne la fidelizzazione.

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Micro-aggressioni sul posto di lavoro: quando il linguaggio diventa un’arma

Non ci sono solo mobbing, demansionamento o episodi macroscopici a turbare la pace dei lavoratori durante le ore dedicate alla professione. Ci sono anche le micro-aggressioni. Ma di cosa si tratta? Questi sono atteggiamenti, espressioni verbali o comportamenti che trasmettono messaggi ostili o denigratori.

Spesso subdole e difficili da individuare, tali dinamiche possono generare frustrazione e senso di impotenza sia in chi le subisce sia in chi vi assiste. Vengono spesso minimizzate da chi le mette in atto con frasi come “era solo una battuta”, rendendo ancora più complessa la loro identificazione.

Un fenomeno diffuso, ma poco riconosciuto

Secondo un’indagine condotta da Nespresso con il coinvolgimento della business community di LinkedIn, il 62% degli intervistati ha dichiarato di essere stato vittima di micro-aggressioni, mentre il 70% ha assistito a episodi di questo tipo almeno una volta. I commenti più frequenti si concentrano sul genere (41%), seguiti da discriminazioni legate all’età (18%) e all’aspetto fisico (15%). Queste manifestazioni di sessismo, ageismo e bodyshaming spesso passano inosservate o non vengono classificate come discriminazioni, a causa di una scarsa consapevolezza del fenomeno nei luoghi di lavoro.

Nonostante ciò, l’impatto emotivo è significativo: più di una persona su quattro riferisce di provare disagio e rabbia in seguito a episodi di micro-aggressioni. La loro banalizzazione contribuisce a perpetuare un clima di insicurezza e mancanza di rispetto, ostacolando la costruzione di ambienti lavorativi inclusivi.

Serve un cambiamento culturale 

Simona Liguoro, Direttrice HR di Nespresso Italiana, sottolinea l’importanza di affrontare il tema delle micro-aggressioni all’interno delle aziende: “Questo fenomeno, spesso sottovalutato, richiede un impegno chiaro nel tracciare confini e promuovere una cultura del rispetto e dell’inclusione”.

Per approfondire il fenomeno e stimolare un cambiamento, l’indagine è stata realizzata con il supporto di Chiara Bisconti, consulente in risorse umane, e Valentina Dolciotti, esperta di diversità e inclusione e fondatrice di DiverCity magazine.

Obiettivo: un ambiente inclusivo

L’obiettivo dello studio è creare maggiore consapevolezza e fornire strumenti concreti per riconoscere e affrontare le micro-aggressioni. Come evidenziato da Chiara Bisconti, è essenziale investire nella formazione, promuovere dialoghi aperti e attivare pratiche di ascolto all’interno delle aziende. Solo così è possibile trasformare i luoghi di lavoro in comunità coese, dove rispetto, supporto reciproco e collaborazione siano alla base delle relazioni professionali.

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Per gli italiani lo sport è una medicina per la mente

Per gli italiani lo sport è come una medicina per la mente. Tanto che il 64% dei nostri connazionali pratica attività sportiva per star bene non solo a livello fisico, ma soprattutto mentale. Quota che sale al 68% se si considerano gli under 25.

Insomma, è il benessere la molla che fa muovere gli italiani, soprattutto i più giovani. Lo evidenzia la prima edizione dello studio condotto da Eumetra dedicato a Sportivi & Consumi. Uno studio che ha l’obiettivo di fornire un’istantanea degli ultimi tre mesi delle abitudini sportive degli italiani, in particolare, di chi pratica attività sportiva almeno una volta a settimana.

Yoga e pilates le disciplina più praticate

“In un mondo sempre più complesso, veloce e caotico – spiega Matteo Lucchi, ceo di Eumetra – l’attività fisica diventa un rifugio, un’oasi di benessere personale per riconnettersi con i propri bisogni. Una tendenza confermata anche dalle tipologie di attività praticate”.

Infatti, se fino a poco tempo fa la classica partita di calcetto con gli amici era, almeno per gli uomini, la principale occasione di movimento, oggi le discipline più praticate nel nostro Paese, ovvero, una volta a settimana per il 12% del campione, sono lo yoga e il pilates, attività che mettono al centro il benessere psicofisico dell’individuo, e che superano persino il nuoto.

Uomini fanatici e giovani prestanti

Quello degli sportivi però non è un universo omogeneo. Lo studio Eumetra mette infatti in luce la presenza di quattro diversi identikit, con caratteristiche sociodemografiche e comportamentali ben definite.

Nel primo cluster rientra il 41% degli sportivi, che può essere considerato ‘fanatico’. Si tratta in prevalenza di uomini, sui 40 anni, che vivono in contesti urbani, praticano sport diversi, più volte la settimana, sacrificando spesso la pausa pranzo. Particolarmente attenti all’alimentazione, si concentrano sull’aspetto competitivo dello sport e sul miglioramento delle prestazioni.

Il secondo identikit, con una percentuale del 17%, riguarda in prevalenza giovani sotto i 25 anni, per i quali lo sport è sinonimo di prestanza fisica.
Questo gruppo predilige le discipline individuali e pratica attività spinto dalla passione e dalla voglia di migliorarsi.

Questione di peso o semplicemente voglia di muoversi

Il 23% rientra nella categoria ‘riparatore, o meglio, ‘riparatrice’. Si tratta infatti nella larga maggioranza dei casi di donne, che praticano attività fisica per questioni di peso e salute.

Non particolarmente soddisfatte del loro aspetto, considerano lo sport anche come un momento di svago e un’occasione per dedicare del tempo a sé stesse.
C’è poi un 20% di persone spinto dal semplice bisogno di muoversi. Questo segmento è composto in prevalenza da persone mature, over 55, ancora attive, che si dedicano all’attività sportiva per prevenire gli acciacchi dell’età, ma anche per socializzare e condividere momenti di svago.

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Italiani, media e informazione: perché è un rapporto controverso?

Nel contesto complicato degli ultimi anni, tra crisi economica e politica, guerre e conflitti, preoccupazione per il cambiamento climatico, l’ambiente, la salute e i diritti civili, il ruolo dell’informazione per gli italiani è sempre più cruciale e controverso.
Tra i diversi media, negli ultimi anni il web è diventato una fonte informativa sempre più rilevante per quasi un italiano su due, una percentuale che dal 2019 cresce del 33%.

Ma quando si tratta di media e informazione cosa si aspettano gli italiani? Soprattutto, trasparenza e sincerità (24%), autenticità e verità (22%), e fiducia (22%). È quanto rilevano gli ultimi dati forniti da GfK Sinottica.

Motori di ricerca: le fonti digital più importanti per informarsi

Motori di ricerca (28%), social network (21%), siti e web app di TV (16%), sono i principali riferimenti per l’informazione digitale degli italiani.
A questi seguono siti o app web di quotidiani (12%), aggregatori di notizie e portali (10%), testate giornalistiche online (8%), e siti o web app di radio (5%).

Secondo i dati di GfK Sinottica, il 44% degli italiani dichiara di venire a conoscenza di notizie e informazioni in primo luogo dai social network, un dato in crescita del +9% rispetto ad aprile 2023.

La notizia corre sui social network

Se le notizie si apprendono prima di tutto dai social network., tuttavia, solo il 20% degli italiani dichiara di avere un livello di fiducia alto rispetto all’attendibilità dei social come fonte informativa.

I social network, infatti, si posizionano al terzo posto per attendibilità, in una classifica che vede TV e stampa ai primi posti. Dell’informazione digitale, soprattutto di quella veicolata attraverso i social network, un italiano su tre mette in dubbio la precisione e l’affidabilità delle notizie riportate.

Oggi più di ieri Internet si utilizza soprattutto per svago

Quello che emerge dall’analisi di GfK Sinottica è la tendenza degli italiani a utilizzare sempre di più l’ecosistema digitale per soddisfare il proprio bisogno di ‘leggerezza’ e relazioni sociali.

Cresce infatti la percentuale di chi utilizza Internet per restare in contatto con amici e familiari (22% vs 19% 2022), o per intrattenimento (22% vs 19%), così come per acquistare o pagare prodotti e servizi (12% vs 11%) e svolgere la propria attività lavorativa o di studio (13% vs 10%). Al contrario,  cala in modo significativo l’utilizzo di Internet come fonte informativa, che passa dal 41% del 2022 al 31%.

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Podcast e audiolibri: un mercato da 17,6 milioni di ascoltatori

Nel 2024 in Italia gli ascoltatori di podcast e audiolibri sono 17,6 milioni, quasi il 30% della popolazione, 700mila in più rispetto al 2023 (+4%). Da solo il podcast ne raccoglie 17,2 milioni, oltre 800mila in più (+5%).
Dal 2018 a oggi, infatti, si stima per il podcast una crescita del 67%, passando da 10,3 milioni ai 17,2 milioni di ascoltatori di quest’anno.

Ma chi sono gli ascoltatori di podcast? Si tratta in prevalenza di uomini, tra 25 e 34 anni, molto connessi (oltre 4 ore al giorno passate su Internet) ed equamente distribuiti in tutto il Paese.
Emerge dall’ultima ricerca di NielsenIQ per Audible, presentata nell’ambito di PodTrends, l’evento organizzato da Audible e Amazon Music.

Il segreto è il multitasking

Dietro questa crescente presenza dei podcast nella dieta mediatica, per il 68% degli intervistati c’è la possibilità di poter ascoltare in modalità multitasking, ovvero mentre si fa altro. Apprezzata anche l’opportunità di poter scegliere le news da ascoltare o gli argomenti da approfondire (44%), senza dover affaticare la vista (35%).

Anche quest’anno, poi, la casa si conferma il luogo preferito per l’ascolto (72%), seguita dall’ascolto durante gli spostamenti (59%), soprattutto in macchina (36%), sui mezzi pubblici e camminando per strada (24%).
Ma il momento migliore per ‘un podcast’ è quando si rientra dal lavoro, o prima di dormire, e nel weekend.

Sul podio approfondimento, informazione, inchiesta 

Quest’anno a crescere, tuttavia, non è solo il numero degli ascoltatori, ma anche il tempo dedicato all’ascolto di podcast.
In media, una sessione di ascolto dura quasi 25 minuti, 4 minuti in più rispetto allo scorso anno, e mediamente i podcast vengono ascoltati quasi 5 volte al mese.
Per il 48% del campione l’ascolto dei podcast è un appuntamento settimanale, mentre per l’11% è un’ abitudine quotidiana.

Se, invece, si guarda al tipo di contenuti, sono i podcast di approfondimento (47%) a primeggiare, seguiti sul podio da informazione (45%) e inchiesta (36%). Attrattivi anche l’intrattenimento (34%) e true-crime (29%).

Si sceglie in base all’argomento, il narratore e l’autore

Se i principali veicoli di informazione per i podcast da ascoltare restano i social, compreso WhatsApp, e il passaparola, aumenta l’impatto dei siti degli editori per scoprire nuovi contenuti (34%). Rilevanti per la scelta finale sono tema (75%), narratore (53%) e autore (51%).
In generale informarsi, scoprire nuovi contenuti e approfondire argomenti specifici rimangono i principali motivi che guidano l’ascolto. Tra le barriere, invece, diminuisce la difficoltà nella ricerca (8% dal 21%).

Sebbene i podcast vantino un buon livello di fedeltà, riporta Askanews, attualmente chi li abbandona lo fa perché li trova noiosi. Tra le ragioni di chi invece non ascolta affatto podcast emergono la preferenza di altre modalità di informazione/intrattenimento (62%), la non conoscenza del mezzo (24%) e il non trovare titoli di proprio interesse (8%).

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Vacanze estive: staccare la spina o dare slancio alla carriera?

Tempo di vacanze e relax: dopo un anno di lavoro è arrivato il momento per staccare la spina e prendere una pausa dalla routine quotidiana. Può capitare, però, che questa pausa diventi una fonte di stress, magari per chi ha un ruolo manageriale e deve gestire una serie di responsabilità, che spesso non vanno in vacanza.

Inoltre, avere ben chiari gli obiettivi professionali è fondamentale per capire se la propria carriera sta andando nella direzione desiderata, o se è necessario cambiare qualcosa. E questo periodo può essere il momento ideale per iniziare queste riflessioni e a settembre ripartire con il piede giusto.
L’estate rappresenta infatti anche il momento ideale per dare uno slancio alla carriera e investire sul proprio percorso professionale.

Il momento giusto per valutare eventuali cambiamenti

In vacanza potrebbe essere utile dedicare un po’ di tempo a valutare eventuali cambiamenti da mettere in atto al rientro. Avere più tempo libero aiuta a visualizzare meglio il proprio percorso professionale e le proprie aspettative, e in caso ci sia qualcosa di non soddisfacente, trovare alternative.

“I mesi estivi, spesso meno colmi di impegni, possono essere utili per seguire un corso o studiare i grandi temi attuali – precisa Marta Arcoria, Hr Manager di Hunters Group -: quelli che possono fare la differenza quando si incontra un’azienda, ovvero, Intelligenza artificiale, tecnologia, innovazione o una particolare lingua straniera”.

Non controllare la mail!

Ma come staccare la spina? Quando si è in ferie, no alla connessione 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Controllare le mail come se si fosse in ufficio e voler essere costantemente aggiornati su quello che accade sarà solo una fonte di stress. Meglio farsi aggiornare al rientro.

Circoscrivere il tempo che si vuole dedicare al lavoro in vacanza aiuta a non farsi prendere dall’ansia del distacco dall’ufficio.
Ogni manager che si rispetti ha un suo braccio destro con cui si alterna durante le vacanze.
Il periodo estivo, quindi, è un ottimo momento per responsabilizzare il proprio team.

Disattivare le notifiche

“Il mio consiglio è molto semplice, quasi banale: cercare, per quanto possibile, di non portarsi il lavoro in villeggiatura o a casa – aggiunge Arcoria -. Non significa che si debba sparire, soprattutto quando si ricoprono ruoli manageriali o si è a capo di un’azienda o di un team, ma ci sono piccoli accorgimenti che possono fare la differenza. Ad esempio, disattivare le notifiche dei vari account di posta, in modo che in caso di necessità si potrà essere disponibili al telefono”. 

In questo modo, le giornate non saranno scandite dall’arrivo di messaggi continui, che nella maggior parte dei casi, sarebbero letti quasi in real time.

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Università, quali sono le migliori e chi sono gli studenti?

Anche quest’anno il Censis ha pubblicato le classifiche delle università italiane, diventate ormai un punto di riferimento per l’orientamento di migliaia di studenti. L’analisi si basa sulla valutazione delle università, sia statali che non, suddivise per dimensioni, tenendo conto di vari fattori: strutture, servizi offerti, borse di studio, internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, e occupabilità.

A queste classifiche si aggiungono i ranking per le classi di laurea triennali, i corsi a ciclo unico e le lauree magistrali biennali, basati sulla progressione di carriera degli studenti e sui rapporti internazionali. In totale, si tratta di 70 graduatorie derivanti da 963 variabili, utili per aiutare i giovani e le loro famiglie a scegliere con consapevolezza il percorso formativo.

Nuovi iscritti, di più al Sud che al Nord

Le immatricolazioni per l’anno accademico 2023-2024 mostrano un leggero calo del 0,2%, corrispondente a 579 studenti in meno rispetto all’anno precedente. A livello territoriale, gli atenei del Sud e delle isole (+4,2%) e del Nord-Est (+1,2%) registrano un aumento degli iscritti, mentre al Centro (-3,6%) e nel Nord-Ovest (-2,5%) si osserva una diminuzione.

Per quanto riguarda le aree disciplinari, quella sanitaria e agro-veterinaria vede il maggior incremento di nuovi iscritti (+7,0%), trainata soprattutto dai corsi medico-sanitari e farmaceutici (+10,1%) e di scienze motorie e sportive (+5,5%). Anche l’area artistica, letteraria e dell’educazione registra un lieve aumento (+0,5%), grazie soprattutto ai corsi di educazione e formazione (+5,9%). Al contrario, le aree economica, giuridica e sociale e quelle delle discipline STEM mostrano entrambe una contrazione del 2,2%.

Più ragazze nelle discipline scientifiche

Un dato interessante riguarda l’aumento delle donne nelle discipline scientifiche. I nuovi iscritti maschi sono diminuiti del 1,1%, mentre le nuove iscritte sono aumentate dello 0,5%. Le studentesse sono cresciute non solo nei corsi tradizionalmente a vocazione femminile, ma anche in ambito medico-sanitario e farmaceutico (+10,0%) e nelle discipline STEM. Ad esempio, in architettura e ingegneria civile, le nuove immatricolate sono aumentate del 6,4% mentre i nuovi immatricolati sono diminuiti del 1,9%. Nelle discipline informatiche e ICT, le donne sono cresciute del 12,5% contro un aumento dell’1,2% degli uomini.

Padova al primo posto tra i mega atenei

Per quanto riguarda i mega atenei statali (oltre 40.000 iscritti), l’Università di Padova è al primo posto con 89,5 punti, seguita dall’Università di Bologna e dalla Sapienza di Roma. Tra i grandi atenei statali (20.000-40.000 iscritti), l’Università della Calabria si colloca al vertice, mentre tra i medi atenei statali (10.000-20.000 iscritti) primeggia l’Università di Trento. Nei piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti), l’Università di Camerino mantiene la prima posizione.

Nei politecnici, il Politecnico di Milano è al primo posto, mentre tra gli atenei non statali, la Luiss si distingue tra i grandi atenei, e la Libera Università di Bolzano tra i piccoli. 

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Perchè social e trap influenzano la percezione delle donne?

Emerge da un’indagine di Eumetra, realizzata su un campione di ragazze e ragazzi tra 16 e 25 anni, realizzata per conto di Telefono Donna Italia. I maschi manifestano una sensibilità meno sviluppata sul tema violenza di genere e sussistono profonde differenze nella percezione e nell’esperienza della violenza.

Il 66% delle ragazze ha timore di vivere episodi di violenza o molestie,. Per il 40% i social influenzano negativamente l’immagine della donna e oltre la metà ritiene che favoriscano comportamenti offensivi.
La pensa diversamente il campione maschile: solo 1 su 10 attribuisce ai social la responsabilità di una visione negativa della donna e solo 2 su 10 ritengono che in parte incoraggino atteggiamenti sessisti.

Cosa temono le giovani donne

Per il 40% delle ragazze, poi, anche i testi delle canzoni trap contribuiscono a veicolare un’immagine poco rispettosa delle donne. La pensa così solo 2 su 10 ragazzi. 
La paura più diffusa tra le ragazze è quella di subire un’aggressione fisica (66%), e più di 6 su 10 stanno al telefono con qualcuno tornando a casa, evitano i mezzi pubblici dopo una certa ora e prediligono abiti più ‘discreti’.

Sul tema della responsabilità di comportamenti sbagliati emergono grosse differenze tra i due sessi: per 3 ragazzi su 10 vestirsi ‘in un certo modo’ attira comportamenti offensivi, mentre 6 ragazze su 10 affermano di aver ricevuto atteggiamenti sgraditi a prescindere dall’abbigliamento.

Punti di vista opposti

Anche l’assunzione di alcol o droghe secondo i ragazzi è un fattore che aumenta il rischio di aggressioni, mentre per le ragazze uno stato di alterazione non può essere considerato causa né giustificazione di un’aggressione a sfondo sessuale.

I timori delle ragazze hanno ripercussioni anche nei rapporti con l’altro sesso: il 56% delle ragazze ha paura di un partner geloso (sentimento assente da parte dei ragazzi nei confronti delle ragazze) e quasi 3 su 10 hanno rinunciato a qualcosa, ad esempio, sul tipo di abbigliamento e la vita sociale, per ‘accontentare’ il partner.
Inoltre, a fronte di un’idea condivisa che le donne scelgano di tacere per timore di ritorsioni, circa la metà del campione maschile ritiene la donna colpevole se rimane con un uomo violento senza denunciare.

L’educazione sentimentale si impara su internet

La diversità di punti di vista tra ragazze e ragazzi trova conferma affrontando i temi dell’educazione affettiva e sessuale. Le ragazze sono più coinvolte e informate rispetto al tema dell’educazione affettiva, che consiste, secondo una loro definizione spontanea, nel ‘relazionarsi con rispetto alle persone e imparare a gestire i sentimenti’.

Le informazioni acquisite su questo tema derivano, in primo luogo, da internet ma, soprattutto tra le giovanissime e i ragazzi (16-17enni) è presente anche la figura di insegnanti e genitori.
Riguardo al tema dell’educazione sessuale gli adulti sono un canale informativo decisamente meno prioritario. Passaparola e internet/social la fanno da padroni. In particolare, la pornografia viene considerata un canale d’informazione da ben 4 ragazzi su 10 (solo 2 ragazze su 10).

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Lavoro e salario: italiani insoddisfatti dello stipendio, ma non solo

In un contesto dove l’inflazione continua a erodere il potere di acquisto, nonostante un aumento medio delle retribuzioni dell’1,8%, molte aziende non sono intervenute a sostegno dei salari. Questa discrepanza tra le aspettative dei lavoratori e le politiche retributive applicate dalle aziende aumenta la sensazione di insicurezza e insoddisfazione, ed evidenzia una crescente richiesta di trasparenza, equità e riconoscimento del merito.

Per il nono anno consecutivo, il Salary satisfaction report 2024, l’osservatorio JobPricing, svolto in collaborazione con InfoJobs, indaga sul panorama della soddisfazione salariale in Italia. 
Quest’anno, oltre 4.400 lavoratori hanno condiviso le loro percezioni attraverso una survey online declinata su sei dimensioni principali, equità, competitività, performance e retribuzione, trasparenza, fiducia e comprensione, e meritocrazia.

Più insoddisfatto chi percepisce lo stipendio “fisso”

Nonostante un leggero incremento nella soddisfazione complessiva, prevale una marcata e persistente insoddisfazione, particolarmente accentuata tra coloro che ricevono esclusivamente una retribuzione fissa.
Questo fenomeno evidenzia l’urgente necessità per le aziende di adottare un approccio più ampio alla retribuzione, che integri benefit, incentivi variabili e gli altri elementi tipici dei modelli di Total Reward.

Il report rivela infatti un ampio dissenso riguardo alla mancanza di meritocrazia nelle pratiche aziendali. L’indice di soddisfazione relativo alla percezione di meritocrazia, che si attesta a soli 3,4 su 10, denota una diffusa insoddisfazione verso i criteri di riconoscimento e promozione interni.

Poca meritocrazia tanta ingiustizia

Questa situazione compromette anche la comprensione e l’accettazione delle politiche retributive da parte dei dipendenti, aggravando la percezione di ingiustizia. A livello di genere, in media le donne sono più insoddisfatte rispetto agli uomini in tutte le dimensioni esaminate, sollevando questioni di equità e meritocrazia che richiedono urgenti attenzioni e interventi mirati da parte delle aziende per garantire un ambiente di lavoro inclusivo e paritario.

Guardando al futuro, la fiducia espressa da circa la metà dei partecipanti verso un miglioramento delle prospettive lavorative nel 2024 rappresenta un segnale positivo, anche se le aspettative sul fronte salariale rimangono moderate. Questo dualismo riflette la complessità del panorama lavorativo attuale, dove il desiderio di un ambiente lavorativo migliore convive con la consapevolezza delle sfide economiche persistenti.

L’importanza dell’approccio Total Reward

Le aziende sono chiamate all’azione, sottolineando l’urgenza di adottare politiche retributive che tengano conto della realtà economica e delle aspettative dei lavoratori. L’importanza di un approccio ‘Total Reward’, che valorizzi gli elementi tangibili e intangibili, come benefit, opportunità di crescita professionale e un ambiente lavorativo stimolante, si rivela cruciale per aumentare la soddisfazione dei dipendenti e affrontare le problematiche di equità e meritocrazia.

L’obiettivo, riferisce Adnkronos, è promuovere non solo la soddisfazione retributiva ma anche il benessere generale e l’engagement dei dipendenti, fondamentali per la competitività aziendale in un mercato in costante evoluzione.
Il report invita quindi a un ripensamento delle strategie retributive, ponendo le basi per un dialogo costruttivo tra lavoratori e datori di lavoro volto a promuovere un ambiente lavorativo equo, inclusivo e motivante.

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Sostenibilità digitale: italiani divisi dall’uso delle tecnologie?

Come misurare la percezione della relazione tra sostenibilità e digitalizzazione da parte degli italiani? E quali sono il livello di consapevolezza, le competenze e i comportamenti degli italiani in relazione alla sostenibilità digitale? Risponde l’ultima edizione dell’Osservatorio della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, che fa emergere una mappa dell’Italia che non fa differenza tanto fra Nord, Centro e Sud, quanto tra ‘grande’ e ‘piccolo’.

La sostenibilità digitale in Italia mostra infatti dinamiche diversificate, che dipendono in gran parte dalla dimensione dei centri abitati. In altri termini, consapevolezza, competenza e comportamenti sono più simili sulla base delle dimensioni del Comune che della sua posizione geografica.

Sostenibilità: aumentare la consapevolezza resta una sfida

Di fatto, nei grandi centri il 35% dei residenti considera la tecnologia esclusivamente come una grande opportunità senza rischi associati, a fronte del 23% nei piccoli centri. Ma in generale la conoscenza del concetto di sostenibilità è meno diffusa di quanto si possa immaginare.
Dall’analisi dei dati emergono differenze significative nella conoscenza del concetto di sostenibilità tra i residenti dei piccoli e dei grandi centri.

Nei piccoli centri, il 53% degli intervistati ha una conoscenza limitata o nulla della sostenibilità, rispetto al 34% nei grandi centri.
Sebbene vi sia una maggiore consapevolezza della sostenibilità nei grandi centri, con il 18% che si considera molto informato contro il 7% nei piccoli centri, la necessità di aumentare la consapevolezza su questo tema rimane una sfida sia per le aree urbane più grandi sia per quelle più piccole.

La tecnologia è uno strumento utile, non si discute

I risultati della ricerca evidenziano una sostanziale convergenza tra residenti dei piccoli e dei grandi centri riguardo la percezione della tecnologia digitale come strumento utile per il perseguimento degli obiettivi di sostenibilità, sia ambientale sia economica. Tuttavia, sono da evidenziare alcune differenze significative nei livelli di accordo tra i due contesti.

Per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, la maggioranza dei residenti nei piccoli e nei grandi centri ritiene che la tecnologia digitale sia un’utile risorsa per promuovere la salvaguardia dell’ambiente.
Tuttavia, c’è una differenza significativa nel grado di accordo tra i due gruppi, con il 20% dei residenti nei piccoli centri che la considera ‘molto’ utile, rispetto al 31% dei residenti nei grandi.

Il digitale promuove il benessere economico 

Analogamente, per quanto riguarda la sostenibilità economica, la maggioranza dei residenti di entrambi i contesti urbani riconosce il valore della tecnologia digitale nel promuovere lo sviluppo economico e il benessere diffuso.
Tuttavia, una percentuale leggermente più alta di residenti nei piccoli centri la colloca nella fascia ‘abbastanza’ utile (61%) rispetto ai residenti nei grandi centri (55%).

Questo suggerisce una percezione comune tra le due categorie di cittadini sull’importanza della tecnologia digitale per la sostenibilità economica, riporta AGI, sebbene con sfumature leggermente diverse.
In sintesi, entrambi i gruppi dimostrano un’ampia accettazione della tecnologia digitale come strumento per promuovere sia la sostenibilità ambientale sia economica, nonostante leggere variazioni nelle percentuali di accordo tra i due contesti urbani.

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