A dicembre torna a crescere la fiducia di famiglie e imprese

Il 2025 si chiude con un segnale che, pur senza entusiasmi fuori misura, merita attenzione. A dicembre il clima di fiducia in Italia mostra un miglioramento sia per i consumatori sia per le imprese. Lo certificano i dati Istat, che fotografano un Paese ancora prudente, ma un po’ meno sfiduciato rispetto ai mesi precedenti.

Non si tratta di una svolta, ma di un cambio di umore. L’indicatore di fiducia dei consumatori sale da 95,0 a 96,6, mentre quello delle imprese cresce da 96,1 a 96,5. Numeri che raccontano una lenta risalita, fatta più di piccoli passi che di balzi in avanti.

Famiglie un po’ più serene 

Tra i consumatori il miglioramento è piuttosto diffuso. A crescere di più sono le valutazioni legate alla situazione personale e al presente. Il clima personale passa da 94,5 a 96,4 e quello corrente supera la soglia dei 100 punti, arrivando a 100,2. È come se le famiglie percepissero un po’ meno pressione nella gestione quotidiana, tra lavoro, spese e bilanci domestici.

Migliorano anche le aspettative: il clima futuro sale a 91,6 e quello economico a 97,0. Restano però alcune ombre. Le opinioni sull’andamento generale dell’economia italiana e sulla convenienza di risparmiare continuano a non convincere del tutto. L’atteggiamento resta prudente, quasi a voler vedere qualche conferma in più prima di sbilanciarsi.

Imprese, segnali contrastanti

Guardando alle imprese, il quadro è più sfaccettato. A sostenere la fiducia sono soprattutto i servizi di mercato, dove l’indice sale fino a 100,0. Qui migliorano giudizi e aspettative, segno di un comparto che, almeno per ora, vede prospettive più solide.

Il commercio al dettaglio rimane sostanzialmente stabile. Le vendite vengono giudicate in lieve peggioramento, ma le attese per i prossimi mesi sono in aumento e le scorte risultano in calo. Una situazione di equilibrio, tipica di una domanda ancora cauta.
Più difficile, invece, il momento per l’industria. Nella manifattura la fiducia scende ulteriormente, mentre nelle costruzioni, nonostante ordini in miglioramento, pesano le previsioni di una possibile riduzione dell’occupazione.

Meno difficoltà per l’export

C’è però una nota positiva che arriva dai mercati esteri. Nel quarto trimestre del 2025 diminuisce la quota di imprese manifatturiere che dichiarano problemi nell’export. Un segnale incoraggiante, che potrebbe dare ossigeno alla produzione nei prossimi mesi.

In sintesi, dicembre consegna un’Italia un po’ più fiduciosa, ma ancora con i piedi ben piantati a terra. L’aria sembra meno pesante, anche se la strada resta tutta da percorrere.

A dicembre torna a crescere la fiducia di famiglie e imprese Leggi tutto »

Censis: il 59° Rapporto conferma l’avanzata inarrestabile dei nuovi media

Nel 2024 il 90,1% degli italiani utilizza Internet, l’89,3% lo smartphone, l’86,1% i social network. La televisione però è sempre la regina dei media, con il 94,1% di utenti, e la radio con il 79,1%. I lettori di libri, al contrario, scendono del 5,6% in un anno (40,2%), mentre i lettori di e-book sono fermi al 13,4%.
Emerge dal capitolo ‘Comunicazione e media’ del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025.

Si conferma quindi l’inarrestabile successo dei nuovi media, mentre oltre ai libri tradizionali resta critica anche la situazione degli altri media a stampa, come i quotidiani venduti in edicola, che nel 2024 hanno toccato il minimo storico (21,7% di lettori, -45,3% dal 2007).
Al contrario, gli utenti dei quotidiani online sono il 30,5%, e quelli dei siti d’informazione salgono al 61,0%.

Più di 4 ore al giorno sullo smarphone

Che si tratti di contenuti fotografici o video si consolidano le piattaforme online centrate sull’immagine, con Instagram (78,1%), YouTube (77,6%) e TikTok (64,2%) i tre poli principali di questo ecosistema.
Tra i social, Facebook è usato dal 66,3% della popolazione complessiva (55,2% giovani), WhatsApp dall’87,4% e Telegram dal 42,9% dei giovani.

Nel 2025 il 46,1% degli italiani tra 16-64 anni trascorre mediamente più di 4 ore al giorno utilizzando dispositivi digitali per ragioni non lavorative (smartphone: 64,5% dei 16-17enni).
Inoltre, ha trascorso più di 7 ore al giorno a contatto con un dispositivo digitale l’11,3% dei 18-34enni e più di 9 ore l’8,5% dei 35-49enni.

Perché si crede ai deepfake?

Assumendo una media di 8 ore di sonno al giorno, significa che il 20% delle persone nel pieno della loro maturità trascorre all’incirca la metà del proprio tempo di veglia nello spazio senza luogo del digitale.

Ma con l’aumento di chi si informa online, i deepfake assumono un ruolo sempre più innovativo anche per l’intrattenimento. Il 60,5% degli italiani ne ha visto almeno uno, soprattutto contenuti di intrattenimento artefatti (27,5%).
Ma perché si crede ai deepfake? Eccessiva fiducia nelle fonti online (35,6%), alta qualità dei deepfake (28,0%), mancanza di competenze per distinguere il vero dal falso (27,8%), ma anche conferma di convinzioni personali pregresse (18,4%).

Il tramonto degli influencer?

Cambia anche il modo di interpretare il ruolo degli influencer: per il 34,3% degli italiani (over65, 44,1%) la capacità di influenza dei macro-influencer sta diminuendo, mentre il 25,8% ritiene che siano i divi di oggi e lo resteranno per molto tempo.
L’81,9% degli over65 non ha mai seguito i macro-influencer (51,4%, giovani). 

Per informarsi, il telegiornale resta però il mezzo più seguito dagli italiani, con un’utenza complessiva del 47,7% della popolazione (giovani, 22,5%), ma alle sue spalle si collocano Facebook (36,4%), i motori di ricerca (23,3%), le tv all-news (18,9%), i siti web d’informazione (17,2%).
Seguono le piattaforme social più conosciute: Instagram, consultato dal 16,7% degli utenti, YouTube (15,5%) e TikTok (14,4%).

Censis: il 59° Rapporto conferma l’avanzata inarrestabile dei nuovi media Leggi tutto »

Turismo nautico: +25% per le vacanze in barca nel Mediterraneo

Lo conferma il team di We Can Sail, l’azienda italiana specializzata in charter e servizi di navigazione privata: “il Mediterraneo sta vivendo una fase di grande attenzione, con una domanda che si diversifica per tipologia di esperienza, budget e durata del viaggio”.

Rispetto al 2024, il comparto nautico evidenzia un incremento del 25% nella domanda di charter nel Mediterraneo. Ciò riflette un’accelerazione nell’interesse verso un modo di viaggiare più esclusivo, sostenibile e a diretto contatto con la natura.
Oggi i viaggiatori cercano esperienze personalizzate e lontane dai flussi turistici massificati. Un criterio che la barca soddisfa naturalmente, grazie alla possibilità di accedere a baie isolate, calette raggiungibili solo via mare e percorsi che non seguono itinerari preimpostati.

È una crescita strutturale, non episodica

Non è un caso se le vacanze in barca si confermano come uno dei fenomeni turistici più rilevanti del 2025. Dalle isole greche alla Costa Smeralda, la Sicilia, le Baleari e la Croazia, il turismo marittimo si inserisce tra le esperienze preferite dai viaggiatori italiani e internazionali. E la crescita non è episodica, ma strutturale.

Gli operatori del settore confermano una crescita trasversale nelle principali destinazioni mediterranee, Italia, Francia, Grecia, Croazia e Spagna, che registrano incrementi nelle prenotazioni di bareboat charter, noleggi con skipper e crociere private di fascia alta. Secondo il ceo di We Can Sail, è “una dinamica che si lega alla ricerca di autenticità e alla possibilità di vivere il mare con ritmi più lenti e consapevoli”.

Digitalizzazione e sostenibilità in mare aperto

Ma il 2025 rappresenta un punto di svolta sotto due aspetti centrali: digitalizzazione e sostenibilità. La diffusione di siti dedicati ha reso l’accesso al charter molto più immediato, ampliando il pubblico di riferimento e semplificando la pianificazione della vacanza.

Parallelamente, cresce l’attenzione per l’ambiente. Gli armatori investono in imbarcazioni ibride, pannelli solari, tecnologie per la riduzione dei consumi e programmi di navigazione responsabile.
Secondo le analisi del team marketing di We Can Sail, questo approccio rispecchia l’atteggiamento di un viaggiatore più consapevole, che cerca esperienze esclusive, ma in armonia con l’ecosistema marino.

Si sceglie di salpare anche in autunno e primavera

Le previsioni per i prossimi anni indicano un’espansione costante del settore, trainata da digitalizzazione dei servizi, ricerca di esperienze autentiche, sostenibilità e responsabilità ambientale.
Le previsioni economiche parlano di un incremento medio annuo tra il 10% e il 15% nelle prenotazioni, con picchi nelle aree più iconiche del Mediterraneo.

In crescita anche la destagionalizzazione, con un numero sempre maggiore di viaggiatori che sceglie di salpare in primavera e autunno.
Secondo We Can Sail, “la combinazione di innovazione tecnologica, sostenibilità e fascino intramontabile del Mediterraneo rende il charter uno dei segmenti più dinamici del turismo internazionale”.

Turismo nautico: +25% per le vacanze in barca nel Mediterraneo Leggi tutto »

Festività e consumi: italiani in cerca di “lussi accessibili”

Dal 1° novembre al 24 dicembre 2025 la spesa dei consumatori in Europa, esclusa quella per il settore auto, è prevista in aumento del 3,1% su base annua. Le previsioni di crescita più elevate riguardano Ungheria (5,2%), Polonia (5%), Spagna (4,8%) e Repubblica Ceca (4,6%). Per i consumatori italiani l’aumento previsto è stimato al +2,1%. 

Il quadro che emerge dall’osservatorio SpendingPulse di Mastercard, tuttavia, è quello di consumatori che prediligono piaceri accessibili, orientandosi verso le categorie di prodotti alimentari premium, beauty e accessori per la casa, e in cerca anche di un valore emozionale attraverso le esperienze.
Durante il periodo di feste la spesa degli europei rifletterà infatti un approccio prudente, caratterizzato da attenzione ai prezzi e preferenza per pochi piccoli lussi.

Domanda di articoli di grande valore in flessione

Nonostante una fiducia dei consumatori moderata, il settore retail, in particolare nelle categorie discrezionali, continua a mostrare un trend positivo in tutta Europa.
Questa resilienza poggia su fondamentali solidi, tra cui bassa disoccupazione e potere d’acquisto in ripresa, con salari che nella maggior parte dei Paesi crescono più velocemente dell’inflazione. 

Inoltre, negli ultimi mesi i consumatori europei hanno indirizzato la spesa discrezionale verso articoli di piccolo importo, come prodotti beauty e cosmetica, abbigliamento, esperienze dal vivo, ristoranti e bar.
La domanda di articoli di grande valore, come mobili ed elettronica, in generale si è indebolita. Fanno eccezione Paesi come l’Italia, dove questi articoli durante le Feste continuano a rappresentare il 4,7% della spesa.

Una spesa alimentare resiliente

Beauty e cosmetica, insieme all’abbigliamento di seconda mano, continuano ad attrarre l’interesse dei consumatori, con GenZ e Alpha che guidano la domanda e trainano la crescita.
La moda second-hand guadagna particolare spazio in Spagna (+4,4%), seguita da Francia (+1,3%) e Italia (+0,5%).

Quanto ai carrelli della spesa, riflettono gusti e abitudini culinarie nazionali. La spesa alimentare resta resiliente: gli europei prediligono prodotti premium, soprattutto durante le festività.
Gli italiani risultano i maggiori spendenti in generi alimentari durante il periodo festivo, con una spesa media per acquisto di 39 euro, seguiti da britannici e tedeschi, rispettivamente, 37 e 36 euro.

In volo verso Milano

Nel 2025, in Francia, Germania e Regno Unito i rivenditori di abbigliamento e calzature di fascia alta hanno aumentato la quota nel mercato della moda online. Nelle economie dell’Europa centro-orientale, dove lo shopping di lusso online è meno diffuso, i rivenditori high-end hanno invece rafforzato la loro presenza nelle vendite in negozio.
In controtendenza l’Italia, che per il settore moda di lusso registra una lieve flessione sia nelle vendite online (-0,3%) sia in store (-0.4%).

Quanto ai viaggi, gli europei si spingono sempre più lontano alla ricerca di mete calde. Sei delle 10 destinazioni di tendenza della stagione si trovano fuori dall’Europa, mentre tra le destinazioni europee Milano si distingue per il forte incremento della quota di prenotazioni voli, l’8,4% in più rispetto all’anno scorso.

Festività e consumi: italiani in cerca di “lussi accessibili” Leggi tutto »

Condomìni: i buoni rapporti con i vicini fanno risparmiare denaro

Negli scorsi 12 mesi più di 5 milioni di italiani hanno instaurato con i propri vicini un rapporto di condivisione. Questo ha portato a benefici concreti, spesso anche economici.
Secondo l’indagine che Facile.it ha commissionato all’istituto di ricerca EMG Different, non è vero, quindi, che non si conoscono i vicini di casa, o peggio, che spesso i rapporti sono conflittuali.

La fotografia che emerge dall’indagine è ben diversa. Quasi 6 italiani su 10 fra coloro che vivono in un condominio dichiarano di avere un rapporto civile e cordiale con i vicini. E in alcuni casi ciò si traduce in aiuto reciproco, anche economico.

Dall’amicizia al risparmio

Tanto è vero che grazie all’economia di condomino negli ultimi 12 mesi si è arrivati a risparmiare, in totale, più di 560 milioni di euro.
Si va dal baby-sitting alla condivisione della linea internet, dall’aiuto nelle pulizie domestiche ai piccoli lavori di bricolage. Ma anche dog-sitting, ricezione pacchi, sorveglianza durante l’assenza e cura delle piante.

Tra chi lo ha fatto, il 94% dichiara di averne tratto un risparmio economico. E se per alcuni è difficile dare una misura di questo risparmio, circa 2 milioni di individui sono riusciti a quantificarlo, in media, in 269 euro. 

Ma non mancano i conflitti

Il campione di residenti nel Nord Ovest ha risparmiato 313 euro, che salgono a 388 euro nei condomìni composti da un numero di famiglie compreso fra 6 e 10, e addirittura 392 euro nella fascia anagrafica 35 – 54 anni.
In totale, il risparmio è pari a poco più di 560 milioni di euro in un anno.
Tutto rose e fiori quindi? Chiaramente no.

Infatti, se circa 9 milioni di italiani parlano di un vero e proprio rapporto di amicizia con i vicini (in media sono 3 quelli con i quali hanno un legame stretto) poco più di 1,1 milioni dichiarano di avere un rapporto teso, se non apertamente conflittuale.
Inoltre, nel corso dell’ultimo anno il 18% degli intervistati ha dovuto discutere con qualcuno dei propri vicini.

Rumori molesti, gestione dei rifiuti, posti auto le ragioni degli scontri

A portare allo scontro sono stati soprattutto i rumori molesti (35%), la gestione dei posti auto condominiali (21%, ma fino al 30% se si guarda al solo sotto campione maschile) e l’utilizzo non autorizzato delle aree comuni del condominio (21%).

Sempre secondo l’indagine, fanno discutere anche la gestione dell’immondizia, lo scuotere tovaglie o il far sgocciolare i panni stesi sulla altrui proprietà. Pochissime le liti, per fortuna, causate dai bambini piccoli, appena l’8%.

Condomìni: i buoni rapporti con i vicini fanno risparmiare denaro Leggi tutto »

Cybersecurity: alle PMI italiane manca una strategia efficace

Da gennaio ad aprile 2025 l’Italia ha registrato il 25% del totale di attacchi informatici effettuati in Europa. Software potenzialmente indesiderati (PUA) e malware che imitano brand legittimi hanno preso di mira in particolare le Pmi. Ma la maggior parte dei decision-maker che si occupano di cybersecurity non è adeguatamente preparata a proteggere la propria azienda.

Secondo l’ultimo report di Kaspersky, ‘Real Talk on Cybersecuity: cosa preoccupa, cosa manca e cosa è davvero utile?’, in Italia il 68% degli intervistati segue una strategia solida più nella teoria che nella pratica, o si limita a raggiungere solo alcuni obiettivi. Inoltre, molti ammettono di avere carenze anche nelle conoscenze base di cybersecurity.

Divario tra intenzioni e implementazione

Sempre in Italia, il 32% dichiara che dovrebbe comprendere meglio come rispondere e risolvere gli incidenti informatici. Inoltre, solo il 25% ha implementato una strategia di sicurezza informatica completa mentre il 38% l’ha solo pianificata. E il 30% si sta impegnando per raggiungere una serie di obiettivi piuttosto che perseguire una strategia vera e propria.

Questi risultati evidenziano la diffusa discrepanza tra lo sviluppo della strategia e l’implementazione operativa. Un divario che probabilmente si traduce in debolezze strutturali nelle operazioni quotidiane di sicurezza informatica delle Pmi. La mancanza di strategie e competenze impedisce infatti di garantire una protezione reale e rende le aziende vulnerabili. 

Chi sa proteggere la propria attività?

La mancanza di strategie concrete diventa ancora più evidente se si considera la scarsa fiducia dei leader aziendali nelle proprie conoscenze e negli strumenti di cybersecurity.

Ad esempio, il 32% delle Pmi italiane vorrebbe comprendere meglio come ottimizzare le proprie capacità di risposta e risoluzione in caso di incidente informatico. E circa un terzo (27%) vorrebbe sapere se la propria protezione endpoint è sufficientemente solida per gestire le minacce odierne.
Considerando che il 25% degli intervistati dubita che le descrizioni dei rischi fornite dai fornitori riflettano fedelmente la realtà di un’azienda come la loro, chi di loro sa davvero come proteggere la propria attività?

Strategie valide solo sulla carta

“I decision maker che si occupano di cybersecurity nelle Pmi spesso seguono strategie apparentemente valide sulla carta, ma che nella pratica non funzionano, perché prive delle misure operative concrete necessarie per resistere agli attacchi odierni. Due terzi di loro non hanno ancora messo in pratica queste misure in modo efficace, lasciando le Pmi sempre più esposte ad attacchi. – afferma Cesare D’Angelo, General Manager Italy, Mediterranean & France di Kaspersky -. Per migliorare la sicurezza, le Pmi devono passare dalla teoria alla pratica, colmare le lacune di conoscenza essenziali e costruire una strategia di sicurezza informatica coerente, integrata nelle operazioni quotidiane, non limitata a documenti isolati o misure non coordinate”.

Cybersecurity: alle PMI italiane manca una strategia efficace Leggi tutto »

Addio a Windows 10: milioni di utenti restano… al palo

Il 14 ottobre 2025 è una data spartiacque: segna infatti la fine del supporto a Windows 10. Eppure, nononstante si sapesse da tempo di questo addio, molti utenti non sono ancora pronti a fare il salto a Windows 11. Una recente analisi di Kaspersky, basata su dati anonimi forniti dagli utenti del Kaspersky Security Network, mostra che oltre la metà dei computer nel mondo continua a usare Windows 10.

In dettaglio, il 53% degli utenti è ancora legato a questa versione, mentre l’8,5% utilizza Windows 7, ormai fuori supporto dal 2020. Solo un terzo ha già aggiornato a Windows 11, l’ultima versione di Microsoft, rivelando una forte fedeltà agli OS precedenti.

Anche le aziende fanno fatica a cambiare

Il fenomeno non riguarda solo i privati. Tra le grandi aziende, quasi il 60% dei dispositivi utilizza ancora Windows 10, mentre nelle piccole e medie imprese la percentuale scende al 51%. Windows 7 resiste comunque su poco più del 6% dei sistemi aziendali.

Gli esperti di Kaspersky sottolineano che mantenere sistemi obsoleti può essere rischioso: oltre a essere più vulnerabili agli attacchi informatici, questi OS potrebbero diventare incompatibili con software aggiornati o strumenti di sicurezza.

Windows 11: più sicurezza, meno privacy?

Aggiornare a Windows 11 diventa dunque quasi inevitabile. Ma la nuova versione introduce un cambiamento significativo: la configurazione iniziale richiede un account Microsoft. Questo consente di sfruttare funzioni cloud come aggiornamenti automatici e sincronizzazione tra dispositivi, ma comporta anche la condivisione di dati personali.

“L’obiettivo dichiarato di Microsoft è migliorare la sicurezza tramite servizi cloud – spiega Anna Larkina, esperta di privacy di Kaspersky – ma l’uso obbligatorio di un account può trasmettere informazioni agli server senza un consenso immediato e chiaro. Chi vuole mantenere maggiore controllo sui propri dati può comunque usare strumenti come BitLocker o firewall, ma dovrà fare attenzione alle impostazioni di privacy.”

Consigli pratici per proteggere i dati

Dopo l’installazione di Windows 11, Kaspersky suggerisce di aprire Impostazioni > Privacy e sicurezza e rivedere le opzioni disponibili.
Tra le principali azioni consigliate: disattivare l’ID pubblicitario per limitare gli annunci personalizzati, ridurre al minimo i dati diagnostici e spegnere servizi di localizzazione o esperienze condivise tra dispositivi non necessari.

Addio a Windows 10: milioni di utenti restano… al palo Leggi tutto »

Recensioni online: se non danneggiano le imprese sono una tutela fondamentale per i consumatori 

Alla luce dell’attuale discussione in sede parlamentare sul DDL PMI, che include nuove norme in materia di e-commerce e di recensioni online, Netcomm, il Consorzio del Commercio Digitale in Italia, ha evidenziato la necessità di una regolamentazione equilibrata, che rafforzi la tutela dei consumatori, ma che non ostacoli l’innovazione o appesantisca le imprese.

Oggi le recensioni online sono uno strumento centrale per rafforzare la fiducia dei consumatori nei confronti dell’e-commerce. Ma rappresentano uno strumento imprescindibile anche per la competitività delle aziende, soprattutto le Piccole e medie imprese.
Quello che serve a livello legislativo è un approccio bilanciato.

Vietare le attività fraudolente, non limitare la circolazione di opinioni autentiche

“Una regolamentazione efficace deve vietare solo le pratiche scorrette – ha sottolineato Roberto Liscia, presidente di Netcomm -, senza penalizzare le aziende o ostacolare l’innovazione. Le recensioni online sono una leva di fiducia e competitività imprescindibile per il commercio digitale, ma devono rimanere uno strumento trasparente, utile e spontaneo per i consumatori e le imprese – ha aggiunto il presidente di Netcomm – Per questo chiediamo al legislatore di adottare un approccio pragmatico ed equilibrato, che si ponga alcuni obiettivi principali. Tra questi vietare le attività fraudolente è un imperativo, tuttavia questo non deve limitare la circolazione legittima di opinioni autentiche”.

Servono almeno 180 giorni per la pubblicazione di un’opinione ponderata

Secondo Roberto Liscia occorre concedere un tempo utile per il rilascio della recensione, quantificato in almeno 180 giorni, per poter pubblicare un’opinione ponderata basata su esperienze complete.

“Inoltre – ha chiarito Liscia -, sosteniamo fortemente la necessità di garantire recensioni autentiche senza che ciò comporti l’imposizione di obblighi di prove irrealistiche agli utenti, che potrebbero ostacolare il funzionamento naturale delle piattaforme e penalizzare gli utenti onesti”.

Rafforzare la protezione dei cittadini senza creare barriere, soprattutto alle Pmi

“Infine – ha concluso il presidente Netcomm -, riteniamo fondamentale aprire la possibilità di segnalare comportamenti scorretti a tutte le associazioni a tutela dei consumatori. Solo così sarà possibile rafforzare la protezione dei cittadini senza creare barriere alle imprese, tenuto conto del fatto che le più penalizzate sarebbero proprio le Pmi”.

Insomma, la posizione di Consorzio Netcomm sulla regolamentazione delle recensioni online si può riassumere in tre punti principali: vietare le attività fraudolente, dare il giusto tempo ai consumatori per esprimere la propria opinione e non imporre oneri a carico degli utenti o delle piattaforme.

Recensioni online: se non danneggiano le imprese sono una tutela fondamentale per i consumatori  Leggi tutto »

L’Italia del lusso: i consumatori vogliono qualità e sostenibilità 

Sì, è vero che anche il mercato del lusso ha segnato un certo rallentamento. La colpa è dell’incertezza economica e dei cambiamenti nei modelli di consumo, che si fanno sentire anche nei settori top. Tanto che il comparto lusso, stando alle previsioni, nel 2025 dovrebbe registrare una contrazione del 4%.
In questo contesto diventa fondamentale per le aziende capire a fondo le aspettative dei clienti. Per farlo, EY ha presentato la prima edizione del Luxury Client Index, uno studio che analizza le preferenze di 1.600 consumatori aspirazionali in dieci mercati, compresa l’Italia.

I risultati sono stati illustrati a Milano durante l’evento EY Winning Back Aspirational Luxury Clients, organizzato in collaborazione con FSB Group, un’occasione di confronto tra esperti, investitori e grandi brand per tracciare il futuro del settore.

Il momento di un riposizionamento 

Secondo Anna Nasole, strategic & transactions fashion & luxury leader di EY Parthenon Italia, “il lusso sta vivendo un riposizionamento: i consumatori cercano qualità, autenticità, sostenibilità ed esperienze personalizzate, non solo status. I brand devono puntare su innovazione di prodotto, digitalizzazione e sostenibilità come vantaggio competitivo”.

Dopo il boom di operazioni M&A post-Covid, il mercato ha rallentato a causa della debole domanda, delle crisi nei mercati geografici e dell’instabilità geopolitica. L’Italia resta centrale grazie a marchi iconici e filiere consolidate, ma oggi servono strategie più selettive, attenzione ai trend lifestyle e strumenti globali di salvaguardia ambientale ed etica.

Cosa guida le scelte degli italiani

Dall’EY Luxury Client Index emerge che il 68% degli acquirenti italiani dà priorità alla qualità, contro il 47% dei consumatori globali che indicano il riconoscimento sociale come principale motivazione. Il brand resta rilevante per il 22% degli italiani, mentre solo il 9% predilige prodotti senza loghi visibili.

Le differenze generazionali sono evidenti: la Gen Z segue influencer e celebrità (43%), mentre il 73% dei Baby Boomers valorizza la storia del marchio. La sostenibilità diventa un driver centrale per Millennial e Gen Z, e un terzo degli intervistati la considera prioritaria.

Esperienze, digital e nuovi modelli

Il negozio fisico continua a essere importantissimo in Italia, scelto dal 73% dei consumatori, ma cresce l’interesse per esperienze multicanale e digitali. L’intelligenza artificiale promette personalizzazione, anche se il potenziale è ancora in gran parte inesplorato.

Tra i nuovi modelli di business, un terzo dei consumatori opta per il second hand, mentre il noleggio interessa il 54%. Infine, per fronteggiare il calo del 23% nelle vendite italiane, il 22% degli intervistati suggerisce forme di pagamento più flessibili.

L’Italia del lusso: i consumatori vogliono qualità e sostenibilità  Leggi tutto »

Credito: gli italiani con almeno un finanziamento sono quasi il 60%, +13% 

La ripresa dei consumi e degli acquisti sostenuti da un finanziamento, oltre allo sviluppo dei prestiti small ticket, fa crescere la platea di italiani con almeno un contratto di credito rateale attivo. Nonostante un contesto economico che risente del clima di incertezza globale, le famiglie non hanno smesso di rivolgersi agli istituti di credito per sostenere i propri consumi e gli investimenti sulla casa. 

Dall’aggiornamento relativo al I semestre 2025 della Mappa del Credito, lo studio sull’utilizzo del credito rateale di Mister Credit, l’area di CRIF per lo sviluppo di soluzioni e strumenti educational, emerge che nei primi sei mesi dell’anno gli italiani che accedono al credito arrivano al 59,6% della popolazione maggiorenne, il 13,1% in più rispetto al 2024.

Rata media dei mutui stabile a 600 euro

A livello pro-capite nel primo semestre 2025 la rata media mensile rimborsata è stabile a 278 euro, mentre l’esposizione residua è pari a 31.637 euro (-10,0% vs I semestre 2024).
Osservando i mutui si nota una sostanziale stabilità della rata media, di poco inferiore a 600 euro, mentre risulta in calo l’esposizione residua, che supera di poco i 97.000 euro.

Per quanto riguarda i prestiti finalizzati cresce leggermente la rata mensile, che si attesta a 135 euro, mentre cala l’esposizione residua (-7,5%), che rimane comunque contenuta e di poco superiore a 5.500 euro.
In leggera crescita (+1,5%) la rata media dei prestiti personali (254 euro), con un’esposizione residua intorno a 16.200 euro (-7,9%).

Prestiti finalizzati pari al 47,1% del totale

“Nel complesso, l’incidenza dei mutui oggi rappresenta il 23,6% del totale dei finanziamenti attivi, mentre la quota di prestiti personali arriva al 29,3% – commenta Beatrice Rubini, Direttrice della linea Mister Credit di CRIF – . Sono però i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi quali auto, moto, elettronica ed elettrodomestici, articoli di arredamento, viaggi a risultare la forma di finanziamento più diffusa, con una quota del 47,1% del totale. Volendo fare una classifica delle tipologie di beni e servizi per cui si ricorre maggiormente al credito, al primo posto troviamo le spese relative alla casa (34,9%), seguite dai mezzi di trasporto (30,2%) e da elettronica ed elettrodomestici (20%)”.

Le politiche di concessione rimangono prudenti

Dall’ultima rilevazione prodotta da Assofin, CRIF e Prometeia, a marzo 2025 il rischio di credito relativo al totale dei prestiti alle famiglie è stabile all’1,4%. Si tratta di livelli di rischiosità contenuti, ma le politiche di concessione dei prestiti rimangono prudenti, riflettendo anche l’incertezza legata alle tensioni geopolitiche e commerciali e il loro impatto sulla capacità di rimborso dei richiedenti.

Sono soprattutto gli appartenenti alle fasce di età da 30 a 60 anni ad avere finanziamenti in corso: oltre 4 su 5 nella fascia 41-50 anni, mentre solo il 30,2% nella fascia 18-30 anni.
Nelle fasce di età centrali si concentra infatti la maggior parte della popolazione attiva, che potendo contare su un reddito da lavoro può avere maggior propensione ad accendere finanziamenti.

Credito: gli italiani con almeno un finanziamento sono quasi il 60%, +13%  Leggi tutto »