Italia digitale: metà dei cittadini esposti a odio, fake news e contenuti a rischio

Italiani sempre più connessi e digitali, ma non mancano le criticità. Circa la metà dei nostri connazionali dichiara infatti di essersi imbattuta almeno una volta in episodi di odio online, disinformazione e revenge porn.

A lanciare l’allarme è il rapporto AGCOM “I fabbisogni di alfabetizzazione mediatica e digitale nella popolazione italiana”, presentato ufficialmente con la partecipazione del Presidente dell’Autorità, Giacomo Lasorella, il Commissario Massimiliano Capitanio e il Direttore Mario Staderini.

Un web sempre più ostile: la percezione del rischio

Più di 8 cittadini su 10 manifestano preoccupazione per la presenza di contenuti pericolosi online. Nonostante ciò, quasi la metà degli italiani (44,1%) non si è mai rivolta a qualcuno per ottenere consigli su un uso più consapevole dei media digitali.

Fortunatamente, i minori sono più propensi a chiedere aiuto : il 50% dei giovanissimi si affida alla famiglia, un terzo agli insegnanti, e il 30% degli adolescenti ai coetanei.

Internet sì, consapevolezza no

L’utilizzo di Internet è ormai una prassi quotidiana: il 90% dei cittadini italiani accede al web ogni giorno, e quasi la metà vi trascorre oltre quattro ore. Tuttavia, l’alfabetizzazione algoritmica resta carente: solo il 7% della popolazione raggiunge un livello considerato ottimale, mentre più di un terzo degli over 14 è totalmente impreparato, percentuale che sale al 60% tra gli anziani.

Media digitali in famiglia: tra regole e divieti

Nel rapporto emerge una crescente attenzione dei genitori all’uso dei media da parte dei figli. Otto famiglie su dieci adottano qualche forma di regolamentazione: le più diffuse riguardano i limiti di tempo e l’uso di strumenti di parental control. Le strategie variano in base all’età e al titolo di studio: i genitori più istruiti preferiscono il monitoraggio e la condivisione, mentre quelli più giovani tendono a imporre divieti.

Reazioni ai contenuti pericolosi: cosa fanno gli italiani

Oltre l’80% degli italiani ha adottato almeno una misura contro contenuti ritenuti a rischio, come evitarne la visione o cambiare piattaforma.
Solo un terzo verifica la fonte delle notizie sospette. Il livello di istruzione influisce sulle reazioni: chi ha studiato di più segnala e controlla più frequentemente.

Algoritmi e personalizzazione: la conoscenza resta bassa

Più del 40% degli italiani non conosce il funzionamento degli algoritmi che influenzano i contenuti online. E sebbene quasi la metà sia consapevole della possibilità di personalizzare la propria esperienza digitale, solo una piccola percentuale usa strumenti come filtri editoriali o segnalazioni di contenuti inappropriati.

In sintesi, il rapporto AGCOM evidenzia un’Italia connessa ma con ancora poca consapevolezza. Un paese in cui la diffusione dell’informazione digitale supera di gran lunga la capacità critica della popolazione di affrontarla in modo sicuro e responsabile.

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Sanità italiana nel mirino degli hacker: cresce l’allarme cyber

Il settore sanitario italiano si trova sempre più esposto a minacce informatiche e intrusioni fisiche, spesso causate da infrastrutture digitali non adeguatamente protette. Lo evidenzia una recente indagine commissionata da Kaspersky, che mette in luce uno scenario preoccupante: ospedali e strutture sanitarie sono diventati un bersaglio privilegiato per i criminali informatici.

Secondo il Rapporto Clusit 2025, nel 2024 si sono verificati 810 attacchi informatici al settore sanitario a livello globale, in aumento del 30% rispetto all’anno precedente. Anche l’Italia ha subito numerosi episodi: almeno 13 casi pubblici sono stati classificati come gravi o gravissimi.

Dati sanitari: un bottino prezioso per i cybercriminali

I dati clinici, altamente riservati, hanno un valore elevato sul dark web e rappresentano una delle principali motivazioni dietro questi attacchi. A ciò si aggiungono reti ospedaliere spesso obsolete, scarsa formazione del personale su tematiche di sicurezza e una forte dipendenza da fornitori terzi: elementi che contribuiscono a rendere il sistema vulnerabile.

Il 73% delle strutture già colpite da attacchi informatici

La ricerca “Cybersecurity nella sanità”, condotta da Censuswide per Kaspersky su un campione di dirigenti di grandi organizzazioni sanitarie italiane, rivela che quasi tre strutture su quattro (73%) hanno subito almeno un incidente informatico nell’ultimo anno. Il 24% ha subito attacchi gravi, con ripercussioni operative importanti.

In media, ogni organizzazione ha sperimentato due interruzioni dei sistemi all’anno; in molti casi (63%), tali blocchi si sono verificati più di due volte, compromettendo la continuità dei servizi. Il 66% ha affrontato tentativi di furto di dati riservati o proprietà intellettuale, spesso negli ultimi sei mesi.

Ransomware, accessi illeciti e minacce interne: i principali rischi

Tra le minacce percepite più critiche figurano il ransomware (31%), che blocca i sistemi fino al pagamento di un riscatto, e le violazioni fisiche (23%), come intrusioni in struttura o furti di dati da terminali. Seguono le minacce interne (22%), ovvero errori o comportamenti malevoli da parte del personale stesso. Anche accessi non autorizzati ai sistemi, attacchi alla supply chain e la scarsa visibilità dei dispositivi connessi completano un quadro complesso.

Le conseguenze? Gravi 

Le conseguenze di un attacco non si limitano agli aspetti tecnici. I dirigenti segnalano timori concreti su diversi fronti: sanzioni normative (76%), interruzioni di servizio (74%), perdite economiche (73%) e danni reputazionali. Non mancano le preoccupazioni per la sicurezza dei pazienti (72%) e la compromissione dei dati clinici (71%).

Mancano competenze e risorse 

Il settore si trova a dover fronteggiare diverse sfide: la difficoltà nel quantificare i rischi (34%), la velocità evolutiva delle minacce (33%) e la carenza di competenze tecniche interne (31%). Inoltre, l’87% dei manager sanitari ritiene la propria rete di fornitori vulnerabile, soprattutto per le lacune nei dispositivi connessi (36%) e la complessità della catena di fornitura (41%).

“Non si tratta più solo di proteggere il perimetro IT – ha commentato Cesare D’Angelo, General Manager di Kaspersky – ma di garantire un approccio integrato alla sicurezza, fatto di tecnologia, formazione e cultura del rischio”.

Le nuove minacce tra IA e IoT 

Secondo gli esperti, nei prossimi due anni non ci sono prospettive di tregua. Le minacce ritenute più gravi restano il ransomware (37%) e le vulnerabilità nella supply chain (31%).

Preoccupano anche le nuove tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale (28%) e l’espansione dei dispositivi IoT (27%), mentre la crescente complessità normativa rappresenta un ulteriore fronte da presidiare con urgenza.

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Cultura: l’Italia investe nel digitale, aumentano visitatori ed entrate

La cultura italiana attraversa il Rubicone del digitale. Lo conferma la Ricerca 2024-2025 dell’Osservatorio Innovazione Digitale per la Cultura della School of Management del Politecnico di Milano: nel 2024 hanno investito nel digitale il 55% dei musei e 41% dei teatri.
Inoltre, rispetto al 2023, musei, monumenti e aree archeologiche italiani nel 2024 hanno visto aumentare del 6% i visitatori e del 7% le entrate da biglietteria.

In crescita anche il settore teatrale, con un +9%  in termini di spettatori e incassi. Sono segnali positivi che confermano la vitalità del comparto culturale, dove l’innovazione digitale continua a rappresentare una leva di sviluppo, seppure con investimenti ancora limitati.

Musei e teatri utilizzano la GenAI

Circa un terzo dei musei e la metà dei teatri italiani utilizzano già strumenti di AI generativa, soprattutto per content creation e supporto operativo. 
L’adozione, tuttavia, resta ancora a macchia di leopardo. Solo l’1% ha avviato progetti strutturati, mentre il 6% dei musei e il 5% dei teatri dichiara investimenti in questo ambito. Parallelamente, il 57% dei musei e il 64% dei teatri prevedono di investire in AI per migliorare l’esperienza del pubblico nei prossimi tre anni.

Chatbot multilingua, sistemi di traduzione simultanea e scenari interattivi migliorano infatti accessibilità e attrattività dell’esperienza di visita, mentre alcune istituzioni esplorano l’uso dell’AI per la valorizzazione e la catalogazione del patrimonio archivistico.

Avatar multi-lingua e chatbot con interfacce vocali e testuali aumentano l’accessibilità

Oggi il 20% dei musei offre esperienze immersive di realtà aumentata, virtuale o mista, rese accessibili in oltre la metà dei casi tramite visori, ma prevalentemente pensate per una fruizione individuale. Tecnologie che permettono, ad esempio, di visitare luoghi normalmente inaccessibili o ricostruire ambienti storici scomparsi.

Sul lato accessibilità  però i dati evidenziano però qualche ritardo. Nel 41% dei musei e nel 62% dei teatri sono ancora presenti barriere architettoniche, e più della metà delle istituzioni non offre alcun servizio per persone cieche, ipovedenti, sorde o ipoudenti.
Solo il 40% dei musei e il 29% dei teatri ha un sito web progettato per essere accessibile.
D’altro canto, il digitale offre notevoli soluzioni per aumentare l’accessibilità, dagli avatar multi-lingua come guida all’esplorazione del museo ai chatbot con interfacce vocali/testuali per supportare persone non udenti o non vedenti.

“Se manca una data strategy l’AI resta una promessa”

Il digitale può amplificare la capacità di attrarre e fidelizzare un pubblico nuovo e diverso, ma servono strategie innovative. L’accesso aperto e gratuito ai contenuti digitali, la creazione di format ibridi e l’offerta di esperienze memorabili rappresentano oggi leve potenziali per diversificare le fonti di entrata. Tuttavia, la commercializzazione dei contenuti digitali resta un terreno ancora poco esplorato.

“L’AI Generativa può davvero cambiare il modo in cui gli operatori culturali lavorano e coinvolgono il pubblico – spiega Deborah Agostino, Direttrice della Ricerca dell’Osservatorio -, ma servono visione, competenze e un confronto serio sui temi etici, giuridici ed economici. L’assenza di una data strategy, ad esempio, è un limite sottovalutato: senza dati strutturati, l’AI resta una promessa”. 

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Mutuo, bollette e tasse: quanto costa vivere in una casa di proprietà?

Nel 2025 mantenere una casa in Italia costa, in media, 1.298 euro al mese. Una bella cifra. A rivelarlo è uno studio condotto da Facile.it e Mutui.it su dieci grandi città italiane, prendendo in considerazione spese come mutuo, bollette, condominio, manutenzione ordinaria, Tari e consumi idrici.

Il quadro che emerge mostra un’Italia a due velocità: vivere al Nord è decisamente più costoso rispetto al Sud e alle Isole, con una differenza media del 47%.

Milano la più cara, Palermo la più economica

Milano si posiziona saldamente al primo posto di questa classifica: per una casa di 100 metri quadri in zona semicentrale si spendono oltre 24.000 euro all’anno. Seguono poi Roma, con una spesa media annua di 21.000 euro, e Firenze. All’opposto, Palermo si conferma la più conveniente: qui bastano circa 8.500 euro all’anno per le stesse necessità abitative.

L’analisi si basa su una simulazione di acquisto immobiliare con mutuo a tasso fisso del 3,3% per 25 anni, e su valori immobiliari medi rilevati dall’Agenzia delle Entrate (OMI). Le città campione esaminate sono Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo e Cagliari.

Il mutuo pesa fino all’86% del budget mensile

La rata del mutuo incide pesantemente sul bilancio familiare, rappresentando fino all’86% delle uscite mensili dedicate alla casa. A Milano, per esempio, il costo medio per l’acquisto di un’abitazione da 100 mq in zona semicentrale è di 465.000 euro, con una rata mensile che supera i 1.700 euro. A

Roma si arriva a 1.500 euro, mentre al Sud la situazione è più sostenibile: a Palermo bastano 489 euro al mese, a Bari circa 619.

Bollette e spese varie: Nord, quanto mi costi… 

Oltre al mutuo, hanno una rilevanza importante anche le utenze e la manutenzione. Le città settentrionali richiedono il 29% di budget in più rispetto a quelle del Centro e il 48% in più rispetto al Sud. Milano, ancora una volta, svetta per i costi con quasi 300 euro al mese tra luce, gas, acqua e condominio. Seguono Torino e Genova.

Le città più economiche? Cagliari (175 euro), Palermo (190 euro) e Bari (195 euro), favorite anche da un clima più mite.

Il Sud paga di più la Tari

Sorpresa finale per quanto riguarda la tassa sui rifiuti: al contrario delle altre spese, è il Sud a sostenere i costi maggiori. Genova è l’eccezione: qui la Tari tocca i 501 euro l’anno, seguita da Napoli (482 euro), Cagliari (465) e Bari (426). Bologna, invece, è la città con l’imposta più leggera: appena 287 euro.

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Connected Car: in Italia 17,7 milioni di auto connesse

Il mercato italiano delle auto connesse e della mobilità smart nel 2024 raggiunge 3,3 miliardi di euro (+16% vs 2023).
Più in particolare, le soluzioni per l’auto connessa nel 2024 toccano 1,66 miliardi di euro (+7%), i sistemi ADAS integrati nelle nuove vetture, come la frenata automatica di emergenza o il mantenimento di corsia, 1,2 milioni di euro (+26%), le soluzioni Smart Mobility nelle città, ad esempio per la gestione dei parcheggi e la sharing mobility, 500 milioni di euro (+25%). 

A fine 2024 in Italia si contano 17,7 milioni auto connesse, una ogni tre abitanti e poco meno la metà del parco circolante (44%).
Sono alcuni risultati della ricerca dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del Politecnico di Milano.

Ma la mobilità a zero emissioni non accelera

Il mercato però è stagnante, con poco più di 1,5 milioni di veicoli venduti nel 2024 (-0,5%). Anche il primo quadrimestre 2025 presenta numeri simili, con una flessione del -0,6% sullo stesso periodo 2024.

La transizione verso la mobilità a zero emissioni non mostra concreti segni di accelerazione. Le vetture elettriche pure (BEV) o ibride plug-in (PHEV) immatricolate nel 2024 si fermano a quota 7,5%, seppure in accelerazione nei primi mesi 2025 (9,7%), con un parco circolante di 624mila vetture, l’1,5% del totale.
I principali ostacoli all’acquisto di auto elettriche sono i costi, non solo il prezzo di vendita (26%), ma anche le spese di ricarica (19%) e manutenzione (17%).

Lo stop alle auto diesel e benzina non spaventa

In questo scenario, il 44% degli italiani possiede già un’auto connessa con almeno una funzionalità smart. E oltre metà (55%) utilizzerebbe un’auto a guida autonoma nei prossimi anni.
Ma c’è anche il 57% che rinuncerebbe del tutto a una propria vettura se i mezzi pubblici passassero più frequentemente.

Al contempo, la normativa europea sullo stop alle auto diesel e benzina entro il 2035 non spaventa troppo. Solo il 10% si adeguerà da subito, il 34% preferisce attendere che le vetture elettriche diventino più convenienti e affidabili, mentre il 48% utilizzerà il più possibile la vettura attuale o ne comprerà una nuova, sempre con motore a combustione, poco prima della deadline.

Smart Road: 21 iniziative attivate

Nell’ambito della gestione delle flotte aziendali, il 43% dei fleet manager mette a disposizione dei dipendenti veicoli elettrici/ibridi, il 30% dispone di una flotta connessa e solo il 7% delle grandi aziende ha integrato soluzioni di AI per gestire il parco auto.
Parallelamente, prendono piede i progetti di Smart Mobility e Smart Road, supportati dall’espansione delle reti V2X, l’avanzamento delle tecnologie di guida autonoma e iniziative strategiche a livello nazionale. 

Il 65% dei comuni italiani ha avviato progetti di Smart Mobility nell’ultimo triennio, ma solo il 29% sfrutta i dati raccolti a livello informativo.
Cresce poi la sperimentazione delle Smart Road, con 166 progetti censiti a partire dal 2017 a livello globale. In Italia sono 21 le iniziative attivate nel triennio 2022-2024.

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Smart City, un mercato da 1,05 miliardi. Il 42% dei comuni ha avviato progetti

Dai risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano emerge come le Smart City stiano progressivamente diventando imprescindibili nelle agende delle amministrazioni locali italiane. Tanto che il 42% dei comuni ha avviato progetti nel 2024 e il 91% vuole farlo nei prossimi due anni.
Le aree principali di investimento riguardano l’Illuminazione pubblica (circa 240 milioni di euro, 23% del totale) e la Mobilità intelligente (circa 215 milioni di euro, 20% del totale).

Ma tra le iniziative più diffuse, con investimenti minori, rientrano anche progetti di sicurezza e sorveglianza, adottati dal 27% dei comuni nel biennio 2023-24, e Comunità Energetiche Rinnovabili (27%).
In generale, nel 2024 il mercato italiano delle Smart City ha raggiunto 1,05 miliardi di euro, con una crescita del +5%, ma inferiore alla media europea (+9%).

Opportunità concreta per coniugare sostenibilità e tecnologia

Le Smart City si stanno affermando come opportunità concreta per coniugare tecnologia e sostenibilità, utilizzando l’innovazione per perseguire obiettivi ambientali, economici e sociali.
Nelle sfide del cambiamento climatico, la sostenibilità è una priorità trasversale per le città intelligenti, ma mancano approcci strutturati e regole condivise che consentano una rendicontazione efficace e una valutazione solida dell’impatto generati, anche sul piano economico e sociale.

Per quanto riguarda la sostenibilità sociale, metà degli italiani valuta il comune di residenza ‘insufficiente’ sotto il profilo dell’inclusività, dell’accessibilità dei servizi pubblici offerti e del dinamismo economico-sociale.

La barriera principale è la carenza di personale

Più di un comune italiano su tre (37%) ritiene le partnership tra pubblico e privato (PPP) molto utili per realizzare progetti Smart City, ma per ora le partnership ‘miste’ sono adottate solo da meno di un comune su 6 (16%).

Quanto all’innovazione, l’Intelligenza artificiale è conosciuta dal 92% dei cittadini, favorevoli al suo uso in città per la sicurezza pubblica, il monitoraggio delle emergenze e la gestione dei guasti alle infrastrutture.
Ma anche in questo caso, a oggi solo il 4% dei Comuni adotta l’AI nei progetti smart, mentre il 35% la vuole sfruttare entro 2 anni.
In generale, la principale barriera ai progetti Smart City è la carenza di personale, per il 71% dei comuni italiani, e quindi anche di competenze interne, soprattutto per gestire l’innovazione e per coinvolgere la cittadinanza.

“È fondamentale coinvolgere attivamente i cittadini”

“Nell’ultimo anno il mercato della Smart City è aumentato, ma a ritmi più contenuti rispetto agli anni precedenti, confermando un trend di crescita solido, nonostante un contesto incerto – spiega Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio Smart City -. Tuttavia, la frammentazione amministrativa, la carenza di competenze e la dipendenza da finanziamenti straordinari continuano a ostacolare l’efficacia delle strategie integrate. Le città italiane sono chiamate a rafforzare le proprie capacità organizzative, sviluppando strumenti operativi e una visione strategica a lungo termine. In particolare, è fondamentale coinvolgere attivamente i cittadini, promuovendo fiducia, trasparenza e partecipazione”.

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Ansia da batteria scarica: come lo smartphone influisce sul nostro umore

Quante volte ci siamo trovati con lo smartphone in “rosso” proprio nei momenti cruciali?
Quel fastidioso avviso di batteria scarica scatena una vera e propria reazione di ansia, ormai così diffusa da meritare un nome preciso: Low Battery Anxiety. E no, non è un fenomeno di nicchia, ma una condizione che ci riguarda pressoché tutti.

Quando la carica bassa diventa fonte di stress

Uno studio condotto da LG Electronics, che ha coinvolto oltre 2.000 persone, ha rivelato come il 90% degli utenti si senta ansioso o stressato quando il livello della batteria scende sotto il 20%.
Il termine Low Battery Anxiety è stato coniato proprio da LG nel 2016 per descrivere l’insieme di comportamenti e stati emotivi legati alla paura di restare senza telefono.

Secondo i dati raccolti, una persona su tre arriva perfino a rinunciare a un’attività di svago pur di correre a ricaricare il proprio cellulare. Tra i più colpiti ci sono i Millennials (nati tra inizio anni ’80 e fine anni ’90): il 42% di loro preferisce ricaricare il telefono piuttosto che partecipare ad attività sociali.

Batteria giù, cortisolo su

Non si tratta solo di una preoccupazione passeggera: il calo di batteria genera un vero segnale di stress aumentando i livelli di cortisolo, l’ormone che il corpo rilascia in risposta a situazioni di tensione.

In quei momenti, spiega lo studio, l’attenzione si sposta completamente sulle necessità del dispositivo, relegando in secondo piano i nostri veri bisogni.

Umore e relazioni… a rischio

Anche la società di analisi Counterpoint Research, in una ricerca del 2023, ha confermato il legame tra stato della batteria e benessere emotivo: il 65% degli intervistati ha dichiarato che l’umore cambia visibilmente in base alla durata residua della batteria.

Non solo. Uno smartphone scarico può influenzare anche i rapporti personali: il 60% delle persone ammette di essere stato irraggiungibile a causa della batteria esaurita, situazione che può essere scambiata per un tentativo di “ghosting”.
A peggiorare il quadro, il 23% degli intervistati – secondo quanto evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” – racconta di aver avuto veri e propri litigi con il partner per mancati messaggi o chiamate dovuti a un telefono spento.

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L’inflazione cambia le abitudini: liquidità non è più sinonimo di sicurezza

Negli ultimi anni, la gestione del risparmio da parte degli italiani ha subito una profonda trasformazione. Il tradizionale attaccamento al denaro “parcheggiato” in banca sta lasciando spazio a un approccio più dinamico, ma anche più prudente. Secondo il Rapporto “Pragmatismo e progresso” realizzato da Censis in collaborazione con Assogestioni, l’84,5% degli italiani ha risparmi o riesce a risparmiare, ma il 70,2% ritiene che mantenere tutto in contanti non sia più una scelta sicura.

Il biennio segnato da forti spinte inflazionistiche ha messo in discussione l’idea che la liquidità rappresenti un porto sicuro. Oggi, il 54,7% dei risparmiatori cerca di conservare solo il necessario in contanti, destinando il resto a forme di investimento.

Investire sì, ma con cautela

Cresce l’interesse verso investimenti con orizzonti temporali più lunghi: il 60% degli italiani è disposto a vincolare i propri risparmi per almeno cinque anni, in netta crescita rispetto al 47,9% del 2022. Tuttavia, il clima economico incerto rende la popolazione più prudente: ben l’88,1% si dichiara attento e riflessivo nelle proprie scelte finanziarie.

Risparmio come leva per realizzare i propri obiettivi

Non più solo una “scorta per le emergenze”, ma un mezzo per costruire il futuro: per l’82,8% degli italiani, risparmiare significa potersi permettere sogni e progetti di vita. Il 79,5% investe pensando alla propria sicurezza futura – pensione, salute o il benessere di figli e nipoti – mentre il 64,8% usa i risparmi per acquisti importanti, come casa e auto.

ESG, sostenibilità che piace anche al portafoglio

Nonostante lo scetticismo di alcuni attori internazionali, l’interesse verso gli investimenti sostenibili continua a crescere: il 63,3% degli italiani è favorevole a investire in prodotti ESG, rispetto al 52,5% registrato nel 2021. Il 22,8% li sceglie come opzione primaria, mentre un ulteriore 40,5% li valuta con favore.

Rischi digitali e tentativi di truffa 

L’evoluzione tecnologica porta con sé anche nuove minacce. Quasi la metà degli italiani (47,8%) ha ricevuto proposte fraudolente legate al trading online, e il 59,5% ha visto pubblicità ingannevoli che promettono alti guadagni con bassi investimenti. Inoltre, il 51,9% ha ricevuto messaggi sospetti per ottenere dati finanziari personali.

Consulenti finanziari per la gestione del risparmio

Per molti risparmiatori, affidarsi a un professionista è la scelta giusta. Il 29,2% investe tramite un consulente, instaurando rapporti di fiducia che spesso durano nel tempo: il 27,3% ha lo stesso referente da oltre 10 anni. E non solo: il 31,9% si avvicinerebbe a strumenti più complessi, come il trading online, solo con la guida di un esperto.

Capire come investire

L’interesse per l’educazione finanziaria è alto: il 58,8% degli italiani vorrebbe migliorare le proprie competenze, in particolare i giovani (62,5%) e gli adulti (63,7%). Anche chi non è interessato ad approfondire, nel 68,6% dei casi si affiderebbe a un consulente per sentirsi più sicuro.

Occhio alle promesse troppo belle per essere vere

Gli italiani si dimostrano prudenti anche davanti a offerte apparentemente vantaggiose. L’81,9% rifiuta conti deposito con rendimenti “troppo alti”, il 79% diffida delle app di trading con promesse miracolose, e il 77,1% è scettico verso gli investimenti in criptovalute non regolamentati.

Come sottolinea Fabio Galli, Direttore Generale di Assogestioni, “comprendere le dinamiche del risparmio familiare è essenziale per valorizzare le scelte finanziarie degli italiani, costruendo un sistema solido e trasparente”.

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Vino: i giovani spendono di più e sostengono il mercato premium

In un contesto generalizzato di calo dei consumi, che vede il quarto anno consecutivo di contrazione in Italia e terzo negli Stati Uniti, che insieme rappresentano il 60% del fatturato complessivo delle vendite di vino italiano, il mercato deve sapere intercettare le fasce più giovani della popolazione.

Per il vino italiano Millennials e GenZ rappresentano la terra promessa di un ricambio generazionale. Sì, perché gli under44 spendono di più. E di fatto tengono a galla un mercato premium minacciato dalla retromarcia di Boomer e GenX.
È la fotografia dei consumatori di vino under44 italiani e americani scattata dall’Osservatorio Uiv-Vinitaly su base Iwsr.

Under 44 italiani e americani a confronto

In Italia il profilo dei consumatori di vino per età rispecchia la distribuzione anagrafica della popolazione (legal drinking age), con gli under44 a quota 35%, mentre negli Usa Millennials e GenZ raggiungono quota 47%.

Anche rispetto a frequenza di consumo e quantità viene smentita la convinzione che vede i giovani più inclini a un consumo saltuario. In entrambi i Paesi la tendenza (80%) a ridurre il consumo a 2-3 volte al mese appare egualmente distribuita tra le diverse fasce d’età.
Sul fronte delle quantità, sia negli Usa sia in Italia, la quota di chi beve abitualmente due o più bicchieri di vino è più elevata tra i giovani che tra gli over44.

Il connubio con il cibo resta importante ma perde centralità

Si dimostra poi falsa la convinzione che “i consumi scendono per colpa dei giovani”. In America sono proprio i consumatori maturi a tirare il freno a mano.
In Italia il calo sembra più trasversale e intergenerazionale e coinvolge oltre un quarto della popolazione (27%) in entrambi i cluster d’età.
Anche qui, però, a calmierare in parte il calo sono proprio gli under44: 14% hanno aumentato il consumo, 7% nella fascia over44.

Il connubio vino e cibo rimane importante, ma sembra perdere centralità per i young winelover . Se è vero che “il vino esalta il cibo” per gli over44, scendono sotto la metà quelli che si riconoscono in questa affermazione tra Millennials e GenZ.
Di contro, nel Belpaese la quota dei giovanissimi che vede il vino come un “fashion statement” è esattamente il doppio (56%) di quella dei boomer (28%), e anche i Millennials staccano i GenX (45% contro il 29%).

Young winelover infedeli ai brand

Circa il 31% del valore complessivo degli acquisti di vino in America è attribuibile a prodotti in fascia Ultra Premium (60% under44).
Diversa la situazione in Italia, dove i vini di alta gamma valgono solo il 10% degli acquisti, ma realizzati anche qui per circa la metà dai giovani consumatori.

Sia i giovani americani sia italiani, se paragonati alle fasce d’età più elevate, si dichiarano meno fidelizzati a specifici brand.
Gli infedeli sono circa uno su due tra gli under44, mentre scendono a un terzo superata questa soglia d’età.

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Informazione: dal 2023 Internet supera TV, ma gli italiani si fidano poco

Lo evidenzia la prima edizione dell’Osservatorio Agcom sul sistema dell’informazione: se dal 2023 Internet supera la televisione, e diviene il principale mezzo di informazione degli italiani, circa il 30% degli italiani nutre una bassa fiducia nelle notizie provenienti dai social network o dalle piattaforme di condivisione video.
In pratica, circa un quarto dei cittadini dichiara di informarsi tramite le versioni digitali dei mezzi editoriali tradizionali, sebbene la fiducia nei mezzi digitali sia  minore rispetto ai media tradizionali. 

Social media, motori di ricerca e siti web/app di quotidiani e periodici sono comunque le principali porte di accesso all’informazione. Oggi, solo il 13,3% degli italiani si informa tramite la radio, mentre i quotidiani in formato cartaceo proseguono nella dinamica di riduzione. Nel 2024 li legge poco più del 17%.

I giovani cliccano, gli over 65 commentano

Tra i più giovani è prevalente la propensione a utilizzare solo Internet per informarsi: in rete, la visione di video e l’ascolto di notizie si affianca alla tradizionale lettura di notizie.
Su tutti i mezzi di comunicazione il complesso dei programmi informativi trova un riscontro positivo da parte della popolazione, con i telegiornali che rappresentano un traino per l’audience.

Il 50,5% degli iscritti ad almeno un social network dichiara di venire a conoscenza di notizie e informazioni prima sui social che su altri mezzi di comunicazione.
Cliccare sul link di una notizia o mettere un like sono le azioni prevalentemente svolte (più del 40%). Meno frequenti i commenti alle notizie (16,9%) o discussioni in merito (6,1%). Al contrario, gli ultrasessantacinquenni commentano le notizie e partecipano più attivamente alle discussioni.

Televisione, radio, giornali sono più affidabili

Il 65,6% della popolazione dichiara di avere un livello di fiducia moderata o alta in almeno un mezzo di informazione; un terzo, alta.
Televisione, radio e carta stampata risultano le fonti informative in cui i cittadini ripongono maggiore fiducia, seguite dal passaparola (35%). 

I giovani tra 14-24 anni mostrano una minore di fiducia nei confronti di almeno uno tra i mezzi di comunicazione. Con riferimento ai mezzi digitali, i più giovani e gli ultrasessantacinquenni (1 su 5) asseriscono di non aver alcuna fiducia nelle fonti informative online.

Servizio pubblico versus influencer

In relazione alla percezione sull’affidabilità nei confronti di chi produce e diffonde le notizie, le fonti editoriali come televisioni, radio e quotidiani, sono ritenute più affidabili rispetto a quelle generate da autori singoli, come influencer e blogger.

Il servizio pubblico televisivo è la fonte ritenuta ‘più’ affidabile dai cittadini, in particolare, dalle fasce più anziane della popolazione. 
Gli influencer sono considerati affidabili dal 2,2% della popolazione, percentuale che sale solo al 4,6% per la fascia di età tra 14-24 anni.
I più giovani, poi, reputano anche più affidabili le notizie rinvenute sui social media o le piattaforme di messaggistica.

Informazione: dal 2023 Internet supera TV, ma gli italiani si fidano poco Leggi tutto »