Nome dell'autore: Marina Lo Cerchio

Italia poco pet friendly: meno di quattro comuni su dieci raggiungono la sufficienza

Il benessere degli animali domestici e delle famiglie che li accudiscono non è ancora una priorità delle amministrazioni italiane. Lo dimostra il XIV rapporto nazionale “Animali in Città” di Legambiente, presentato a Festambiente, che fotografa un quadro fatto di ritardi, servizi disomogenei e scarsa attenzione istituzionale.

Nel 2024, su 734 comuni che hanno risposto al questionario dell’associazione (meno del 10% del totale nazionale), soltanto il 39,5% ha ottenuto una valutazione almeno sufficiente nella gestione del settore pet-care. Numeri che parlano chiaro: meno di quattro comuni su dieci offrono servizi adeguati ai cittadini e ai loro animali.

Coste e entroterra: due Italie diverse

Il rapporto sottolinea anche la forte disparità tra comuni costieri e comuni interni. Se nelle aree vicine al mare esistono aree di sgambamento nel 36,2% dei casi, nei territori dell’entroterra la percentuale scende drasticamente al 10,4%. Differenze simili si registrano per i servizi di pensione per animali, presenti in oltre la metà dei comuni costieri ma solo nel 21,9% di quelli interni.

Il divario riguarda anche momenti delicati come la gestione del fine vita degli animali: regolamenti per cremazione, tumulazione o inumazione sono attivi nel 28% dei comuni costieri, ma appena nel 10% di quelli interni.

Botti, fuochi e altre criticità

Un altro fronte sensibile è quello della tutela degli animali durante festività e ricorrenze. Solo un quinto dei comuni costieri e meno di uno su dieci tra quelli interni hanno adottato ordinanze che limitano l’uso di botti e fuochi d’artificio, spesso fonte di forte stress per cani e gatti.

Ancora più ridotta è la presenza di sportelli dedicati o di un Garante per i diritti degli animali: si parla dell’8,5% dei comuni costieri e del 4,4% di quelli interni. Scarso anche il sostegno economico ai cittadini per la sterilizzazione, garantito solo dal 14,6% delle amministrazioni costiere e da appena il 4,7% di quelle interne.

Spiagge e sanità pubblica: i punti dolenti 

Colpisce, tra i comuni costieri, la scarsa attenzione alle spiagge: solo il 23,2% ha regolamenti che disciplinano l’accesso alle famiglie con animali d’affezione.

Sul fronte sanitario, Legambiente denuncia l’assenza di una vera rete pubblica veterinaria: in tutta Italia esistono soltanto due ospedali pubblici per animali, a Perugia e Napoli. Inoltre, quasi tre quarti della spesa pubblica per il settore pet-care resta a carico dei comuni, mentre le ASL coprono appena un quarto dei costi, pur dovendo garantire i servizi sociosanitari essenziali.
Un quadro che conferma come, nonostante la crescente domanda di servizi, il benessere animale resti ancora troppo spesso fuori dall’agenda delle politiche pubbliche.

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Vino e giovani: quali sono i nuovi trend di consumo?

Il vino è da sempre un vanto dell’enogastronomia italiana, ma il suo consumo è tradizionalmente legato a una fascia di utenti “adulta”. E’ invece interessante scoprire quale sia oggi il legame tra nuove generazioni e consumo vinicolo. I dati parlano chiaro: i giovani bevono meno vino rispetto alle generazioni precedenti, preferendo spesso altri prodotti, alcolici o analcolici.

Questo dato, inevitabilmente, suscita qualche preoccupazione tra produttori e distributori, che temono un ricambio generazionale sempre più debole nella base dei consumatori.

Solo questione di gusti?

Secondo le analisi condotte da Nomisma Wine Monitor, i cambiamenti nei consumi dei giovani non sono casuali. Le condizioni economiche, sociali e culturali in cui vivono i ragazzi di oggi sono radicalmente diverse rispetto a quelle dei loro coetanei trent’anni fa. La maggiore sensibilità verso la salute, l’interesse per la sostenibilità e una minore disponibilità economica influenzano profondamente qualsiasi scelta.

I consumatori tra i 18 e i 25 anni sono inclini a concedersi un bicchiere solo saltuariamente, spesso in contesti conviviali come feste o aperitivi. I vini spumanti e i bianchi sono i più apprezzati, mentre la conoscenza dei territori vinicoli è ancora limitata. Le etichette bio o sostenibili, invece, piacciono di più. 

Un’Italia che invecchia: cosa ci attende nel 2050

Il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione sono fenomeni già in corso. Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor, sottolinea come entro il 2050 un italiano su tre avrà più di 65 anni. Questo inevitabilmente condizionerà anche il mercato del vino. I baby boomer, oggi over 60, consumano vino con maggiore regolarità, soprattutto durante i pasti e in ambito domestico. Sono fedeli ai vini fermi, meno attratti dai rosati e molto attenti all’origine territoriale. Solo una piccola percentuale si interessa a tematiche ambientali o biologiche.

Un consumo che cresce con l’alzarsi dell’età

Ovviamente esistono delle differenze sostanziali fra Gen Z e baby boomer, ma no è detto che siano immutabili. Analizzando le varie fasce d’età, spicca una tendenza: con il passare degli anni, i consumatori più giovani tendono ad avvicinarsi ai comportamenti delle generazioni più anziane.

Aumenta la frequenza di consumo quotidiano, cresce l’attenzione al territorio e diminuisce il peso della sostenibilità come criterio d’acquisto.

Nuove sfide, nuovi mercati

Nonostante questa “convergenza generazionale”, resta un elemento di discontinuità: l’attenzione alla salute. Il salutismo, trasversale tra tutte le età, sta modificando le abitudini e orientando la domanda verso vini a basso tenore alcolico o dealcolati.

Un segnale chiaro che il settore dovrà evolversi per intercettare le esigenze di un pubblico sempre più consapevole.

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Vacanze: nel 2025 si viaggia in coppia con più attenzione alla sicurezza

Oggi l’assicurazione viaggio è diventata una componente essenziale della pianificazione di ogni partenza. Quest’estate infatti gli italiani si preparano per affrontare le vacanze con maggiore consapevolezza e protezione.
Tanto che secondo i dati raccolti dalla ricerca della insurtech Heymondo i mesi estivi rappresentano il periodo di maggior sottoscrizione delle polizze viaggio, con il 31,68% delle coperture emesse tra giugno e agosto.

Un dato che conferma la tendenza degli italiani a viaggiare principalmente in estate e a stipulare l’assicurazione con breve anticipo rispetto alla partenza.
Organizzare un viaggio è sempre un’esperienza stimolante e ricca di aspettative, ma per godersela senza preoccupazioni sempre più italiani pensano che sia indispensabile proteggersi dagli imprevisti. 

Scarsa propensione alla pianificazione anticipata

Il dato interessante riguarda infatti la tempistica con cui gli italiani stipulano la polizza viaggio. Solo il 31,29% agisce con più di 30 giorni di anticipo, mentre la maggioranza a meno di un mese dalla partenza. 
Quest’attitudine rivela una scarsa propensione degli italiani alla pianificazione anticipata in materia di protezione in viaggio. Una tendenza che si intensifica notevolmente nei periodi dell’anno in cui gli spostamenti sono più frequenti, in particolare durante le vacanze estive.

Il 97,01% degli utenti italiani opta inoltre per assicurazioni temporanee, pensate per coprire viaggi singoli e di breve durata.
Il resto dei viaggiatori si orienta verso altre opzioni disponibili, come la polizza annuale che copre tutti i viaggi fino a 60 giorni ciascuno effettuati durante l’anno.

Quasi la metà delle polizze stipulate copre due persone

Analizzando la durata media dei viaggi, emerge una distinzione netta tra spostamenti all’interno dell’Europa e quelli verso destinazioni più lontane.
I viaggi europei durano in media circa 3 giorni e sono caratterizzati da brevi fughe o weekend lunghi. Al contrario, i viaggi verso mete internazionali prevedono una permanenza tra 10 e 12 giorni, segnalando una preferenza per vacanze più lunghe e ben organizzate.

Quasi la metà delle polizze stipulate in Italia (45,57%), poi, copre due persone, a indicare una netta tendenza a viaggiare in coppia o con un accompagnatore. Il dato sottolinea come la condivisione dell’esperienza di viaggio sia un elemento importante per molti italiani che scelgono di proteggere non solo se stessi ma anche il proprio compagno di viaggio.

Gestire gli imprevisti in USA, Giappone, Egitto, Marocco, Indonesia

Dall’analisi delle polizze stipulate da Heymondo emergono le principali destinazioni in cui gli italiani scelgono di proteggersi prima di partire, soprattutto verso quei Paesi dove alcune condizioni rendono la copertura particolarmente importante: Stati Uniti, Giappone, Egitto, Marocco e Indonesia.

La scelta di coperture personalizzate e la pianificazione anticipata sono quindi ormai prassi consolidate tra i viaggiatori italiani, a testimonianza di una crescente attenzione verso la sicurezza e la gestione degli imprevisti.

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Italia digitale: metà dei cittadini esposti a odio, fake news e contenuti a rischio

Italiani sempre più connessi e digitali, ma non mancano le criticità. Circa la metà dei nostri connazionali dichiara infatti di essersi imbattuta almeno una volta in episodi di odio online, disinformazione e revenge porn.

A lanciare l’allarme è il rapporto AGCOM “I fabbisogni di alfabetizzazione mediatica e digitale nella popolazione italiana”, presentato ufficialmente con la partecipazione del Presidente dell’Autorità, Giacomo Lasorella, il Commissario Massimiliano Capitanio e il Direttore Mario Staderini.

Un web sempre più ostile: la percezione del rischio

Più di 8 cittadini su 10 manifestano preoccupazione per la presenza di contenuti pericolosi online. Nonostante ciò, quasi la metà degli italiani (44,1%) non si è mai rivolta a qualcuno per ottenere consigli su un uso più consapevole dei media digitali.

Fortunatamente, i minori sono più propensi a chiedere aiuto : il 50% dei giovanissimi si affida alla famiglia, un terzo agli insegnanti, e il 30% degli adolescenti ai coetanei.

Internet sì, consapevolezza no

L’utilizzo di Internet è ormai una prassi quotidiana: il 90% dei cittadini italiani accede al web ogni giorno, e quasi la metà vi trascorre oltre quattro ore. Tuttavia, l’alfabetizzazione algoritmica resta carente: solo il 7% della popolazione raggiunge un livello considerato ottimale, mentre più di un terzo degli over 14 è totalmente impreparato, percentuale che sale al 60% tra gli anziani.

Media digitali in famiglia: tra regole e divieti

Nel rapporto emerge una crescente attenzione dei genitori all’uso dei media da parte dei figli. Otto famiglie su dieci adottano qualche forma di regolamentazione: le più diffuse riguardano i limiti di tempo e l’uso di strumenti di parental control. Le strategie variano in base all’età e al titolo di studio: i genitori più istruiti preferiscono il monitoraggio e la condivisione, mentre quelli più giovani tendono a imporre divieti.

Reazioni ai contenuti pericolosi: cosa fanno gli italiani

Oltre l’80% degli italiani ha adottato almeno una misura contro contenuti ritenuti a rischio, come evitarne la visione o cambiare piattaforma.
Solo un terzo verifica la fonte delle notizie sospette. Il livello di istruzione influisce sulle reazioni: chi ha studiato di più segnala e controlla più frequentemente.

Algoritmi e personalizzazione: la conoscenza resta bassa

Più del 40% degli italiani non conosce il funzionamento degli algoritmi che influenzano i contenuti online. E sebbene quasi la metà sia consapevole della possibilità di personalizzare la propria esperienza digitale, solo una piccola percentuale usa strumenti come filtri editoriali o segnalazioni di contenuti inappropriati.

In sintesi, il rapporto AGCOM evidenzia un’Italia connessa ma con ancora poca consapevolezza. Un paese in cui la diffusione dell’informazione digitale supera di gran lunga la capacità critica della popolazione di affrontarla in modo sicuro e responsabile.

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Sanità italiana nel mirino degli hacker: cresce l’allarme cyber

Il settore sanitario italiano si trova sempre più esposto a minacce informatiche e intrusioni fisiche, spesso causate da infrastrutture digitali non adeguatamente protette. Lo evidenzia una recente indagine commissionata da Kaspersky, che mette in luce uno scenario preoccupante: ospedali e strutture sanitarie sono diventati un bersaglio privilegiato per i criminali informatici.

Secondo il Rapporto Clusit 2025, nel 2024 si sono verificati 810 attacchi informatici al settore sanitario a livello globale, in aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Anche l’Italia ha subito numerosi episodi: almeno 13 casi pubblici sono stati classificati come gravi o gravissimi.

Dati sanitari: un bottino prezioso per i cybercriminali

I dati clinici, altamente riservati, hanno un valore elevato sul dark web e rappresentano una delle principali motivazioni dietro questi attacchi. A ciò si aggiungono reti ospedaliere spesso obsolete, scarsa formazione del personale su tematiche di sicurezza e una forte dipendenza da fornitori terzi: elementi che contribuiscono a rendere il sistema vulnerabile.

Il 73% delle strutture già colpite da attacchi informatici

La ricerca “Cybersecurity nella sanità”, condotta da Censuswide per Kaspersky su un campione di dirigenti di grandi organizzazioni sanitarie italiane, rivela che quasi tre strutture su quattro (73%) hanno subito almeno un incidente informatico nell’ultimo anno. Il 24% ha subito attacchi gravi, con ripercussioni operative importanti.

In media, ogni organizzazione ha sperimentato due interruzioni dei sistemi all’anno; in molti casi (63%), tali blocchi si sono verificati più di due volte, compromettendo la continuità dei servizi. Il 66% ha affrontato tentativi di furto di dati riservati o proprietà intellettuale, spesso negli ultimi sei mesi.

Ransomware, accessi illeciti e minacce interne: i principali rischi

Tra le minacce percepite più critiche figurano il ransomware (31%), che blocca i sistemi fino al pagamento di un riscatto, e le violazioni fisiche (23%), come intrusioni in struttura o furti di dati da terminali. Seguono le minacce interne (22%), ovvero errori o comportamenti malevoli da parte del personale stesso. Anche accessi non autorizzati ai sistemi, attacchi alla supply chain e la scarsa visibilità dei dispositivi connessi completano un quadro complesso.

Le conseguenze? Gravi 

Le conseguenze di un attacco non si limitano agli aspetti tecnici. I dirigenti segnalano timori concreti su diversi fronti: sanzioni normative (76%), interruzioni di servizio (74%), perdite economiche (73%) e danni reputazionali. Non mancano le preoccupazioni per la sicurezza dei pazienti (72%) e la compromissione dei dati clinici (71%).

Mancano competenze e risorse 

Il settore si trova a dover fronteggiare diverse sfide: la difficoltà nel quantificare i rischi (34%), la velocità evolutiva delle minacce (33%) e la carenza di competenze tecniche interne (31%). Inoltre, l’87% dei manager sanitari ritiene la propria rete di fornitori vulnerabile, soprattutto per le lacune nei dispositivi connessi (36%) e la complessità della catena di fornitura (41%).

“Non si tratta più solo di proteggere il perimetro IT – ha commentato Cesare D’Angelo, General Manager di Kaspersky – ma di garantire un approccio integrato alla sicurezza, fatto di tecnologia, formazione e cultura del rischio”.

Le nuove minacce tra IA e IoT 

Secondo gli esperti, nei prossimi due anni non ci sono prospettive di tregua. Le minacce ritenute più gravi restano il ransomware (37%) e le vulnerabilità nella supply chain (31%).

Preoccupano anche le nuove tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale (28%) e l’espansione dei dispositivi IoT (27%), mentre la crescente complessità normativa rappresenta un ulteriore fronte da presidiare con urgenza.

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Cultura: l’Italia investe nel digitale, aumentano visitatori ed entrate

La cultura italiana attraversa il Rubicone del digitale. Lo conferma la Ricerca 2024-2025 dell’Osservatorio Innovazione Digitale per la Cultura della School of Management del Politecnico di Milano: nel 2024 hanno investito nel digitale il 55% dei musei e 41% dei teatri.
Inoltre, rispetto al 2023, musei, monumenti e aree archeologiche italiani nel 2024 hanno visto aumentare del 6% i visitatori e del 7% le entrate da biglietteria.

In crescita anche il settore teatrale, con un +9%  in termini di spettatori e incassi. Sono segnali positivi che confermano la vitalità del comparto culturale, dove l’innovazione digitale continua a rappresentare una leva di sviluppo, seppure con investimenti ancora limitati.

Musei e teatri utilizzano la GenAI

Circa un terzo dei musei e la metà dei teatri italiani utilizzano già strumenti di AI generativa, soprattutto per content creation e supporto operativo. 
L’adozione, tuttavia, resta ancora a macchia di leopardo. Solo l’1% ha avviato progetti strutturati, mentre il 6% dei musei e il 5% dei teatri dichiara investimenti in questo ambito. Parallelamente, il 57% dei musei e il 64% dei teatri prevedono di investire in AI per migliorare l’esperienza del pubblico nei prossimi tre anni.

Chatbot multilingua, sistemi di traduzione simultanea e scenari interattivi migliorano infatti accessibilità e attrattività dell’esperienza di visita, mentre alcune istituzioni esplorano l’uso dell’AI per la valorizzazione e la catalogazione del patrimonio archivistico.

Avatar multi-lingua e chatbot con interfacce vocali e testuali aumentano l’accessibilità

Oggi il 20% dei musei offre esperienze immersive di realtà aumentata, virtuale o mista, rese accessibili in oltre la metà dei casi tramite visori, ma prevalentemente pensate per una fruizione individuale. Tecnologie che permettono, ad esempio, di visitare luoghi normalmente inaccessibili o ricostruire ambienti storici scomparsi.

Sul lato accessibilità  però i dati evidenziano però qualche ritardo. Nel 41% dei musei e nel 62% dei teatri sono ancora presenti barriere architettoniche, e più della metà delle istituzioni non offre alcun servizio per persone cieche, ipovedenti, sorde o ipoudenti.
Solo il 40% dei musei e il 29% dei teatri ha un sito web progettato per essere accessibile.
D’altro canto, il digitale offre notevoli soluzioni per aumentare l’accessibilità, dagli avatar multi-lingua come guida all’esplorazione del museo ai chatbot con interfacce vocali/testuali per supportare persone non udenti o non vedenti.

“Se manca una data strategy l’AI resta una promessa”

Il digitale può amplificare la capacità di attrarre e fidelizzare un pubblico nuovo e diverso, ma servono strategie innovative. L’accesso aperto e gratuito ai contenuti digitali, la creazione di format ibridi e l’offerta di esperienze memorabili rappresentano oggi leve potenziali per diversificare le fonti di entrata. Tuttavia, la commercializzazione dei contenuti digitali resta un terreno ancora poco esplorato.

“L’AI Generativa può davvero cambiare il modo in cui gli operatori culturali lavorano e coinvolgono il pubblico – spiega Deborah Agostino, Direttrice della Ricerca dell’Osservatorio -, ma servono visione, competenze e un confronto serio sui temi etici, giuridici ed economici. L’assenza di una data strategy, ad esempio, è un limite sottovalutato: senza dati strutturati, l’AI resta una promessa”. 

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Mutuo, bollette e tasse: quanto costa vivere in una casa di proprietà?

Nel 2025 mantenere una casa in Italia costa, in media, 1.298 euro al mese. Una bella cifra. A rivelarlo è uno studio condotto da Facile.it e Mutui.it su dieci grandi città italiane, prendendo in considerazione spese come mutuo, bollette, condominio, manutenzione ordinaria, Tari e consumi idrici.

Il quadro che emerge mostra un’Italia a due velocità: vivere al Nord è decisamente più costoso rispetto al Sud e alle Isole, con una differenza media del 47%.

Milano la più cara, Palermo la più economica

Milano si posiziona saldamente al primo posto di questa classifica: per una casa di 100 metri quadri in zona semicentrale si spendono oltre 24.000 euro all’anno. Seguono poi Roma, con una spesa media annua di 21.000 euro, e Firenze. All’opposto, Palermo si conferma la più conveniente: qui bastano circa 8.500 euro all’anno per le stesse necessità abitative.

L’analisi si basa su una simulazione di acquisto immobiliare con mutuo a tasso fisso del 3,3% per 25 anni, e su valori immobiliari medi rilevati dall’Agenzia delle Entrate (OMI). Le città campione esaminate sono Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo e Cagliari.

Il mutuo pesa fino all’86% del budget mensile

La rata del mutuo incide pesantemente sul bilancio familiare, rappresentando fino all’86% delle uscite mensili dedicate alla casa. A Milano, per esempio, il costo medio per l’acquisto di un’abitazione da 100 mq in zona semicentrale è di 465.000 euro, con una rata mensile che supera i 1.700 euro. A

Roma si arriva a 1.500 euro, mentre al Sud la situazione è più sostenibile: a Palermo bastano 489 euro al mese, a Bari circa 619.

Bollette e spese varie: Nord, quanto mi costi… 

Oltre al mutuo, hanno una rilevanza importante anche le utenze e la manutenzione. Le città settentrionali richiedono il 29% di budget in più rispetto a quelle del Centro e il 48% in più rispetto al Sud. Milano, ancora una volta, svetta per i costi con quasi 300 euro al mese tra luce, gas, acqua e condominio. Seguono Torino e Genova.

Le città più economiche? Cagliari (175 euro), Palermo (190 euro) e Bari (195 euro), favorite anche da un clima più mite.

Il Sud paga di più la Tari

Sorpresa finale per quanto riguarda la tassa sui rifiuti: al contrario delle altre spese, è il Sud a sostenere i costi maggiori. Genova è l’eccezione: qui la Tari tocca i 501 euro l’anno, seguita da Napoli (482 euro), Cagliari (465) e Bari (426). Bologna, invece, è la città con l’imposta più leggera: appena 287 euro.

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Connected Car: in Italia 17,7 milioni di auto connesse

Il mercato italiano delle auto connesse e della mobilità smart nel 2024 raggiunge 3,3 miliardi di euro (+16% vs 2023).
Più in particolare, le soluzioni per l’auto connessa nel 2024 toccano 1,66 miliardi di euro (+7%), i sistemi ADAS integrati nelle nuove vetture, come la frenata automatica di emergenza o il mantenimento di corsia, 1,2 milioni di euro (+26%), le soluzioni Smart Mobility nelle città, ad esempio per la gestione dei parcheggi e la sharing mobility, 500 milioni di euro (+25%). 

A fine 2024 in Italia si contano 17,7 milioni auto connesse, una ogni tre abitanti e poco meno la metà del parco circolante (44%).
Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del Politecnico di Milano.

Ma la mobilità a zero emissioni non accelera

Il mercato però è stagnante, con poco più di 1,5 milioni di veicoli venduti nel 2024 (-0,5%). Anche il primo quadrimestre 2025 presenta numeri simili, con una flessione del -0,6% sullo stesso periodo 2024.

La transizione verso la mobilità a zero emissioni non mostra concreti segni di accelerazione. Le vetture elettriche pure (BEV) o ibride plug-in (PHEV) immatricolate nel 2024 si fermano a quota 7,5%, seppure in accelerazione nei primi mesi 2025 (9,7%), con un parco circolante di 624mila vetture, l’1,5% del totale.
I principali ostacoli all’acquisto di auto elettriche sono i costi, non solo il prezzo di vendita (26%), ma anche le spese di ricarica (19%) e manutenzione (17%).

Lo stop alle auto diesel e benzina non spaventa

In questo scenario, il 44% degli italiani possiede già un’auto connessa con almeno una funzionalità smart. E oltre metà (55%) utilizzerebbe un’auto a guida autonoma nei prossimi anni.
Ma c’è anche il 57% che rinuncerebbe del tutto a una propria vettura se i mezzi pubblici passassero più frequentemente.

Al contempo, la normativa europea sullo stop alle auto diesel e benzina entro il 2035 non spaventa troppo. Solo il 10% si adeguerà da subito, il 34% preferisce attendere che le vetture elettriche diventino più convenienti e affidabili, mentre il 48% utilizzerà il più possibile la vettura attuale o ne comprerà una nuova, sempre con motore a combustione, poco prima della deadline.

Smart Road: 21 iniziative attivate

Nell’ambito della gestione delle flotte aziendali, il 43% dei fleet manager mette a disposizione dei dipendenti veicoli elettrici/ibridi, il 30% dispone di una flotta connessa e solo il 7% delle grandi aziende ha integrato soluzioni di AI per gestire il parco auto.
Parallelamente, prendono piede i progetti di Smart Mobility e Smart Road, supportati dall’espansione delle reti V2X, l’avanzamento delle tecnologie di guida autonoma e iniziative strategiche a livello nazionale. 

Il 65% dei comuni italiani ha avviato progetti di Smart Mobility nell’ultimo triennio, ma solo il 29% sfrutta i dati raccolti a livello informativo.
Cresce poi la sperimentazione delle Smart Road, con 166 progetti censiti a partire dal 2017 a livello globale. In Italia sono 21 le iniziative attivate nel triennio 2022-2024.

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Smart City, un mercato da 1,05 miliardi. Il 42% dei comuni ha avviato progetti

Dai risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano emerge come le Smart City stiano progressivamente diventando imprescindibili nelle agende delle amministrazioni locali italiane. Tanto che il 42% dei comuni ha avviato progetti nel 2024 e il 91% vuole farlo nei prossimi due anni.
Le aree principali di investimento riguardano l’Illuminazione pubblica (circa 240 milioni di euro, 23% del totale) e la Mobilità intelligente (circa 215 milioni di euro, 20% del totale).

Ma tra le iniziative più diffuse, con investimenti minori, rientrano anche progetti di sicurezza e sorveglianza, adottati dal 27% dei comuni nel biennio 2023-24, e Comunità Energetiche Rinnovabili (27%).
In generale, nel 2024 il mercato italiano delle Smart City ha raggiunto 1,05 miliardi di euro, con una crescita del +5%, ma inferiore alla media europea (+9%).

Opportunità concreta per coniugare sostenibilità e tecnologia

Le Smart City si stanno affermando come opportunità concreta per coniugare tecnologia e sostenibilità, utilizzando l’innovazione per perseguire obiettivi ambientali, economici e sociali.
Nelle sfide del cambiamento climatico, la sostenibilità è una priorità trasversale per le città intelligenti, ma mancano approcci strutturati e regole condivise che consentano una rendicontazione efficace e una valutazione solida dell’impatto generati, anche sul piano economico e sociale.

Per quanto riguarda la sostenibilità sociale, metà degli italiani valuta il comune di residenza ‘insufficiente’ sotto il profilo dell’inclusività, dell’accessibilità dei servizi pubblici offerti e del dinamismo economico-sociale.

La barriera principale è la carenza di personale

Più di un comune italiano su tre (37%) ritiene le partnership tra pubblico e privato (PPP) molto utili per realizzare progetti Smart City, ma per ora le partnership ‘miste’ sono adottate solo da meno di un comune su 6 (16%).

Quanto all’innovazione, l’Intelligenza artificiale è conosciuta dal 92% dei cittadini, favorevoli al suo uso in città per la sicurezza pubblica, il monitoraggio delle emergenze e la gestione dei guasti alle infrastrutture.
Ma anche in questo caso, a oggi solo il 4% dei Comuni adotta l’AI nei progetti smart, mentre il 35% la vuole sfruttare entro 2 anni.
In generale, la principale barriera ai progetti Smart City è la carenza di personale, per il 71% dei comuni italiani, e quindi anche di competenze interne, soprattutto per gestire l’innovazione e per coinvolgere la cittadinanza.

“È fondamentale coinvolgere attivamente i cittadini”

“Nell’ultimo anno il mercato della Smart City è aumentato, ma a ritmi più contenuti rispetto agli anni precedenti, confermando un trend di crescita solido, nonostante un contesto incerto – spiega Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio Smart City -. Tuttavia, la frammentazione amministrativa, la carenza di competenze e la dipendenza da finanziamenti straordinari continuano a ostacolare l’efficacia delle strategie integrate. Le città italiane sono chiamate a rafforzare le proprie capacità organizzative, sviluppando strumenti operativi e una visione strategica a lungo termine. In particolare, è fondamentale coinvolgere attivamente i cittadini, promuovendo fiducia, trasparenza e partecipazione”.

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Ansia da batteria scarica: come lo smartphone influisce sul nostro umore

Quante volte ci siamo trovati con lo smartphone in “rosso” proprio nei momenti cruciali?
Quel fastidioso avviso di batteria scarica scatena una vera e propria reazione di ansia, ormai così diffusa da meritare un nome preciso: Low Battery Anxiety. E no, non è un fenomeno di nicchia, ma una condizione che ci riguarda pressoché tutti.

Quando la carica bassa diventa fonte di stress

Uno studio condotto da LG Electronics, che ha coinvolto oltre 2.000 persone, ha rivelato come il 90% degli utenti si senta ansioso o stressato quando il livello della batteria scende sotto il 20%.
Il termine Low Battery Anxiety è stato coniato proprio da LG nel 2016 per descrivere l’insieme di comportamenti e stati emotivi legati alla paura di restare senza telefono.

Secondo i dati raccolti, una persona su tre arriva perfino a rinunciare a un’attività di svago pur di correre a ricaricare il proprio cellulare. Tra i più colpiti ci sono i Millennials (nati tra inizio anni ’80 e fine anni ’90): il 42% di loro preferisce ricaricare il telefono piuttosto che partecipare ad attività sociali.

Batteria giù, cortisolo su

Non si tratta solo di una preoccupazione passeggera: il calo di batteria genera un vero segnale di stress aumentando i livelli di cortisolo, l’ormone che il corpo rilascia in risposta a situazioni di tensione.

In quei momenti, spiega lo studio, l’attenzione si sposta completamente sulle necessità del dispositivo, relegando in secondo piano i nostri veri bisogni.

Umore e relazioni… a rischio

Anche la società di analisi Counterpoint Research, in una ricerca del 2023, ha confermato il legame tra stato della batteria e benessere emotivo: il 65% degli intervistati ha dichiarato che l’umore cambia visibilmente in base alla durata residua della batteria.

Non solo. Uno smartphone scarico può influenzare anche i rapporti personali: il 60% delle persone ammette di essere stato irraggiungibile a causa della batteria esaurita, situazione che può essere scambiata per un tentativo di “ghosting”.
A peggiorare il quadro, il 23% degli intervistati – secondo quanto evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” – racconta di aver avuto veri e propri litigi con il partner per mancati messaggi o chiamate dovuti a un telefono spento.

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