Il lavoro dopo la pandemia: trend, numeri e le scelte che determineranno il mercato del lavoro

La trasformazione del mercato del lavoro avviata durante la pandemia non è stata un evento temporaneo: ha messo in moto cambiamenti strutturali che oggi si consolidano tra nuove forme contrattuali, richieste di competenze digitali e una domanda di flessibilità sempre più pressante. Comprendere i principali trend e le leve d’azione è essenziale per imprese, lavoratori e policy maker che vogliono governare la transizione senza aggravare le disuguaglianze.

Negli ultimi tre anni abbiamo assistito a due sviluppi sovrapposti: da una parte la diffusione dello smart working e del modello ibrido; dall’altra l’accelerazione della digitalizzazione e dell’automazione dei processi. Se in molte professioni cognitive lo smart working è ormai una componente stabile, settori come turismo, ristorazione e manifattura mantengono una forte componente di lavoro in presenza. Parallelamente, la questione demografica — unita a tassi di partecipazione al lavoro inferiori alla media europea in alcune regioni — ha portato a fenomeni di shortage in professioni chiave come quelle dell’assistenza sanitaria, dell’edilizia specializzata e dell’ICT.

Dal punto di vista statistico, le indagini nazionali e sovranazionali confermano alcuni punti fermi: il lavoro da remoto stabile interessa una porzione significativa della forza lavoro impiegata in occupazioni terziarie (con punte più elevate nelle grandi città), mentre la disoccupazione giovanile rimane una criticità in diversi paesi europei, Italia inclusa, con tassi che si collocano sistematicamente sopra la media UE. Contemporaneamente è cresciuta la quota di contratti atipici e di lavoro a chiamata, segnalando una maggiore flessibilità ma anche fragilità contrattuale per fasce di popolazione più ampie.

Le imprese reagiscono in modo differenziato. Alcune grandi aziende multinazionali hanno stabilito politiche ibride e investito in infrastrutture digitali per garantire continuità produttiva e attrattività sul mercato del lavoro. A livello locale, esempi concreti emergono da PMI che, per contrastare la carenza di competenze, hanno lanciato programmi di reskilling: un’azienda meccanica in Emilia ha strutturato accordi con l’ITS locale per formare giovani tecnici sull’uso della robotica collaborativa, riducendo tempi di recruiting e aumentando produttività. Dall’altro lato, molte imprese di servizi lamentano difficoltà di reperimento del personale qualificato, spesso a causa di mismatch tra titoli di studio tradizionali e skill richieste sul lavoro digitale.

Un altro elemento da monitorare è la crescente presenza di piattaforme digitali che intermediano servizi (delivery, trasporto, freelance). Questo segmento ha favorito l’ingresso nel mercato di lavoratori non tradizionali e la creazione di redditi integrativi, ma ha anche riacceso il dibattito su diritti, protezione sociale e inquadramento contrattuale. Le politiche pubbliche rispondono con approcci diversi: incentivazione della formazione continua, misure per favorire l’incontro domanda-offerta a livello territoriale e riforme della regolazione del lavoro platform-based.

Quali implicazioni per il futuro? Primo: la domanda di competenze digitali e trasversali continuerà a crescere. Non si tratta solo di programmare, ma di saper lavorare per progetti, gestire dati e utilizzare strumenti collaborativi. Secondo: la flessibilità dovrà essere accompagnata da adeguate tutele sociali. Modelli ibridi e contratti flessibili devono venire bilanciati con accesso a formazione, sicurezza sul lavoro e previdenza. Terzo: la geografia del lavoro rischia di accentuare divari regionali se le politiche di investimento (infrastrutture digitali, formazione territoriale, incentivi all’occupazione) non saranno mirate a ridurre le asimmetrie.

Infine, l’introduzione diffusa di strumenti di intelligenza artificiale nelle imprese cambia la natura delle mansioni più che cancellare interi lavori: è prevedibile una riduzione delle attività ripetitive e un aumento di compiti di controllo, interpretazione e creatività. Questo rende strategico il potenziamento delle politiche di lifelong learning e dei canali che connettono scuola, formazione professionale e impresa.

Per i decisori pubblici la priorità è costruire un ecosistema che favorisca transizioni occupazionali rapide e socialmente sostenibili: misure di contrasto alla disoccupazione giovanile, incentivi per la formazione on-the-job, programmi di riqualificazione per lavoratori in settori a rischio automazione e strumenti di supporto alla mobilità professionale e territoriale. Per le imprese, investire in capitale umano non è più opzionale: è una leva competitiva. Per i lavoratori, l’orientamento alle competenze e la propensione all’aggiornamento saranno fattori decisivi per navigare un mercato del lavoro sempre più dinamico.

Il mercato del lavoro post-pandemia è dunque un terreno di sfide ma anche di opportunità: chi saprà collegare formazione, innovazione tecnologica e politiche sociali avrà più chance di costruire un mercato del lavoro resiliente, inclusivo e produttivo.

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Italia in bilico: PNRR, transizione energetica e PMI come leve per una crescita sostenibile

La ripresa economica dell’Italia resta un tema centrale per famiglie, imprese e policy maker. Dopo gli shock della pandemia e della crisi energetica, il Paese si trova oggi a un bivio: sfruttare gli investimenti del PNRR e la spinta alla transizione energetica per rilanciare la competitività o rischiare una stagnazione prolungata per via di un debito elevato e di squilibri territoriali storici.

Il contesto è noto: l’Italia convive con un rapporto debito/PIL tra i più alti d’Europa, una crescita tendenzialmente bassa negli ultimi anni e un mercato del lavoro che ha migliorato alcuni indicatori ma mantiene criticità, in particolare per i giovani. Al tempo stesso, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha portato risorse importanti — decine di miliardi indirizzati a infrastrutture, digitalizzazione, transizione verde e competitività delle imprese — che possono rappresentare un punto di svolta se accompagnate da riforme efficaci e da un’attuazione rapida e mirata.

Analisi: PNRR e investimenti pubblici come leva di modernizzazione
Il PNRR è la molla che potrebbe catalizzare gli investimenti pubblici e privati. Circa la metà delle risorse è indirizzata a digitalizzazione, innovazione, transizione ecologica e infrastrutture sociali. Questo mix è coerente con la necessità di aggiornare il modello produttivo italiano, basato ancora in misura significativa sulle PMI e sui distretti industriali. Tuttavia, la sfida principale resta la capacità amministrativa di spendere e implementare progetti con efficienza. I casi di successo emergono là dove le amministrazioni locali, le camere di commercio e le imprese hanno costruito partenariati di qualità per accelerare cantieri e innovazione.

Transizione energetica: opportunità competitiva ma anche rischio di disallineamento
La crisi energetica degli ultimi anni ha convinto molte imprese a investire in efficienza e fonti rinnovabili. Investimenti in fotovoltaico, storage e reti intelligenti possono ridurre i costi di lungo periodo e rendere più resiliente il sistema produttivo. Aziende energetiche nazionali e gruppi industriali hanno già avviato progetti significativi, ma l’opportunità più rilevante riguarda le PMI che compongono la spina dorsale dell’economia italiana: favorire aggregazioni, contratti di comunità energetiche e strumenti finanziari ad hoc può sbloccare modernizzazione e riduzione del rischio operativo.

Il capitale umano e il mercato del lavoro
Sul fronte del lavoro, il miglioramento degli indicatori occupazionali non cancella problemi strutturali: il mismatch tra competenze richieste e offerte, la persistente fuga dei giovani altamente qualificati e divari occupazionali tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Politiche attive, formazione tecnica superiore, apprendistato duale e incentivi per investimenti in capitale umano nelle aree più svantaggiate sono elementi critici per trasformare gli investimenti del PNRR in crescita inclusiva.

Esempi concreti: distretti e territori che funzionano
Basta guardare ai distretti dell’Emilia-Romagna, del Veneto o del Nord-Est per vedere come l’ecosistema locale — università, fornitori, servizi e banche — possa accelerare innovazione e internazionalizzazione. Allo stesso tempo, iniziative pilota in regioni del Sud che combinano turismo sostenibile, agritech e rinnovabili mostrano come la transizione possa essere inclusiva. Questi esempi sottolineano un punto chiave: le politiche nazionali devono consentire flessibilità territoriale e trasferire competenze di gestione dei progetti a livello locale.

Implicazioni future: scenari e raccomandazioni per decision maker e imprese
Nel breve termine, l’Italia può consolidare la ripresa se riuscirà a velocizzare la realizzazione dei progetti PNRR, migliorare la governance degli investimenti e favorire strumenti finanziari per le PMI. Nel medio-lungo periodo, la sostenibilità della crescita dipenderà dalla capacità di ridurre i costi strutturali del contesto produttivo: burocrazia, giustizia civile efficace e mercato del lavoro più dinamico.

Per le imprese, la strada è chiara: investire in digitalizzazione e sostenibilità per restare competitive sui mercati globali, puntare sull’upskilling interno e sulle alleanze territoriali per ottenere economie di scala e accesso a nuove filiere verdi. Per i policy maker, il compito è sostenere questi processi con incentivi mirati, semplificazioni amministrative e politiche industriali che guardino non solo ai grandi progetti, ma anche alla resilienza delle PMI e alla coesione territoriale.

Conclusione
L’Italia ha gli strumenti per trasformare una fase di incertezza in un’opportunità di rilancio: la combinazione di risorse del PNRR, la spinta verso le energie rinnovabili e un tessuto di imprese agile possono ricostruire la competitività del Paese. Ma questo richiede decisioni rapide, capacità amministrativa e una strategia che metta al centro capitale umano e coesione territoriale. Se questi elementi saranno messi a sistema, l’Italia potrà disegnare una traiettoria di crescita più solida, sostenibile e inclusiva.

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Sicurezza: preoccupazione in aumento. Timori e responsabilità percepite dagli italiani

Qual è la percezione degli italiani sul tema sicurezza? Quali fattori alimentano il senso di insicurezza, e a chi spetta il compito di garantire la protezione dei cittadini?
Le rilevazioni di Ipsos Doxa evidenziano una crescita significativa dell’attenzione degli italiani verso questo problema: se nel 2019 veniva menzionato dal 22%, oggi la percentuale raggiunge il 33%.

Non si tratta quindi soltanto di una percezione generale, ma di un problema concreto.
Nonostante l’intensità della preoccupazione venga spesso amplificata da specifici eventi di cronaca, la preoccupazione dei cittadini sembra indicare un incremento di natura strutturale, legato più a un clima generale di inquietudine che a singoli fatti o notizie.

Un clima generale di inquietudine

Secondo l’analisi di Nando Pagnoncelli, Presidente di Ipsos Doxa, presentata sul Corriere della Sera, la sensazione di sicurezza personale mostra una tendenza al ribasso. Se dieci anni fa il 60% degli italiani si sentiva parzialmente sicuro nella propria zona di residenza, oggi questa percentuale scende al 52%.
Ormai è prevalente la convinzione di trovarsi in una situazione di minore tranquillità nella vita quotidiana. Rispetto agli ultimi tre anni il 46% ritiene diminuite le condizioni di sicurezza.

Emerge però una divisione legata alla condizione economica. Chi gode di una situazione agiata si sente decisamente più protetto rispetto alla media, tanto che tra chi vive in condizioni economiche elevate a sentirsi meno sicuro è il 40%, e tra chi vive in situazioni di disagio economico, il 63%.

Povertà percepita come terreno fertile per la criminalità

La diffusa sensazione di insicurezza viene ricondotta principalmente alla crescita dei comportamenti violenti tra i giovani (55%, percezione probabilmente acuita dai fatti di cronaca), l’immigrazione irregolare (44%), considerata un fattore che contribuisce all’aumento degli episodi di criminalità, e l’aumento delle sacche di marginalità e povertà (27%), percepite come terreno fertile per fenomeni di devianza.
Tra i più giovani la percezione di insicurezza risulta decisamente più contenuta (39%), un dato che fa riflettere su una sorta di frattura generazionale.

Le responsabilità dell’insicurezza generale vengono attribuite in egual misura a governo (36%) e magistratura (36%), poi alle forze dell’ordine (28%) e il Parlamento (26%), al quale si richiedono leggi più severe ed efficaci.

Pacchetto sicurezza fra inasprimento delle pene ed espulsioni semplificate

Negli ultimi mesi il tema della sicurezza è tornato al centro dell’agenda politica nazionale, con il governo impegnato all’elaborazione di un nuovo pacchetto sicurezza. 

Tra le proposte contenute nel pacchetto sicurezza, quelle considerate più efficaci per contrastare il problema sono l’inasprimento delle pene per furti e scippi (44%), maggiori restrizioni sul porto di armi bianche (41%), potenziamento delle strutture di trattenimento per cittadini stranieri irregolari ed espulsioni semplificate dopo il secondo ordine emesso dal questore (39%).
Tuttavia, emerge una quota significativa di scettici (30%-41% a seconda delle singole misure) e di cittadini che dichiarano di non essere in grado di formulare un giudizio (25%-31%). 

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Sanità: in Lombardia 2,1 milioni rinunciano alle cure per le liste d’attesa chiuse

Nel 2025 in Lombardia 2,1 milioni di pazienti hanno rinunciato a curarsi per ragioni economiche o a causa di tempi d’attesa troppo lunghi.
Tre pazienti su 4 almeno una volta hanno dovuto fare i conti con l’assenza di disponibilità nella prenotazione della prestazione richiesta con il Servizio Sanitario Nazionale, scontrandosi con il fenomeno delle “liste d’attesa chiuse”.
Per questo motivo, a causa della difficoltà nel prenotare una visita molti cittadini in Lombardia si sono spostati verso la sanità privata.

Più in particolare, secondo alcuni dati emersi dall’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca mUp Research, nel 2025 il 79% dei pazienti ha dovuto ricorrere almeno una volta al regime di solvenza.

Quanto costano visite ed esami in regime di solvenza?

Coloro che hanno optato per le cure in regime di solvenza, ovvero, presso una struttura privata, ma anche pubblica che lo consente, hanno dovuto affrontare una spesa media a prestazione di quasi 365 euro.
Sono invece quasi 190mila i pazienti che pur di non rinunciare a curarsi o per non appesantire troppo il budget familiare, hanno chiesto un prestito a finanziarie, amici o parenti.

“Il credito al consumo è uno strumento importante che può aiutare le famiglie ad affrontare con maggiore serenità alcune spese rilevanti – spiegano gli esperti di Facile.it -, e magari impreviste, come possono essere quelle per le cure mediche rivolgendosi alla sanità privata”. 

Prestiti personali sanitari: il 4,6% del totale in Regione

“Dilazionare il pagamento consente di alleggerire l’impatto sui budget mensili senza dover rimandare, o peggio rinunciare, a visite, esami o cure per patologie che, se trascurate, potrebbero peggiorare”, aggiungono gli esperti.

Secondo l’osservatorio congiunto Facile.it – Prestiti.it, la richiesta di prestiti personali per spese mediche in Lombardia ha rappresentato il 4,6% del totale delle domande di finanziamento nella Regione.
Chi ha presentato domanda ha cercato di ottenere, in media, 5.987 euro, pari a una rata media di 133 euro da restituire in 53 rate.

Il 46% della domande proviene da donne

Analizzando il profilo dei richiedenti si scopre che chi ha presentato domanda di prestito personale per far fronte alle spese mediche aveva, all’atto della firma, mediamente, 48 anni. Un valore piuttosto alto se confrontato con quello in cui, in generale, si chiede un prestito personale in Lombardia, che è pari a 43 anni.

Nel 46% dei casi a presentare domanda di finanziamento è una donna, percentuale più elevata rispetto alle richieste di prestito totali in Lombardia, dove la quota femminile si ferma al 32%.

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Osservatorio SANA 2206: continua la crescita del biologico italiano

Lo confermano i dati sulle superfici agricole, gli operatori e l’export dell’Osservatorio SANA 2026: il biologico italiano continua la sua fase di crescita. Positive anche le performance del mercato interno, grazie al protrarsi della ripresa a valore dei consumi domestici, +6,2% nel 2025 rispetto al 2024, con una crescita a valore superiore a quanto si registra sul totale alimentare (+3,2%).

Dal 23 febbraio 2026 l’evento RIVOLUZIONE BIO – Gli Stati Generali del Bio, sarà l’occasione per presentare i dati aggiornati dell’Osservatorio SANA, promosso da BolognaFiere con il patrocinio di FederBio e AssoBio e curato da Nomisma, che propone il monitoraggio dei numeri chiave della filiera biologica, dalla produzione fino alle dimensioni del mercato.

Superfici e operatori

L’Italia, con oltre 2,5 milioni di ettari e una percentuale di superfici bio sul totale pari al 20,2%, contro una media europea ferma al 11,2%, si avvicina ulteriormente al target del 25% di superficie agricola biologica fissato dalle strategie europee Farm to Fork e Biodiversità per il 2030. L’Italia, in accordo con quanto previsto dal Piano Strategico della PAC, ha deciso di anticipare al 2027.

Nel 2025 le vendite alimentari bio per consumi domestici hanno raggiunto quota 5,5 miliardi di euro, con un incremento annuo del +6,2%.
La Distribuzione Moderna rimane il primo canale per gli acquisti di ‘biologico’ degli italiani, pesando per il 64% del totale delle vendite legate ai consumi domestici.
In particolare, nel 2025 le vendite nel canale si attestano a 3,5 miliardi di euro, +6,1% rispetto al 2024 (fonte: stime Nomisma su dati Nielsen IQ).

Consumi interni e fuori casa

Il 20% dei consumi interni passa, invece, dai negozi specializzati nel bio, che nel 2025 rispetto al 2026 hanno visto un incremento del valore delle vendite pari al +7,5%.

Anche i consumi bio fuori casa rappresentano un canale rilevante, non solo in termini numerici (20% dei consumi sul mercato interno, pari a 1,3 miliardi di euro nel 2024), ma anche per la capacità di attrattività alla sperimentazione.
Dalle prime anticipazioni dell’Osservatorio Sana 2026 si evince che negli ultimi 12 mesi 7 italiani su 10 hanno consumato pietanze, vini o bevande bio nel canale away-from-home e il 35% lo ha fatto almeno 1 o 2 volte al mese.

Obiettivo: sostenere lo sviluppo dei consumi

È un interesse, quello verso l’offerta di prodotti bio fuori dai consumi domestici, non ancora pienamente soddisfatto, soprattutto se si guarda a mense ospedaliere o ristorazione aziendale o scolastica. Già l’indagine 2023 evidenziava la richiesta di una maggiore presenza di prodotti alimentari e bevande a marchio bio. Nel 2026 sarà quindi cruciale fare il punto per valutare posizionamento e prospettive del bio italiano, con l’obiettivo di individuare le azioni più efficaci a sostenere il pieno sviluppo dei consumi, definire gli strumenti più idonei a supportare le piccole e medie imprese agricole bio, e rafforzare le attività di promozione e informazione verso i consumatori.

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Salute mentale e del cervello: per gli italiani non coincidono

È quanto emerge dall’indagine ”Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani”, realizzata dal Censis in collaborazione con Lundbeck Italia: per il 62,8% degli italiani salute mentale e salute del cervello non coincidono, tendendo a distinguere tra malattie neurologiche e del neurosviluppo e malattie psichiatriche.

Si tratta di una concezione in cui è poco presente la consapevolezza di un’interdipendenza tra salute mentale e del cervello e delle sovrapposizioni tra i disturbi cerebrali, e il fatto che entrambe dipendono dalla salute del cervello.
Tra le malattie del cervello vengono indicate anzitutto tumori del cervello (42,8%) e demenze (40,7%), mentre tra i problemi di salute mentale prevalgono depressione (52,0%) e forme di paranoia e manie (34,5%).

Benessere psicologico sempre più centrale per la salute

La maggioranza degli italiani si ritiene informata, con un’incertezza informativa maggiore su salute del cervello (52,2%) rispetto a salute mentale (62,7%).
Secondo dati Istat, dopo la pandemia aumenta la quota di giovani che dichiara un disagio grave, passata dal 13,1% al 16,0% tra gli adolescenti e dal 17,5% al 19,5% tra i 18-34enni.

In questo contesto, la cultura collettiva sulla salute mentale e del cervello conferma l’ipotesi di una sempre maggiore centralità della dimensione del benessere psicologico nella concezione della salute.
Per il 31,3% degli italiani la salute coincide con’equilibrio psicofisico e benessere mentale (44,0% giovani). Tra i giovani il 46,7% ritiene che il benessere fisico dipenda da quello psicologico, mentre il 45,8% che si tratta di due aspetti ugualmente rilevanti. Solo per il 7,5% è secondario.

Intervenire precocemente è possibile e necessario

Per il 90,3% degli italiani è possibile e necessario intervenire precocemente per evitare l’aggravarsi dei disturbi di salute mentale e del cervello.
Emerge la necessità di agire su più fronti: dalla promozione del benessere psicologico nella scuola (48,6%) alla presenza di un sostegno nei luoghi della quotidianità (46,8%), dal rilevamento precoce attraverso gli screening sulla popolazione (44,0%) al potenziamento dell’attività dei servizi dedicati alla salute mentale/del cervello (43,2%).

l giudizio sull’azione di prevenzione, presa in carico e capacità di dare risposte di cura del SSN però è piuttosto critico: il 40% circa pensa che sia insufficiente.

Malati psichiatrici, discriminazione e ricorso alle cure

Il pregiudizio per le malattie psichiatriche è ancora presente, ma cresce la sensibilità sul tema e si normalizza il ricorso alle cure. Il 67,9% degli italiani ritiene che sulle malattie psichiatriche pesino ancora vergogna e discriminazione, mentre i disturbi neurologici vengono considerati meno soggetti a forme di discriminazione (44,9%). Prevale quindi la convinzione che la situazione di vita di chi soffre di questi disturbi sia ancora segnata dalla vergogna e dall’isolamento sociale (59%).

Il 74,1% degli italiani afferma di aver avuto esperienze dirette (34,2% a livello personale) o indirette (36,3% attraverso familiari o amici).
A livello culturale emerge però una diffusa propensione a rivolgersi a un aiuto professionale, con l’82,0% che ricorrerebbe o è già ricorso a un professionista.

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Mobilità: un decreto da 500 milioni per la sostenibilità delle grandi aree urbane

Entra nella fase finale di adozione un nuovo provvedimento che prevede uno stanziamento complessivo di 500 milioni di euro da parte del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase).
La misura è rivolta ai Comuni capoluogo di Provincia con popolazione superiore a 50 mila abitanti e alle Città Metropolitane situate nelle aree interessate dal contenzioso europeo sulla qualità dell’aria.

Si tratta del decreto firmato dal Mase e da tutti i Ministri concertanti che istituisce un Programma di finanziamento per il potenziamento della mobilità sostenibile nelle grandi aree urbane.
Il provvedimento rappresenta uno dei più consistenti interventi nazionali degli ultimi anni sul tema della qualità dell’aria.

Potenziamento del trasporto pubblico locale e sostegno alla logistica urbana sostenibile

In particolare, il Programma finanzierà interventi per la riduzione delle emissioni e il miglioramento della qualità della vita urbana. Tra questi, rientrano il rafforzamento del Mobility Management, il potenziamento del trasporto pubblico locale e della mobilità collettiva, condivisa e a chiamata, il sostegno alla logistica urbana sostenibile, oltre a incentivi e azioni a supporto della domanda di mobilità sostenibile, nonché interventi per la regolamentazione e la gestione della mobilità urbana.

Il Programma rappresenta un tassello fondamentale nella strategia nazionale per la transizione ecologica delle città, chiamate nei prossimi anni a ridurre drasticamente le emissioni e a ripensare i propri modelli di mobilità.

Obiettivo: risanare la qualità dell’aria e ridurre l’impatto ambientale del settore dei trasporti

Lo smog resta infatti un’emergenza, con alcune zone più esposte al rischio, in particolare nelle aree della pianura padana.
L’obiettivo quindi è quello di concentrare le risorse nei territori a maggiore densità di traffico e con una più elevata domanda di mobilità, così da accelerare il risanamento della qualità dell’aria e ridurre l’impatto ambientale del settore dei trasporti.

Il Programma adotta un approccio integrato, consentendo ai Comuni di intervenire in modo coordinato su più ambiti e di avvalersi del supporto tecnico dell’ANCI, al fine di massimizzare l’efficacia delle misure attivate.

“Una misura concreta che coniuga ambiente, sviluppo e qualità della vita”

“Con questo decreto mettiamo a disposizione risorse significative per aiutare le città più esposte all’inquinamento atmosferico a cambiare passo – ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto -. Investire sulla mobilità sostenibile significa migliorare la qualità dell’aria, tutelare la salute dei cittadini e rendere i centri urbani più vivibili e moderni. È una misura concreta che coniuga ambiente, sviluppo e qualità della vita”.

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A dicembre torna a crescere la fiducia di famiglie e imprese

Il 2025 si chiude con un segnale che, pur senza entusiasmi fuori misura, merita attenzione. A dicembre il clima di fiducia in Italia mostra un miglioramento sia per i consumatori sia per le imprese. Lo certificano i dati Istat, che fotografano un Paese ancora prudente, ma un po’ meno sfiduciato rispetto ai mesi precedenti.

Non si tratta di una svolta, ma di un cambio di umore. L’indicatore di fiducia dei consumatori sale da 95,0 a 96,6, mentre quello delle imprese cresce da 96,1 a 96,5. Numeri che raccontano una lenta risalita, fatta più di piccoli passi che di balzi in avanti.

Famiglie un po’ più serene 

Tra i consumatori il miglioramento è piuttosto diffuso. A crescere di più sono le valutazioni legate alla situazione personale e al presente. Il clima personale passa da 94,5 a 96,4 e quello corrente supera la soglia dei 100 punti, arrivando a 100,2. È come se le famiglie percepissero un po’ meno pressione nella gestione quotidiana, tra lavoro, spese e bilanci domestici.

Migliorano anche le aspettative: il clima futuro sale a 91,6 e quello economico a 97,0. Restano però alcune ombre. Le opinioni sull’andamento generale dell’economia italiana e sulla convenienza di risparmiare continuano a non convincere del tutto. L’atteggiamento resta prudente, quasi a voler vedere qualche conferma in più prima di sbilanciarsi.

Imprese, segnali contrastanti

Guardando alle imprese, il quadro è più sfaccettato. A sostenere la fiducia sono soprattutto i servizi di mercato, dove l’indice sale fino a 100,0. Qui migliorano giudizi e aspettative, segno di un comparto che, almeno per ora, vede prospettive più solide.

Il commercio al dettaglio rimane sostanzialmente stabile. Le vendite vengono giudicate in lieve peggioramento, ma le attese per i prossimi mesi sono in aumento e le scorte risultano in calo. Una situazione di equilibrio, tipica di una domanda ancora cauta.
Più difficile, invece, il momento per l’industria. Nella manifattura la fiducia scende ulteriormente, mentre nelle costruzioni, nonostante ordini in miglioramento, pesano le previsioni di una possibile riduzione dell’occupazione.

Meno difficoltà per l’export

C’è però una nota positiva che arriva dai mercati esteri. Nel quarto trimestre del 2025 diminuisce la quota di imprese manifatturiere che dichiarano problemi nell’export. Un segnale incoraggiante, che potrebbe dare ossigeno alla produzione nei prossimi mesi.

In sintesi, dicembre consegna un’Italia un po’ più fiduciosa, ma ancora con i piedi ben piantati a terra. L’aria sembra meno pesante, anche se la strada resta tutta da percorrere.

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Censis: il 59° Rapporto conferma l’avanzata inarrestabile dei nuovi media

Nel 2024 il 90,1% degli italiani utilizza Internet, l’89,3% lo smartphone, l’86,1% i social network. La televisione però è sempre la regina dei media, con il 94,1% di utenti, e la radio con il 79,1%. I lettori di libri, al contrario, scendono del 5,6% in un anno (40,2%), mentre i lettori di e-book sono fermi al 13,4%.
Emerge dal capitolo ‘Comunicazione e media’ del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025.

Si conferma quindi l’inarrestabile successo dei nuovi media, mentre oltre ai libri tradizionali resta critica anche la situazione degli altri media a stampa, come i quotidiani venduti in edicola, che nel 2024 hanno toccato il minimo storico (21,7% di lettori, -45,3% dal 2007).
Al contrario, gli utenti dei quotidiani online sono il 30,5%, e quelli dei siti d’informazione salgono al 61,0%.

Più di 4 ore al giorno sullo smarphone

Che si tratti di contenuti fotografici o video si consolidano le piattaforme online centrate sull’immagine, con Instagram (78,1%), YouTube (77,6%) e TikTok (64,2%) i tre poli principali di questo ecosistema.
Tra i social, Facebook è usato dal 66,3% della popolazione complessiva (55,2% giovani), WhatsApp dall’87,4% e Telegram dal 42,9% dei giovani.

Nel 2025 il 46,1% degli italiani tra 16-64 anni trascorre mediamente più di 4 ore al giorno utilizzando dispositivi digitali per ragioni non lavorative (smartphone: 64,5% dei 16-17enni).
Inoltre, ha trascorso più di 7 ore al giorno a contatto con un dispositivo digitale l’11,3% dei 18-34enni e più di 9 ore l’8,5% dei 35-49enni.

Perché si crede ai deepfake?

Assumendo una media di 8 ore di sonno al giorno, significa che il 20% delle persone nel pieno della loro maturità trascorre all’incirca la metà del proprio tempo di veglia nello spazio senza luogo del digitale.

Ma con l’aumento di chi si informa online, i deepfake assumono un ruolo sempre più innovativo anche per l’intrattenimento. Il 60,5% degli italiani ne ha visto almeno uno, soprattutto contenuti di intrattenimento artefatti (27,5%).
Ma perché si crede ai deepfake? Eccessiva fiducia nelle fonti online (35,6%), alta qualità dei deepfake (28,0%), mancanza di competenze per distinguere il vero dal falso (27,8%), ma anche conferma di convinzioni personali pregresse (18,4%).

Il tramonto degli influencer?

Cambia anche il modo di interpretare il ruolo degli influencer: per il 34,3% degli italiani (over65, 44,1%) la capacità di influenza dei macro-influencer sta diminuendo, mentre il 25,8% ritiene che siano i divi di oggi e lo resteranno per molto tempo.
L’81,9% degli over65 non ha mai seguito i macro-influencer (51,4%, giovani). 

Per informarsi, il telegiornale resta però il mezzo più seguito dagli italiani, con un’utenza complessiva del 47,7% della popolazione (giovani, 22,5%), ma alle sue spalle si collocano Facebook (36,4%), i motori di ricerca (23,3%), le tv all-news (18,9%), i siti web d’informazione (17,2%).
Seguono le piattaforme social più conosciute: Instagram, consultato dal 16,7% degli utenti, YouTube (15,5%) e TikTok (14,4%).

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Turismo nautico: +25% per le vacanze in barca nel Mediterraneo

Lo conferma il team di We Can Sail, l’azienda italiana specializzata in charter e servizi di navigazione privata: “il Mediterraneo sta vivendo una fase di grande attenzione, con una domanda che si diversifica per tipologia di esperienza, budget e durata del viaggio”.

Rispetto al 2024, il comparto nautico evidenzia un incremento del 25% nella domanda di charter nel Mediterraneo. Ciò riflette un’accelerazione nell’interesse verso un modo di viaggiare più esclusivo, sostenibile e a diretto contatto con la natura.
Oggi i viaggiatori cercano esperienze personalizzate e lontane dai flussi turistici massificati. Un criterio che la barca soddisfa naturalmente, grazie alla possibilità di accedere a baie isolate, calette raggiungibili solo via mare e percorsi che non seguono itinerari preimpostati.

È una crescita strutturale, non episodica

Non è un caso se le vacanze in barca si confermano come uno dei fenomeni turistici più rilevanti del 2025. Dalle isole greche alla Costa Smeralda, la Sicilia, le Baleari e la Croazia, il turismo marittimo si inserisce tra le esperienze preferite dai viaggiatori italiani e internazionali. E la crescita non è episodica, ma strutturale.

Gli operatori del settore confermano una crescita trasversale nelle principali destinazioni mediterranee, Italia, Francia, Grecia, Croazia e Spagna, che registrano incrementi nelle prenotazioni di bareboat charter, noleggi con skipper e crociere private di fascia alta. Secondo il ceo di We Can Sail, è “una dinamica che si lega alla ricerca di autenticità e alla possibilità di vivere il mare con ritmi più lenti e consapevoli”.

Digitalizzazione e sostenibilità in mare aperto

Ma il 2025 rappresenta un punto di svolta sotto due aspetti centrali: digitalizzazione e sostenibilità. La diffusione di siti dedicati ha reso l’accesso al charter molto più immediato, ampliando il pubblico di riferimento e semplificando la pianificazione della vacanza.

Parallelamente, cresce l’attenzione per l’ambiente. Gli armatori investono in imbarcazioni ibride, pannelli solari, tecnologie per la riduzione dei consumi e programmi di navigazione responsabile.
Secondo le analisi del team marketing di We Can Sail, questo approccio rispecchia l’atteggiamento di un viaggiatore più consapevole, che cerca esperienze esclusive, ma in armonia con l’ecosistema marino.

Si sceglie di salpare anche in autunno e primavera

Le previsioni per i prossimi anni indicano un’espansione costante del settore, trainata da digitalizzazione dei servizi, ricerca di esperienze autentiche, sostenibilità e responsabilità ambientale.
Le previsioni economiche parlano di un incremento medio annuo tra il 10% e il 15% nelle prenotazioni, con picchi nelle aree più iconiche del Mediterraneo.

In crescita anche la destagionalizzazione, con un numero sempre maggiore di viaggiatori che sceglie di salpare in primavera e autunno.
Secondo We Can Sail, “la combinazione di innovazione tecnologica, sostenibilità e fascino intramontabile del Mediterraneo rende il charter uno dei segmenti più dinamici del turismo internazionale”.

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