L’inflazione cambia le abitudini: liquidità non è più sinonimo di sicurezza

Negli ultimi anni, la gestione del risparmio da parte degli italiani ha subito una profonda trasformazione. Il tradizionale attaccamento al denaro “parcheggiato” in banca sta lasciando spazio a un approccio più dinamico, ma anche più prudente. Secondo il Rapporto “Pragmatismo e progresso” realizzato da Censis in collaborazione con Assogestioni, l’84,5% degli italiani ha risparmi o riesce a risparmiare, ma il 70,2% ritiene che mantenere tutto in contanti non sia più una scelta sicura.

Il biennio segnato da forti spinte inflazionistiche ha messo in discussione l’idea che la liquidità rappresenti un porto sicuro. Oggi, il 54,7% dei risparmiatori cerca di conservare solo il necessario in contanti, destinando il resto a forme di investimento.

Investire sì, ma con cautela

Cresce l’interesse verso investimenti con orizzonti temporali più lunghi: il 60% degli italiani è disposto a vincolare i propri risparmi per almeno cinque anni, in netta crescita rispetto al 47,9% del 2022. Tuttavia, il clima economico incerto rende la popolazione più prudente: ben l’88,1% si dichiara attento e riflessivo nelle proprie scelte finanziarie.

Risparmio come leva per realizzare i propri obiettivi

Non più solo una “scorta per le emergenze”, ma un mezzo per costruire il futuro: per l’82,8% degli italiani, risparmiare significa potersi permettere sogni e progetti di vita. Il 79,5% investe pensando alla propria sicurezza futura – pensione, salute o il benessere di figli e nipoti – mentre il 64,8% usa i risparmi per acquisti importanti, come casa e auto.

ESG, sostenibilità che piace anche al portafoglio

Nonostante lo scetticismo di alcuni attori internazionali, l’interesse verso gli investimenti sostenibili continua a crescere: il 63,3% degli italiani è favorevole a investire in prodotti ESG, rispetto al 52,5% registrato nel 2021. Il 22,8% li sceglie come opzione primaria, mentre un ulteriore 40,5% li valuta con favore.

Rischi digitali e tentativi di truffa 

L’evoluzione tecnologica porta con sé anche nuove minacce. Quasi la metà degli italiani (47,8%) ha ricevuto proposte fraudolente legate al trading online, e il 59,5% ha visto pubblicità ingannevoli che promettono alti guadagni con bassi investimenti. Inoltre, il 51,9% ha ricevuto messaggi sospetti per ottenere dati finanziari personali.

Consulenti finanziari per la gestione del risparmio

Per molti risparmiatori, affidarsi a un professionista è la scelta giusta. Il 29,2% investe tramite un consulente, instaurando rapporti di fiducia che spesso durano nel tempo: il 27,3% ha lo stesso referente da oltre 10 anni. E non solo: il 31,9% si avvicinerebbe a strumenti più complessi, come il trading online, solo con la guida di un esperto.

Capire come investire

L’interesse per l’educazione finanziaria è alto: il 58,8% degli italiani vorrebbe migliorare le proprie competenze, in particolare i giovani (62,5%) e gli adulti (63,7%). Anche chi non è interessato ad approfondire, nel 68,6% dei casi si affiderebbe a un consulente per sentirsi più sicuro.

Occhio alle promesse troppo belle per essere vere

Gli italiani si dimostrano prudenti anche davanti a offerte apparentemente vantaggiose. L’81,9% rifiuta conti deposito con rendimenti “troppo alti”, il 79% diffida delle app di trading con promesse miracolose, e il 77,1% è scettico verso gli investimenti in criptovalute non regolamentati.

Come sottolinea Fabio Galli, Direttore Generale di Assogestioni, “comprendere le dinamiche del risparmio familiare è essenziale per valorizzare le scelte finanziarie degli italiani, costruendo un sistema solido e trasparente”.

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Vino: i giovani spendono di più e sostengono il mercato premium

In un contesto generalizzato di calo dei consumi, che vede il quarto anno consecutivo di contrazione in Italia e terzo negli Stati Uniti, che insieme rappresentano il 60% del fatturato complessivo delle vendite di vino italiano, il mercato deve sapere intercettare le fasce più giovani della popolazione.

Per il vino italiano Millennials e GenZ rappresentano la terra promessa di un ricambio generazionale. Sì, perché gli under44 spendono di più. E di fatto tengono a galla un mercato premium minacciato dalla retromarcia di Boomer e GenX.
È la fotografia dei consumatori di vino under44 italiani e americani scattata dall’Osservatorio Uiv-Vinitaly su base Iwsr.

Under 44 italiani e americani a confronto

In Italia il profilo dei consumatori di vino per età rispecchia la distribuzione anagrafica della popolazione (legal drinking age), con gli under44 a quota 35%, mentre negli Usa Millennials e GenZ raggiungono quota 47%.

Anche rispetto a frequenza di consumo e quantità viene smentita la convinzione che vede i giovani più inclini a un consumo saltuario. In entrambi i Paesi la tendenza (80%) a ridurre il consumo a 2-3 volte al mese appare egualmente distribuita tra le diverse fasce d’età.
Sul fronte delle quantità, sia negli Usa sia in Italia, la quota di chi beve abitualmente due o più bicchieri di vino è più elevata tra i giovani che tra gli over44.

Il connubio con il cibo resta importante ma perde centralità

Si dimostra poi falsa la convinzione che “i consumi scendono per colpa dei giovani”. In America sono proprio i consumatori maturi a tirare il freno a mano.
In Italia il calo sembra più trasversale e intergenerazionale e coinvolge oltre un quarto della popolazione (27%) in entrambi i cluster d’età.
Anche qui, però, a calmierare in parte il calo sono proprio gli under44: 14% hanno aumentato il consumo, 7% nella fascia over44.

Il connubio vino e cibo rimane importante, ma sembra perdere centralità per i young winelover . Se è vero che “il vino esalta il cibo” per gli over44, scendono sotto la metà quelli che si riconoscono in questa affermazione tra Millennials e GenZ.
Di contro, nel Belpaese la quota dei giovanissimi che vede il vino come un “fashion statement” è esattamente il doppio (56%) di quella dei boomer (28%), e anche i Millennials staccano i GenX (45% contro il 29%).

Young winelover infedeli ai brand

Circa il 31% del valore complessivo degli acquisti di vino in America è attribuibile a prodotti in fascia Ultra Premium (60% under44).
Diversa la situazione in Italia, dove i vini di alta gamma valgono solo il 10% degli acquisti, ma realizzati anche qui per circa la metà dai giovani consumatori.

Sia i giovani americani sia italiani, se paragonati alle fasce d’età più elevate, si dichiarano meno fidelizzati a specifici brand.
Gli infedeli sono circa uno su due tra gli under44, mentre scendono a un terzo superata questa soglia d’età.

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Informazione: dal 2023 Internet supera TV, ma gli italiani si fidano poco

Lo evidenzia la prima edizione dell’Osservatorio Agcom sul sistema dell’informazione: se dal 2023 Internet supera la televisione, e diviene il principale mezzo di informazione degli italiani, circa il 30% degli italiani nutre una bassa fiducia nelle notizie provenienti dai social network o dalle piattaforme di condivisione video.
In pratica, circa un quarto dei cittadini dichiara di informarsi tramite le versioni digitali dei mezzi editoriali tradizionali, sebbene la fiducia nei mezzi digitali sia  minore rispetto ai media tradizionali. 

Social media, motori di ricerca e siti web/app di quotidiani e periodici sono comunque le principali porte di accesso all’informazione. Oggi, solo il 13,3% degli italiani si informa tramite la radio, mentre i quotidiani in formato cartaceo proseguono nella dinamica di riduzione. Nel 2024 li legge poco più del 17%.

I giovani cliccano, gli over 65 commentano

Tra i più giovani è prevalente la propensione a utilizzare solo Internet per informarsi: in rete, la visione di video e l’ascolto di notizie si affianca alla tradizionale lettura di notizie.
Su tutti i mezzi di comunicazione il complesso dei programmi informativi trova un riscontro positivo da parte della popolazione, con i telegiornali che rappresentano un traino per l’audience.

Il 50,5% degli iscritti ad almeno un social network dichiara di venire a conoscenza di notizie e informazioni prima sui social che su altri mezzi di comunicazione.
Cliccare sul link di una notizia o mettere un like sono le azioni prevalentemente svolte (più del 40%). Meno frequenti i commenti alle notizie (16,9%) o discussioni in merito (6,1%). Al contrario, gli ultrasessantacinquenni commentano le notizie e partecipano più attivamente alle discussioni.

Televisione, radio, giornali sono più affidabili

Il 65,6% della popolazione dichiara di avere un livello di fiducia moderata o alta in almeno un mezzo di informazione; un terzo, alta.
Televisione, radio e carta stampata risultano le fonti informative in cui i cittadini ripongono maggiore fiducia, seguite dal passaparola (35%). 

I giovani tra 14-24 anni mostrano una minore di fiducia nei confronti di almeno uno tra i mezzi di comunicazione. Con riferimento ai mezzi digitali, i più giovani e gli ultrasessantacinquenni (1 su 5) asseriscono di non aver alcuna fiducia nelle fonti informative online.

Servizio pubblico versus influencer

In relazione alla percezione sull’affidabilità nei confronti di chi produce e diffonde le notizie, le fonti editoriali come televisioni, radio e quotidiani, sono ritenute più affidabili rispetto a quelle generate da autori singoli, come influencer e blogger.

Il servizio pubblico televisivo è la fonte ritenuta ‘più’ affidabile dai cittadini, in particolare, dalle fasce più anziane della popolazione. 
Gli influencer sono considerati affidabili dal 2,2% della popolazione, percentuale che sale solo al 4,6% per la fascia di età tra 14-24 anni.
I più giovani, poi, reputano anche più affidabili le notizie rinvenute sui social media o le piattaforme di messaggistica.

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Sostenibilità: gli italiani vogliono più aree verdi nelle città

Per l’87% degli italiani è importante avere un’area verde vicino al luogo in cui si vive o si lavora. Le aree verdi non sono solo elementi centrali dell’identità e del benessere urbano, o luoghi di svago e relax a contatto con la natura per evadere dalla frenesia dei centri abitati. Sono anche strategiche per mitigare la temperatura e gli eventi climatici estremi (82%).

Per questo motivo, l’83% degli italiani ritiene prioritario l’aumento delle superfici verdi all’interno delle città. Soprattutto a Palermo (94%), Bari (93%) e Genova (91%).
Viceversa, Roma, Bologna e Firenze (80%), Milano (78%) e Torino (75%) registrano consensi inferiori per l’incremento delle aree verdi. Lo certifica il Pulsee Luce e Gas Index, sviluppato da Pulsee Luce e Gas insieme a NielsenIQ.

Spazi fondamentali per il benessere personale

Il 90% degli italiani ritiene le aree verdi fondamentali per il proprio benessere, con ricadute dirette sulla qualità della vita.
Tra i benefici maggiori figurano la riduzione dello stress e il miglioramento dell’umore (65%), la possibilità di respirare aria meno inquinata (54%) e di avere un rapporto più stretto con la natura (50%).
Dal punto di vista dell’utilizzo degli spazi, l’attività principale è passeggiare (83%), seguito dalla lettura (24%), attività sociali (10%) e sport (17%).

Quasi la metà degli intervistati frequenta le aree verdi da solo, oppure in modo conviviale, specialmente insieme al partner (43%), amici (35%) e figli (23%).
Dalla ricerca emergono poi anche i margini di miglioramento nella gestione del verde urbano, da tenere in considerazione per consentirne una fruizione piacevole e di qualità per i cittadini.

Aspetti da migliorare: pulizia, manutenzione, illuminazione notturna

Tra gli aspetti su cui lavorare con più attenzione, emergono la pulizia (41%), la manutenzione (40%), l’illuminazione notturna (39%) e la sicurezza (35%). Anche se per il 41% degli italiani la mancanza di tempo libero costituisce il principale ostacolo a una maggiore frequentazione delle aree verdi.
Il desiderio di maggiori spazi dedicati alla natura si accompagna poi a una crescente curiosità per il mondo vegetale.

Il 48% del campione afferma infatti di avere poche conoscenze sulle piante e sul loro ruolo negli ecosistemi urbani, ma il 57% si dichiara aperto a incrementare le proprie competenze botaniche tramite cartelli informativi, applicazioni specifiche (21%) e guide/visite organizzate (10%).

L’importanza dei programmi di riqualificazione

La conoscenza dei programmi di riqualificazione delle aree verdi però è limitata (21%), nonostante vengano considerati importanti per migliorare la reputazione dell’amministrazione e la percezione di una città (87%).
In ogni caso, per l’85% degli italiani le aree verdi sono parte integrante dell’identità cittadina e, per il futuro, ci si aspetta non solo un loro aumento (28%), ma anche più sorveglianza (22%), e un miglioramento delle caratteristiche sostenibili a esse associate (16%).

In particolare, un utilizzo più efficiente delle risorse idriche e l’impiego di fonti rinnovabili, ad esempio, per l’illuminazione.
Senza dimenticare la centralità degli spazi green per rendere i contesti urbani ed extraurbani facilitatori nel raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione.

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Diversity, equity, inclusion: come comunicare l’impegno?

Le imprese hanno compreso che la valorizzazione delle differenze non è solo una questione etica, ma rappresenta un significativo vantaggio competitivo.
Il tema della Diversity, Equity & Inclusion (DE&I) ha assunto progressivamente un ruolo centrale nelle strategie aziendali, ma nonostante questa consapevolezza molte aziende continuano a interrogarsi sull’opportunità di comunicare esternamente le proprie iniziative in ambito DE&I, prediligendo una comunicazione interna delle stesse.

All’opposto, alcuni brand hanno deciso di schierarsi apertamente nella promozione dei principi DE&I, ottenendo una risposta incerta e non pienamente efficace da parte del pubblico. Come uscire da questa impasse?

Parità di genere

Uno dei temi che rientrano nell’ambito delle politiche DE&I è la parità di genere.
Secondo una ricerca di Eumetra, oltre a essere richiesto dalle persone (62% donne, 39% uomini), l’impegno delle imprese nell’affrontare la parità di genere contribuisce positivamente a migliorare la reputazione aziendale (40% donne, 29% uomini).

Le motivazioni per cui le imprese dovrebbero parlare di parità di genere? Favorire un ambiente più inclusivo e collaborativo, incrementare il benessere e coinvolgimento dei dipendenti, esprimere l’impegno a favore della collettività, attrarre le nuove generazioni.
Tutto ciò si traduce anche in benefici economici, perché un ambiente più equo e motivante aumenta la produttività, riduce il turnover, attira talenti e investitori, rafforza la fidelizzazione e il vantaggio competitivo.

Un potente strumento per rafforzare la reputazione aziendale

Tuttavia, comunicare male o in modo incoerente provoca la percezione che si tratti solo di una moda o di social washing, mettendo a rischio la credibilità e l’autenticità dell’impegno dichiarato.
Inoltre, oggi in generale le persone si sentono poco rappresentate dalla pubblicità, sia in termini di genere sia di età. Solo 1 persona su 5 ritiene che le pubblicità rappresentino il proprio genere.

E il quadro peggiora in riferimento alle generazioni: Gen Z e Boomer sono le generazioni che si riconoscono meno nella comunicazione pubblicitaria dei brand, forse perché la comunicazione pubblicitaria in molti settori fa ancora largo uso di luoghi comuni.
Al contrario, le campagne che evitano stereotipi ispirano maggiore fiducia nel marchio. Lo sostiene il 66% degli intervistati, soprattutto donne e appartenenti alla Gen Z.

Valutare la strategia di comunicazione in ottica CSR compliant

Per valutare le campagne di comunicazione in ambito DE&I, Eumetra ha sviluppato una metodologia basata su dati relativi al rapporto tra consumatori e imprese nei temi della Corporate Social Responsibility (CSR) che identifica gli asset più rilevanti e le aree di miglioramento.

La misura di quanto il brand stia agendo in modo efficace e di come migliorare la propria strategia di comunicazione DE&I è fornita dall’applicazione della metodologia Eumetra, che consente di verificare la coerenza tra dichiarazioni e azioni, rafforzando l’autenticità del messaggio e l’impatto della comunicazione.
Attraverso questa valutazione, le aziende possono comprendere quanto il loro brand sia percepito come inclusivo, quali elementi migliorare, e quali risultati aspettarsi da una strategia di comunicazione più inclusiva ed efficace.

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Instagram testa il pulsante “Non mi piace” per i commenti

Instagram ha annunciato l’introduzione di una nuova funzione che potrebbe cambiare il modo in cui gli utenti interagiscono con i contenuti della piattaforma. Adam Mosseri, responsabile di Instagram, ha comunicato attraverso un post su Threads l’avvio della sperimentazione di un pulsante “Non mi piace” dedicato ai commenti.

Obiettivo: migliorare le interazioni

Il nuovo pulsante consentirà agli utenti di segnalare in modo anonimo i commenti che ritengono offensivi, fuori contesto o semplicemente indesiderati. Questa funzione nasce con un duplice obiettivo: offrire agli utenti un’opzione per esprimere il proprio disaccordo senza esporsi pubblicamente e fornire a Instagram dati utili per identificare eventuali interazioni problematiche.

Secondo quanto dichiarato da Mosseri, riferisce Adnkronos, i feedback raccolti attraverso questo strumento potrebbero essere utilizzati per riorganizzare l’ordine dei commenti sotto i post. I commenti che ricevono un numero elevato di segnalazioni potrebbero essere spostati più in basso, riducendo così la loro visibilità e promuovendo conversazioni più rispettose e costruttive.

Un test su scala ridotta

Al momento, la funzione è in fase di test e viene sperimentata su un numero limitato di utenti. Mosseri ha chiarito che si tratta di una prova iniziale e che il pulsante “Non mi piace” non mostrerà pubblicamente il numero di segnalazioni ricevute. Inoltre, l’identità di chi utilizza questa opzione resterà riservata, garantendo così un sistema di segnalazione sicuro e anonimo.

“Stiamo conducendo un test per introdurre un nuovo pulsante accanto ai commenti su Instagram. Questo permetterà agli utenti di indicare, in modo privato, il proprio disaccordo su determinati commenti. Per ora, non ci sarà alcuna visualizzazione pubblica delle segnalazioni ricevute e l’identità degli utenti che utilizzano questa funzione rimarrà anonima. In futuro, potremmo sfruttare questi dati per modificare l’ordine dei commenti, penalizzando quelli meno apprezzati e favorendo un ambiente di interazione più positivo e rispettoso”, ha spiegato Mosseri.

Si punta alla qualità dei commenti

Con questa novità, Instagram si allinea alla crescente attenzione delle piattaforme social nei confronti del benessere degli utenti e della qualità delle interazioni online. Se il test darà esiti positivi, la funzione potrebbe essere estesa a un pubblico più ampio, con lo scopo di creare uno spazio più sicuro e accogliente per tutti gli iscritti.

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Digitale più sostenibilità: per l’economia italiana è una sinergia strategica 

L’innovazione digitale è una leva cruciale per la sostenibilità in Italia, con impatti su economia, imprese e società. L’Unione Europea ha promosso misure per integrare i due ambiti, ma le strategie tendono a trattarli separatamente.

Una recente analisi mostra che solo il 13% delle politiche sostenibili include il digitale come elemento chiave, mentre il 90% delle strategie digitali riconosce la sostenibilità, ma con un focus più sugli aspetti sociali e di governance piuttosto che ambientali.

Grandi aziende e PMI: approcci molto diversi

Le grandi imprese italiane sono attive sia nel digitale sia nella sostenibilità: l’84%, infatti, investe in entrambi i settori. Però solo il 33% delle imprese li integra sistematicamente e solo il 25% adotta criteri di sostenibilità nella digitalizzazione. Inoltre, mentre quasi tutte le aziende hanno un responsabile IT (98%) e della sostenibilità (83%), solo il 10% dispone di un Digital Sustainability Officer per unire le due funzioni.

Le PMI, invece, incontrano maggiori difficoltà: solo il 53% investe nel digitale e il 42% nella sostenibilità, spesso per via dei costi elevati e della mancanza di risorse dedicate. L’integrazione tra digitale e sostenibilità è ancora più rara: appena l’8% usa il digitale per obiettivi sostenibili e il 6% adotta la sostenibilità come guida per l’innovazione tecnologica. Inoltre, il 63% delle PMI non ha un referente per la sostenibilità.

Il ruolo del digitale nell progresso sostenibile

Il digitale offre strumenti potenti per ridurre l’impatto ambientale: l’agricoltura di precisione ottimizza l’uso di risorse, il lavoro da remoto può ridurre fino a 60 kg di CO₂ per lavoratore all’anno, e il cloud computing aiuta a gestire i dati in modo più efficiente. Tuttavia, ci sono anche criticità, come l’alto consumo energetico dei data center.

Sul piano sociale, il digitale può migliorare il benessere lavorativo, ma se mal gestito può causare tecnostress e sovraccarico. Sul fronte della governance, invece, garantisce maggiore trasparenza e tracciabilità nei processi produttivi, riducendo i rischi operativi.

Una necessità per il futuro

Durante il convegno “Digitale e Sostenibilità”, organizzato dal Politecnico di Milano e Assolombarda, è emerso che le imprese dovrebbero integrare sostenibilità e digitalizzazione con una strategia chiara e promuovere formazione e consapevolezza per massimizzare le opportunità. Inoltre, le imprese dovrebbero sperimentare nuove tecnologie, anche nei settori tradizionali e utilizzare l’IA, l’IoT e il cloud per ottimizzare processi e ridurre impatti ambientali.

Secondo Stefano Rebattoni (Assolombarda), la digitalizzazione non è solo un vantaggio competitivo, ma una necessità per il futuro. Sempre più aziende stanno investendo in tecnologie digitali con una visione sostenibile, non solo per il ritorno economico, ma per costruire un modello di sviluppo responsabile e innovativo. 

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Emergenza casa: un problema per 10 milioni di famiglie

Acquistare un’abitazione nelle principali città italiane è diventato impossibile per circa 10 milioni di famiglie con un reddito inferiore ai 24.000 euro annui. A evidenziarlo è il rapporto congiunturale dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (Ance), che lancia l’allarme sull’accessibilità abitativa. Secondo l’analisi, la spesa per il mutuo può arrivare a incidere fino al 50% del reddito disponibile e, per le fasce meno abbienti, persino oltre i due terzi.

Le città con il più alto livello di inaccessibilità sono Milano, seguita da Roma e Firenze. Qui i prezzi delle case sono fuori portata per la maggior parte delle famiglie a reddito medio-basso, rendendo l’acquisto di un immobile un obiettivo sempre più irraggiungibile.

Affitti alle stelle

Se l’acquisto è proibitivo, anche il mercato degli affitti non offre alternative migliori. Secondo il rapporto Ance, il costo medio di un canone nelle grandi città può superare il 40-50% del reddito di una famiglia, percentuale che sale ancora di più per i nuclei con minori disponibilità economiche. Ancora una volta, Milano, Roma e Firenze risultano le città più costose per chi cerca una locazione.

Ovviamente questa situazione ha un forte impatto sociale, come sottolinea Federica Brancaccio, presidente di Ance: “È evidente che la difficoltà di accesso alla casa non solo compromette la qualità della vita delle persone, ma limita anche la mobilità lavorativa e la crescita economica. Ne risentono studenti, giovani lavoratori e famiglie, creando un circolo vizioso che ostacola lo sviluppo del Paese”.

Proposte per un rilancio dell’accessibilità abitativa

Per affrontare il problema, Ance e Confindustria hanno avanzato una serie di proposte basate su tre direttrici fondamentali. Innanzitutto servirebbe una riforma urbanistica per una semplificazione delle norme che regolano l’edilizia e la pianificazione territoriale. In secondo luogo sono auspicabili incentivi fiscali, destinati alle imprese che contribuiscono a sostenere i costi abitativi dei propri dipendenti.
Infine, strumenti finanziari innovativi, che permettano di convogliare capitali pubblici e privati verso progetti di edilizia residenziale di pubblica utilità, riducendo i rischi per gli investitori.

Il settore delle costruzioni oltre il 2026

Oltre all’emergenza abitativa, Ance solleva preoccupazioni anche sul futuro del settore delle costruzioni. Con la conclusione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) prevista per il 2026, il comparto rischia una nuova recessione simile a quella del 2011.

Secondo le stime dell’Osservatorio, il PNRR rappresenta oggi circa il 30% del totale degli investimenti in opere pubbliche, per un valore di circa 30 miliardi di euro. Senza misure correttive, il rischio è che, a partire dal 2028, si assista a un brusco rallentamento dell’attività edilizia, con effetti negativi sull’occupazione e sull’innovazione nel settore.
Ance avverte che il Paese non può permettersi di interrompere il processo di modernizzazione avviato con i fondi europei. La sfida, dunque, sarà quella di garantire una transizione graduale oltre il PNRR, evitando che il settore delle costruzioni cada nuovamente in una fase di crisi strutturale.

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Data Center: l’Italia raddoppia gli investimenti, da 5 a oltre 10 miliardi

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano: il 2024 si può definire l’anno della definitiva presa di coscienza in Italia sull’importanza delle infrastrutture Data Center.

Se nel biennio 2023-2024 sono già stati spesi 5 miliardi di euro per la costruzione, l’approntamento e il riempimento di server IT di nuove infrastrutture Data Center, ulteriori 10,1 miliardi sono previsti per il biennio 2025-2026.
I Data Center attualmente attivi nel nostro Paese occupano un’area totale di 333.341mq (+15% vs 2023), e le nuove aperture hanno consentito di raggiungere una potenza energetica di 513 MW IT (+17% rispetto al 2023).

Il ruolo centrale di Milano con 238 MW IT totali

Dal punto di vista geografico, la Lombardia detiene 318 MW IT, con un ruolo centrale occupato dalla città di Milano, che possiede 238 MW IT totali (+34%). Numeri decisamente interessanti, ancora distanti da Londra (1.065 MW IT) o Francoforte (867 MW IT), ma che posizionano il capoluogo lombardo in vantaggio rispetto ad altri mercati emergenti, di cui il principale è Madrid (172 MW IT).

La crescita delle infrastrutture a livello nazionale è spinta in modo significativo dai Data Center ad Alta Potenza (>10 MW IT), che necessitano l’allacciamento alle reti di alta tensione per il loro funzionamento, e che occupano il 37% della potenza energetica IT totale. Queste infrastrutture sono concentrate per il 70% nell’area milanese e rivestono il ruolo di assolute protagoniste negli annunci di nuove aperture.

L’AI richiede più densità di potenza

Parallelamente, inizia a emergere una tendenza di aumento della densità di potenza nelle singole infrastrutture, con richieste di armadi rack sempre più performanti, soprattutto a causa dell’accelerazione del mercato dell’AI, che influenzerà la progettazione e l’operatività dei nuovi Data Center.

Un ruolo centrale viene ricoperto dai campus Data Center, la via principale per la progettazione e la costruzione delle infrastrutture, e che detengono il 44% della potenza energetica IT nominale attiva.
Sono costruzioni decisamente estese, che necessitano di collegamenti ad alta tensione. Spesso, osservate con grande attenzione dai Cloud Provider, con l’obiettivo di accordi strategici con i ‘colocator’ per offrire i propri servizi digitali sul territorio italiano.

Il problema della sfida energetica 

“Lo sviluppo di infrastrutture di potenza sempre maggiore solleva tuttavia interrogativi riguardo il loro approvvigionamento energetico e la sostenibilità della rete elettrica italiana – dichiara Marina Natalucci, Direttrice dell’Osservatorio -. Il problema energetico si aggiunge a quello del prezzo dell’energia, attualmente ben al di sopra della media europea e circa il doppio dell’equivalente spagnolo, dove il governo ha fortemente incentivato lo sviluppo di impianti per la produzione di energie rinnovabili. L’energia è un elemento critico per il funzionamento dei Data Center e la situazione italiana potrebbe generare uno spostamento dell’attenzione degli investitori verso altri mercati emergenti”.

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AI: quali saranno le sfide nel 2025?

I governi di tutto il mondo stanno cercando di trovare un equilibrio tra innovazione, equità sociale e sicurezza, ma il percorso è ancora lungo. La capacità di rispondere in modo efficace alle sfide dell’AI dipenderà dalla cooperazione globale e dalla volontà politica di investire in un futuro più inclusivo.
ONU e OCSE stanno lavorando per creare standard comuni per l’adozione dell’AI su scala mondiale. Nel 2024, il Forum Globale sull’AI ha riunito leader mondiali per discutere sulla governance algoritmica e la giustizia sociale.

Le implicazioni dell’AI vanno infatti ben oltre il mondo del lavoro, e un aspetto centrale è lo sviluppo di regolamentazioni per garantirne un uso etico e responsabile.
L’Unione Europea, ad esempio, ha introdotto l’AI Act, un quadro normativo che classifica le applicazioni in base al rischio, imponendo requisiti più stringenti per settori sensibili come Sanità e Finanza.

Regolamentare per garantire un’etica inclusiva

Questo approccio mira a bilanciare l’innovazione con la tutela dei diritti umani, inclusa la privacy e la non-discriminazione.
Negli Stati Uniti la Blueprint for an AI Bill of Rights propone principi per proteggere i cittadini dall’uso improprio dell’AI, come l’uso discriminatorio negli algoritmi di assunzione. Cina e India, invece, stanno adottando modalità centralizzate di regolamentazione, puntando al controllo delle tecnologie e alla protezione dei dati dei cittadini.

D’altronde, l’automazione sta rimpiazzando mansioni ripetitive in settori come produzione, logistica e servizio clienti. E i governi investono in programmi di riqualificazione e formazione per aiutare i lavoratori ad adattarsi

Riqualificazione della forza lavoro e reddito universale

In Germania sono stati stanziati fondi per il programma ‘Skills for the Future’, che fornisce corsi di formazione per le competenze digitali avanzate, in Giappone l’iniziativa ‘Society 5.0’ punta a integrare tecnologie avanzate nei settori economici e sociali, accompagnando la trasformazione con programmi educativi mirati. E in India il programma ‘Digital India’ mira a formare giovani e professionisti con l’obiettivo di creare una forza lavoro altamente qualificata.

Ma le implicazioni sociali dell’AI richiedono un ripensamento dei sistemi di welfare e delle tutele lavorative. I governi stanno considerando strumenti come il reddito universale e nuove normative per garantire la sicurezza economica dei lavoratori

Tutela dei lavoratori e massicci investimenti

Finlandia e Canada hanno sperimentato programmi pilota di reddito universale per valutare la possibilità di offrire un sostegno finanziario stabile a chi perde il lavoro a causa dell’automazione. E in Francia si ‘ritocca’ il diritto del lavoro per includere regolamentazioni sull’uso di algoritmi nelle decisioni di assunzione e licenziamento.

Ma oltre ai rischi, molti governi vedono l’AI come una leva per la crescita economica e la competitività internazionale.
Per questo stanno investendo in infrastrutture e progetti di ricerca, riferisce Agi. Negli USA, il CHIPS and Science Act del 2022 continua a dedicare fondi alla ricerca e alla costruzione di supercomputer avanzati. In Cina massicci investimenti sono destinati a start-up tecnologiche e infrastrutture di calcolo, mentre i programmi europei Horizon Europe dedicano miliardi di euro allo sviluppo dell’AI sostenibile e inclusiva.

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