Usb-C: nell’UE lo standard universale diventa obbligatorio

Inizia una nuova era per la ricarica dei device. Dal 28 dicembre 2024, tutti i dispositivi elettronici portatili venduti nell’Unione Europea dovranno essere dotati di una porta Usb-C per la ricarica. Questa rivoluzione interesserà smartphone, tablet, fotocamere digitali, cuffie, auricolari, console per videogiochi, altoparlanti portatili, e-reader, tastiere, mouse e navigatori portatili.

L’obbligo, riferisce Agi, si estenderà ai computer portatili a partire dal 28 aprile 2026, completando l’adozione di uno standard comune.

Obiettivi di sostenibilità e praticità 

La normativa, approvata nel 2022, rappresenta un passo decisivo verso la riduzione dei rifiuti elettronici e la semplificazione per i consumatori. Con un unico caricabatterie compatibile per dispositivi di piccole e medie dimensioni che supportano fino a 100 Watt di potenza, l’iniziativa mira a diminuire gli sprechi e a incentivare pratiche più sostenibili.

Inoltre, tutti i dispositivi con ricarica rapida offriranno una velocità standardizzata, eliminando le disparità tra modelli.

Informazioni più chiare per i consumatori 

Per agevolare gli utenti, i dispositivi saranno accompagnati da etichette che specificheranno le caratteristiche di ricarica, permettendo di verificare facilmente la compatibilità con i caricabatterie già in possesso.

La maggiore trasparenza consentirà inoltre agli acquirenti di scegliere consapevolmente se acquistare o meno un caricabatterie aggiuntivo, promuovendo il riutilizzo.

Vantaggi economici per 250 milioni di euro l’anno 

Grazie a questa iniziativa, i consumatori europei potrebbero risparmiare fino a 250 milioni di euro all’anno, evitando acquisti inutili di caricabatterie. Attualmente, si stima che circa 11.000 tonnellate di rifiuti elettronici ogni anno provengano da caricabatterie smaltiti o inutilizzati. La nuova regolamentazione punta a ridurre significativamente questa cifra, contribuendo a una gestione più responsabile delle risorse.

L’impatto sul mercato 

Uno degli effetti più evidenti della normativa è la graduale scomparsa della porta Lightning di Apple, sostituita dalla Usb-C sugli ultimi modelli di iPhone 15. Anche i MacBook, già compatibili con Usb-C, sono in linea con le nuove disposizioni. Questo cambiamento segna un punto di svolta nella standardizzazione tecnologica, con vantaggi tangibili per produttori e consumatori. Con questa iniziativa, l’Unione Europea rafforza il suo ruolo di leader nelle politiche di sostenibilità, promuovendo innovazioni che combinano praticità ed ecologia.

L’adozione della Usb-C rappresenta non solo un passo avanti per la tecnologia, ma anche un esempio di come le normative possano guidare verso un futuro più sostenibile e responsabile.

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Come si cerca, si compra e si vende nell’era digitale?

Oggi la fase iniziale del processo di acquisto avviene principalmente online. Il Global Consumer Insights Pulse Survey June 2023 conferma questa tendenza. Prima di effettuare un acquisto i consumatori, soprattutto i membri della Generazione Z, consultano i motori di ricerca (54%), cercano su Amazon ( 35%), visitano il sito web dell’azienda (34%), si rivolgono ai social media (31%) o interrogano un sito di comparazione prezzi (29%).

Questo fa sì che oggi i clienti siano sempre più informati ed esigenti, proprio perché si documentano autonomamente prima di entrare in contatto diretto con le aziende. Che sebbene dispongano di una vasta gamma di strumenti digitali per interagire con la clientela, devono affrontare un mercato ogni giorno più competitivo.

La morte del “porta a porta”

In questo scenario, l’approccio di vendita  ‘porta a porta’ è ormai un lontano ricordo. 

“Le aziende oggi non possono limitarsi a presentare un prodotto o un servizio – afferma Alberto Frisoni, ceo di Sales Process Italia -. Devono saper interagire con il cliente, offrire soluzioni su misura e guidarlo in un percorso d’acquisto, che rispetto al passato, è molto più dinamico e complesso. Le tecnologie digitali, inoltre, hanno trasformato il processo di vendita in un’esperienza interattiva che si sviluppa su più canali, dai motori di ricerca ai social network. Ciò impone una preparazione solida e una strategia mirata”.

La tecnologia semplifica il processo di vendita. O no?

Il processo di vendita di un’azienda si articola in diverse fasi, che vanno dalla generazione dei potenziali clienti alla chiusura del contratto, passando per la qualificazione e la personalizzazione dell’offerta.
Tuttavia, nell’odierno panorama competitivo, un processo di vendita ben definito aiuta a migliorare le conversioni e a garantire un’sperienza positiva e coerente per ogni cliente.

Non si tratta più di una semplice sequenza di azioni, ma di un sistema preciso e integrato che guida l’azienda e il cliente lungo tutto il percorso d’acquisto. Creare un processo di vendita scalabile e ripetibile può essere difficile, soprattutto perché ogni azienda, team di vendita e pubblico di destinazione è unico.

Con la conclusione di un affare inizia la relazione col cliente

Raccogliere nuovi contatti all’inizio del processo di vendita è una fase fondamentale per l’azienda, che quotidianamente utilizza strumenti come Facebook, Instagram, YouTube, Google e LinkedIn, insieme alla pubblicità per attrarre nuovi potenziali clienti.
Verificare se il potenziale cliente è adatto all’offerta dell’azienda, e se è pronto per proseguire nel percorso di vendita, è la seconda fase del processo, a cui segue la raccolta di informazioni sul cliente da parte del team di vendita. 

Utilizzando strumenti digitali, riporta Quotidiano.net, l’azienda effettua una presentazione/dimostrazione del prodotto/servizio. Durante la trattativa finale, il cliente potrebbe sollevare alcuni dubbi a cui l’azienda deve saper rispondere efficacemente. Nella fase finale si conclude l’accordo. Ma anche dopo la chiusura, è importante mantenere una relazione con il cliente per favorirne la fidelizzazione.

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L’innovazione digitale e le imprese italiane: partnership, investimenti e opportunità

Per le imprese italiane l’innovazione digitale è una priorità, con segnali di crescita e nuove modalità di collaborazione. Nonostante il contesto economico incerto, i budget ICT per il 2025 cresceranno dell’1,5%, sostenendo la competitività delle aziende. Le piccole e medie imprese mostrano l’incremento più significativo, rispettivamente del +3,7% e +4%, mentre le grandi aziende mantengono una crescita più moderata.

Le aree di investimento: intelligenza artificiale in pole position

Per le grandi imprese, la spesa digitale si concentra su soluzioni di cybersecurity (57%) e business intelligence. Al terzo posto si colloca l’intelligenza artificiale, con il 43% delle aziende che pianificano investimenti in questa tecnologia, seguita dalla generative AI (39%). Per le PMI, invece, i focus principali sono cybersecurity (31%), cloud (25%) e applicazioni di Industria 4.0 (24%).

Nonostante l’importanza strategica del digitale, solo l’8% delle imprese ha sviluppato metriche consolidate per valutarne l’impatto, concentrandosi prevalentemente su risultati economici di breve periodo. Manca una visione che includa effetti su competenze, cultura aziendale e agilità organizzativa nel lungo termine.

L’open innovation: collaborazioni e partnership

L’open innovation è ormai pratica comune per l’88% delle grandi aziende italiane, tanto da raggiungere il 98% nelle realtà con oltre 1.000 dipendenti. Tra le PMI, invece, solo il 31% adotta queste iniziative. Le modalità più diffuse sono collaborazioni con università e centri di ricerca (72%), lo scouting di startup (59%) e hackathon (30%). Sul fronte outbound, guadagnano terreno strategie come piattaforme digitali (22%) e joint-venture (21%).

Il 48% delle grandi aziende ha collaborato con startup per almeno tre anni, impiegandole come fornitori o partner per lo sviluppo congiunto di prodotti e servizi. Tuttavia, solo l’8% delle PMI si apre a queste collaborazioni, segnalando una resistenza che limita le opportunità di innovazione.

Innovazione e sostenibilità: un binomio che funziona

L’integrazione tra innovazione e sostenibilità è sempre più evidente. Il 56% delle aziende collabora con università per promuovere progetti sostenibili, mentre il 46% lavora con startup per sviluppare soluzioni a basso impatto ambientale. Questa sinergia evidenzia come le imprese stiano cercando di coniugare la competitività con una maggiore responsabilità sociale.

Nuovi modelli organizzativi

Le principali difficoltà per le aziende riguardano l’integrazione dell’innovazione nei processi di business (45%) e il coinvolgimento della popolazione aziendale (38%). Per superare questi ostacoli, alcune imprese stanno adottando strategie di corporate entrepreneurship, promuovendo percorsi formativi e pratici per diffondere competenze innovative. Tuttavia, la formazione richiede un accompagnamento con iniziative concrete per essere davvero efficace.

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Micro-aggressioni sul posto di lavoro: quando il linguaggio diventa un’arma

Non ci sono solo mobbing, demansionamento o episodi macroscopici a turbare la pace dei lavoratori durante le ore dedicate alla professione. Ci sono anche le micro-aggressioni. Ma di cosa si tratta? Questi sono atteggiamenti, espressioni verbali o comportamenti che trasmettono messaggi ostili o denigratori.

Spesso subdole e difficili da individuare, tali dinamiche possono generare frustrazione e senso di impotenza sia in chi le subisce sia in chi vi assiste. Vengono spesso minimizzate da chi le mette in atto con frasi come “era solo una battuta”, rendendo ancora più complessa la loro identificazione.

Un fenomeno diffuso, ma poco riconosciuto

Secondo un’indagine condotta da Nespresso con il coinvolgimento della business community di LinkedIn, il 62% degli intervistati ha dichiarato di essere stato vittima di micro-aggressioni, mentre il 70% ha assistito a episodi di questo tipo almeno una volta. I commenti più frequenti si concentrano sul genere (41%), seguiti da discriminazioni legate all’età (18%) e all’aspetto fisico (15%). Queste manifestazioni di sessismo, ageismo e bodyshaming spesso passano inosservate o non vengono classificate come discriminazioni, a causa di una scarsa consapevolezza del fenomeno nei luoghi di lavoro.

Nonostante ciò, l’impatto emotivo è significativo: più di una persona su quattro riferisce di provare disagio e rabbia in seguito a episodi di micro-aggressioni. La loro banalizzazione contribuisce a perpetuare un clima di insicurezza e mancanza di rispetto, ostacolando la costruzione di ambienti lavorativi inclusivi.

Serve un cambiamento culturale 

Simona Liguoro, Direttrice HR di Nespresso Italiana, sottolinea l’importanza di affrontare il tema delle micro-aggressioni all’interno delle aziende: “Questo fenomeno, spesso sottovalutato, richiede un impegno chiaro nel tracciare confini e promuovere una cultura del rispetto e dell’inclusione”.

Per approfondire il fenomeno e stimolare un cambiamento, l’indagine è stata realizzata con il supporto di Chiara Bisconti, consulente in risorse umane, e Valentina Dolciotti, esperta di diversità e inclusione e fondatrice di DiverCity magazine.

Obiettivo: un ambiente inclusivo

L’obiettivo dello studio è creare maggiore consapevolezza e fornire strumenti concreti per riconoscere e affrontare le micro-aggressioni. Come evidenziato da Chiara Bisconti, è essenziale investire nella formazione, promuovere dialoghi aperti e attivare pratiche di ascolto all’interno delle aziende. Solo così è possibile trasformare i luoghi di lavoro in comunità coese, dove rispetto, supporto reciproco e collaborazione siano alla base delle relazioni professionali.

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Prestiti: importo medio richiesto a + 9,1%, ma domande in diminuzione 

Fatto salvo l’effetto rimbalzo del 2021, le richieste di finanziamento da parte delle famiglie si sono via via stabilizzate, alternando fasi moderatamente espansive con altre più restrittive. Nei primi 9 mesi del 2024 le richieste di prestiti registrano una contrazione del -1,1%. L’importo medio però si attesta a 9.260 euro, il 9,1% in più rispetto allo stesso periodo del 2023.
Lo evidenzia l’ultima analisi del Barometro CRIF su fonte EURISC.

“Il comparto dei prestiti sta registrando una crescita moderata e talvolta faticosa. Tuttavia, l’innovazione tecnologica e l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale restano un volano imprescindibile per un cambio di passo in un mercato in rapida trasformazione – spiega Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Infatti, sono proprio i player non tradizionali a farsi sempre più spazio sul mercato, proprio in virtù di un modello di business agile e altamente digitalizzato”.

Comparto sostenuto dai prestiti personali

Entrando nel dettaglio delle diverse forme tecniche al III trimestre 2024, sostengono il comparto i prestiti personali (+10,3%), mentre l’importo medio si mantiene stabile (+1,0%, valore di 11.838 euro).
Dinamica speculare per i prestiti finalizzati, che si contraggono del 10,3%, mentre l’importo medio cresce a doppia cifra (+14,0%, valore di 6.718 euro).

Considerando il solo mese di settembre, si registra la stessa dinamica divergente, ovvero, segno negativo per i prestiti finalizzati, con un -12,3%, mentre i prestiti personali continuano a essere la forma tecnica maggiormente richiesta dalle famiglie, con un +13,8% di domande.

Distribuzione delle richieste per importo e durata

L’analisi della distribuzione delle richieste di finanziamento per fascia di importo conferma che nei primi nove mesi del 2024 quasi una richiesta su due si concentra nella classe inferiore a 5.000 euro (48,8%).
Si registra la stessa prudenza anche per le diverse tipologie di finanziamento: il 65,4% delle richieste di prestiti finalizzati presenta importi inferiori a 5.000 euro e la stessa classe d’importo risulta la preferita anche per i prestiti personali (32,0%).

Quanto alla distribuzione per durata, quasi una domanda su tre richiede piani di rimborso superiori a 5 anni, con una quota pari al 30,0% del totale. Perdura, da parte delle famiglie, un comportamento di cautela, al fine di non appesantire troppo il bilancio mensile con uscite fisse.

Età dei richiedenti: maggioritaria fascia 45-54 anni

Tra le diverse forme tecniche, i prestiti finalizzati prediligono un arco temporale di 2 e 3 anni (28,5%), mentre i prestiti personali si sono indirizzati su piani di rimborso superiori a 5 anni (49,7%).

Osservando la distribuzione delle istruttorie di credito in relazione all’età del richiedente, il Barometro CRIF evidenzia come sia stata la fascia 45-54 anni a risultare maggioritaria, con il 23,3% del totale, seguita da quella 35-44 anni (20,4%).
Stessa dinamica per le diverse tipologie di finanziamento, poiché anche in questo caso la fascia di età più propensa a richiedere finanziamenti rimane quella 45-54 anni: il 23,6% per i prestiti personali e il 23,1% per i prestiti finalizzati.

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Per gli italiani lo sport è una medicina per la mente

Per gli italiani lo sport è come una medicina per la mente. Tanto che il 64% dei nostri connazionali pratica attività sportiva per star bene non solo a livello fisico, ma soprattutto mentale. Quota che sale al 68% se si considerano gli under 25.

Insomma, è il benessere la molla che fa muovere gli italiani, soprattutto i più giovani. Lo evidenzia la prima edizione dello studio condotto da Eumetra dedicato a Sportivi & Consumi. Uno studio che ha l’obiettivo di fornire un’istantanea degli ultimi tre mesi delle abitudini sportive degli italiani, in particolare, di chi pratica attività sportiva almeno una volta a settimana.

Yoga e pilates le disciplina più praticate

“In un mondo sempre più complesso, veloce e caotico – spiega Matteo Lucchi, ceo di Eumetra – l’attività fisica diventa un rifugio, un’oasi di benessere personale per riconnettersi con i propri bisogni. Una tendenza confermata anche dalle tipologie di attività praticate”.

Infatti, se fino a poco tempo fa la classica partita di calcetto con gli amici era, almeno per gli uomini, la principale occasione di movimento, oggi le discipline più praticate nel nostro Paese, ovvero, una volta a settimana per il 12% del campione, sono lo yoga e il pilates, attività che mettono al centro il benessere psicofisico dell’individuo, e che superano persino il nuoto.

Uomini fanatici e giovani prestanti

Quello degli sportivi però non è un universo omogeneo. Lo studio Eumetra mette infatti in luce la presenza di quattro diversi identikit, con caratteristiche sociodemografiche e comportamentali ben definite.

Nel primo cluster rientra il 41% degli sportivi, che può essere considerato ‘fanatico’. Si tratta in prevalenza di uomini, sui 40 anni, che vivono in contesti urbani, praticano sport diversi, più volte la settimana, sacrificando spesso la pausa pranzo. Particolarmente attenti all’alimentazione, si concentrano sull’aspetto competitivo dello sport e sul miglioramento delle prestazioni.

Il secondo identikit, con una percentuale del 17%, riguarda in prevalenza giovani sotto i 25 anni, per i quali lo sport è sinonimo di prestanza fisica.
Questo gruppo predilige le discipline individuali e pratica attività spinto dalla passione e dalla voglia di migliorarsi.

Questione di peso o semplicemente voglia di muoversi

Il 23% rientra nella categoria ‘riparatore, o meglio, ‘riparatrice’. Si tratta infatti nella larga maggioranza dei casi di donne, che praticano attività fisica per questioni di peso e salute.

Non particolarmente soddisfatte del loro aspetto, considerano lo sport anche come un momento di svago e un’occasione per dedicare del tempo a sé stesse.
C’è poi un 20% di persone spinto dal semplice bisogno di muoversi. Questo segmento è composto in prevalenza da persone mature, over 55, ancora attive, che si dedicano all’attività sportiva per prevenire gli acciacchi dell’età, ma anche per socializzare e condividere momenti di svago.

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Italiani, media e informazione: perché è un rapporto controverso?

Nel contesto complicato degli ultimi anni, tra crisi economica e politica, guerre e conflitti, preoccupazione per il cambiamento climatico, l’ambiente, la salute e i diritti civili, il ruolo dell’informazione per gli italiani è sempre più cruciale e controverso.
Tra i diversi media, negli ultimi anni il web è diventato una fonte informativa sempre più rilevante per quasi un italiano su due, una percentuale che dal 2019 cresce del 33%.

Ma quando si tratta di media e informazione cosa si aspettano gli italiani? Soprattutto, trasparenza e sincerità (24%), autenticità e verità (22%), e fiducia (22%). È quanto rilevano gli ultimi dati forniti da GfK Sinottica.

Motori di ricerca: le fonti digital più importanti per informarsi

Motori di ricerca (28%), social network (21%), siti e web app di TV (16%), sono i principali riferimenti per l’informazione digitale degli italiani.
A questi seguono siti o app web di quotidiani (12%), aggregatori di notizie e portali (10%), testate giornalistiche online (8%), e siti o web app di radio (5%).

Secondo i dati di GfK Sinottica, il 44% degli italiani dichiara di venire a conoscenza di notizie e informazioni in primo luogo dai social network, un dato in crescita del +9% rispetto ad aprile 2023.

La notizia corre sui social network

Se le notizie si apprendono prima di tutto dai social network., tuttavia, solo il 20% degli italiani dichiara di avere un livello di fiducia alto rispetto all’attendibilità dei social come fonte informativa.

I social network, infatti, si posizionano al terzo posto per attendibilità, in una classifica che vede TV e stampa ai primi posti. Dell’informazione digitale, soprattutto di quella veicolata attraverso i social network, un italiano su tre mette in dubbio la precisione e l’affidabilità delle notizie riportate.

Oggi più di ieri Internet si utilizza soprattutto per svago

Quello che emerge dall’analisi di GfK Sinottica è la tendenza degli italiani a utilizzare sempre di più l’ecosistema digitale per soddisfare il proprio bisogno di ‘leggerezza’ e relazioni sociali.

Cresce infatti la percentuale di chi utilizza Internet per restare in contatto con amici e familiari (22% vs 19% 2022), o per intrattenimento (22% vs 19%), così come per acquistare o pagare prodotti e servizi (12% vs 11%) e svolgere la propria attività lavorativa o di studio (13% vs 10%). Al contrario,  cala in modo significativo l’utilizzo di Internet come fonte informativa, che passa dal 41% del 2022 al 31%.

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Nel 2024 tariffe telefonia mobile in discesa, leggermente in salita quelle “fisse” 

Lo ha scoperto un’analisi di Facile.it: nel 2024 i prezzi delle tariffe di telefonia mobile in Italia sono scesi tra il 9% e il 17%. Oggi per un contratto di telefonia mobile standard la spesa media mensile è inferiore a 8 euro. Nel 2019, per un’offerta simile, se ne spendevano 12,50. 

Trend opposto per la telefonia fissa: per un nuovo contratto Internet casa si spendono quasi 26 euro al mese, un valore in aumento del 3% rispetto allo scorso anno. Ma nonostante questo, l’Italia resta uno dei Paesi europei con le tariffe più contenute. Insomma, sono lontani i tempi in cui per telefonare si spendevano cifre da capogiro.

Mobile: -11,5% in meno rispetto al 2023

Oggi in media un nuovo contratto di telefonia mobile costa 7,80 euro, l’11,5% in meno rispetto al 2023. Ma per chi opta per un ‘operatore virtuale’ (MVNO – Mobile Virtual Network Operator) la tariffa media mensile scende addirittura del 17% (meno di 6,50 euro).
Per gli operatori tradizionali, invece, la tariffa media mensile è pari a 8,50 euro, in calo del 9%.
“Quando si sceglie un nuovo operatore di telefonia mobile è bene tenere in considerazione non solo la tariffa mensile, ma anche gli eventuali costi di attivazione, che normalmente variano tra 2 e 10 euro – spiegano gli esperti di Facile.it -. Se si cambia compagnia telefonica con frequenza, questi costi potrebbero avere un impatto significativo sul risparmio complessivo”.

Rete fissa: +3% in un anno

Sul fronte della telefonia fissa, invece, nell’ultimo anno le tariffe sono lievemente cresciute.
Guardando alle migliori offerte disponibili sul mercato, secondo i calcoli di Facile.it il canone medio è aumentato del 3%, arrivando a 25,96 euro.

Va detto, però, che i costi medi di attivazione sono diminuiti e questo, almeno per i primi dodici mesi, compensa gli aumenti relativi al canone mensile.
“Per risparmiare è sempre bene confrontare le diverse opzioni presenti sul mercato – continuano gli esperti di Facile.it – e magari, ove presenti, approfittare anche di tariffe dedicate a chi sceglie il medesimo operatore per fisso e mobile”.

Internet casa: in Italia si spende meno

Il contratto ‘fisso più mobile’, infatti, ha subito un incremento minore, e consente ancora oggi di godere di tariffe complessivamente inferiori del 6% rispetto alla migliore offerta acquistabile singolarmente.

In ogni caso, nonostante gli aumenti, gli italiani hanno ancora le tariffe Internet casa più basse se confrontate con quelle di Germania, Francia e Regno Unito.
Se quindi nel Belpaese, in media, si spendono 25,96 euro per questo tipo di servizio, in Germania si pagano 27,86 euro.
Va peggio ai francesi, che in media mettono a budget per la connessione Internet casa 30,37 euro, mentre se ci si sposta oltremanica l’importo mensile arriva a sfiorare 31 euro.

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Lavorare in Europa: qual è la Top 100 delle Pmi?

È il Belgio, seguito da Cipro e Grecia, il Paese con il maggior numero di imprese più ambite dai lavoratori. Le  Piccole e medie imprese italiane, invece, sono fuori dalla Top 10 
Lo ha rilevato l’edizione 2024 del ranking Best Small & Medium Workplaces in Europe, condotta da Great Place to Work, organizzazione globale di ricerca e consulenza per la cultura organizzativa.

La classifica delle 100 migliori realtà europee con un numero di dipendenti compreso tra 50 e 499 certificate come Great Place To Work è stata condotta in 21 Paesi (Austria, Belgio, Cipro, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito).
Per poterla stilare, è stato ascoltato il parere di oltre 1,3 milioni di collaboratori, in rappresentanza di più di 2 milioni di lavoratori.

Fiducia, innovazione, valori aziendali, leadership. E capacità di creare un’esperienza di lavoro “For All”

Questo riconoscimento si basa su dati riservati di sondaggi che valutano le esperienze dei collaboratori in materia di fiducia, innovazione, valori aziendali e leadership.
Le organizzazioni vengono valutate anche in base alla capacità di creare un’esperienza di lavoro ‘For All’, in cui tutte le persone in azienda sono accolte e valorizzate, indipendentemente da chi siano o da cosa facciano.

A livello di confronto tra Paesi vince il Belgio, con un totale di 8 organizzazioni eccellenti presenti in classifica, seguono Cipro, Grecia, Portogallo, Svezia con 6, Francia, Regno Unito e Lussemburgo (5), Spagna, Danimarca, Turchia, Olanda e Italia (4), chiudono Germania, Polonia e Irlanda (3).

L’IT è il settore vincente

Tra i settori vince l’Information Technology (50%), davanti a servizi professionali (13%), altri settori (8%), servizi finanziari e assicurazioni (6%), biotecnologia e farmaceutica (4%).
La Top 10 dei migliori ambienti di lavoro a livello europeo vede sul gradino più alto del podio la società IT britannica Talos360, mentre i due gradini più bassi sono occupati dalla cipriota Ecommbx (It) e dalla tedesca Cpc Unternehmensmanagement AG (servizi professionali).

Completano la Top 10 l’olandese Mobilee (servizi professionali), la portoghese Synergies (advertising & marketing), la francese Ebs Group (Information Technology), la norvegese Dedicare (servizi professionali), la polacca Tradedoubler Sp. z o.o. (servizi professionali), la finlandese Mtb-Siivouspalvelu Oy (altro) e la greca Hack The Box (Information Technology).

Quattro italiane in classifica, la migliore è al 14° posto

L’Italia può contare su un totale di 4 realtà, pur non avendo eccellenze presenti nella Top 10. La prima organizzazione tricolore in classifica è al 14° posto ed è Storeis, società di consulenza e-commerce e agenzia di digital marketing indipendente con sede a Padova, specializzata nei settori fashion, luxury, sport, beauty, retail e consumer electronic.

Altre aziende Made in Italy che compaiono tra i migliori ambienti di lavoro a livello europeo sono Bending Spoons (23°), realtà IT che si occupa di sviluppo software, Skylabs (38°), società di consulenza digitale, e Webranking (84°), agenzia media digitale tra le più grandi in Italia.

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Podcast e audiolibri: un mercato da 17,6 milioni di ascoltatori

Nel 2024 in Italia gli ascoltatori di podcast e audiolibri sono 17,6 milioni, quasi il 30% della popolazione, 700mila in più rispetto al 2023 (+4%). Da solo il podcast ne raccoglie 17,2 milioni, oltre 800mila in più (+5%).
Dal 2018 a oggi, infatti, si stima per il podcast una crescita del 67%, passando da 10,3 milioni ai 17,2 milioni di ascoltatori di quest’anno.

Ma chi sono gli ascoltatori di podcast? Si tratta in prevalenza di uomini, tra 25 e 34 anni, molto connessi (oltre 4 ore al giorno passate su Internet) ed equamente distribuiti in tutto il Paese.
Emerge dall’ultima ricerca di NielsenIQ per Audible, presentata nell’ambito di PodTrends, l’evento organizzato da Audible e Amazon Music.

Il segreto è il multitasking

Dietro questa crescente presenza dei podcast nella dieta mediatica, per il 68% degli intervistati c’è la possibilità di poter ascoltare in modalità multitasking, ovvero mentre si fa altro. Apprezzata anche l’opportunità di poter scegliere le news da ascoltare o gli argomenti da approfondire (44%), senza dover affaticare la vista (35%).

Anche quest’anno, poi, la casa si conferma il luogo preferito per l’ascolto (72%), seguita dall’ascolto durante gli spostamenti (59%), soprattutto in macchina (36%), sui mezzi pubblici e camminando per strada (24%).
Ma il momento migliore per ‘un podcast’ è quando si rientra dal lavoro, o prima di dormire, e nel weekend.

Sul podio approfondimento, informazione, inchiesta 

Quest’anno a crescere, tuttavia, non è solo il numero degli ascoltatori, ma anche il tempo dedicato all’ascolto di podcast.
In media, una sessione di ascolto dura quasi 25 minuti, 4 minuti in più rispetto allo scorso anno, e mediamente i podcast vengono ascoltati quasi 5 volte al mese.
Per il 48% del campione l’ascolto dei podcast è un appuntamento settimanale, mentre per l’11% è un’ abitudine quotidiana.

Se, invece, si guarda al tipo di contenuti, sono i podcast di approfondimento (47%) a primeggiare, seguiti sul podio da informazione (45%) e inchiesta (36%). Attrattivi anche l’intrattenimento (34%) e true-crime (29%).

Si sceglie in base all’argomento, il narratore e l’autore

Se i principali veicoli di informazione per i podcast da ascoltare restano i social, compreso WhatsApp, e il passaparola, aumenta l’impatto dei siti degli editori per scoprire nuovi contenuti (34%). Rilevanti per la scelta finale sono tema (75%), narratore (53%) e autore (51%).
In generale informarsi, scoprire nuovi contenuti e approfondire argomenti specifici rimangono i principali motivi che guidano l’ascolto. Tra le barriere, invece, diminuisce la difficoltà nella ricerca (8% dal 21%).

Sebbene i podcast vantino un buon livello di fedeltà, riporta Askanews, attualmente chi li abbandona lo fa perché li trova noiosi. Tra le ragioni di chi invece non ascolta affatto podcast emergono la preferenza di altre modalità di informazione/intrattenimento (62%), la non conoscenza del mezzo (24%) e il non trovare titoli di proprio interesse (8%).

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