Nome dell'autore: Marina Lo Cerchio

Sostenibilità: gli italiani vogliono più aree verdi nelle città

Per l’87% degli italiani è importante avere un’area verde vicino al luogo in cui si vive o si lavora. Le aree verdi non sono solo elementi centrali dell’identità e del benessere urbano, o luoghi di svago e relax a contatto con la natura per evadere dalla frenesia dei centri abitati. Sono anche strategiche per mitigare la temperatura e gli eventi climatici estremi (82%).

Per questo motivo, l’83% degli italiani ritiene prioritario l’aumento delle superfici verdi all’interno delle città. Soprattutto a Palermo (94%), Bari (93%) e Genova (91%).
Viceversa, Roma, Bologna e Firenze (80%), Milano (78%) e Torino (75%) registrano consensi inferiori per l’incremento delle aree verdi. Lo certifica il Pulsee Luce e Gas Index, sviluppato da Pulsee Luce e Gas insieme a NielsenIQ.

Spazi fondamentali per il benessere personale

Il 90% degli italiani ritiene le aree verdi fondamentali per il proprio benessere, con ricadute dirette sulla qualità della vita.
Tra i benefici maggiori figurano la riduzione dello stress e il miglioramento dell’umore (65%), la possibilità di respirare aria meno inquinata (54%) e di avere un rapporto più stretto con la natura (50%).
Dal punto di vista dell’utilizzo degli spazi, l’attività principale è passeggiare (83%), seguito dalla lettura (24%), attività sociali (10%) e sport (17%).

Quasi la metà degli intervistati frequenta le aree verdi da solo, oppure in modo conviviale, specialmente insieme al partner (43%), amici (35%) e figli (23%).
Dalla ricerca emergono poi anche i margini di miglioramento nella gestione del verde urbano, da tenere in considerazione per consentirne una fruizione piacevole e di qualità per i cittadini.

Aspetti da migliorare: pulizia, manutenzione, illuminazione notturna

Tra gli aspetti su cui lavorare con più attenzione, emergono la pulizia (41%), la manutenzione (40%), l’illuminazione notturna (39%) e la sicurezza (35%). Anche se per il 41% degli italiani la mancanza di tempo libero costituisce il principale ostacolo a una maggiore frequentazione delle aree verdi.
Il desiderio di maggiori spazi dedicati alla natura si accompagna poi a una crescente curiosità per il mondo vegetale.

Il 48% del campione afferma infatti di avere poche conoscenze sulle piante e sul loro ruolo negli ecosistemi urbani, ma il 57% si dichiara aperto a incrementare le proprie competenze botaniche tramite cartelli informativi, applicazioni specifiche (21%) e guide/visite organizzate (10%).

L’importanza dei programmi di riqualificazione

La conoscenza dei programmi di riqualificazione delle aree verdi però è limitata (21%), nonostante vengano considerati importanti per migliorare la reputazione dell’amministrazione e la percezione di una città (87%).
In ogni caso, per l’85% degli italiani le aree verdi sono parte integrante dell’identità cittadina e, per il futuro, ci si aspetta non solo un loro aumento (28%), ma anche più sorveglianza (22%), e un miglioramento delle caratteristiche sostenibili a esse associate (16%).

In particolare, un utilizzo più efficiente delle risorse idriche e l’impiego di fonti rinnovabili, ad esempio, per l’illuminazione.
Senza dimenticare la centralità degli spazi green per rendere i contesti urbani ed extraurbani facilitatori nel raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione.

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Diversity, equity, inclusion: come comunicare l’impegno?

Le imprese hanno compreso che la valorizzazione delle differenze non è solo una questione etica, ma rappresenta un significativo vantaggio competitivo.
Il tema della Diversity, Equity & Inclusion (DE&I) ha assunto progressivamente un ruolo centrale nelle strategie aziendali, ma nonostante questa consapevolezza molte aziende continuano a interrogarsi sull’opportunità di comunicare esternamente le proprie iniziative in ambito DE&I, prediligendo una comunicazione interna delle stesse.

All’opposto, alcuni brand hanno deciso di schierarsi apertamente nella promozione dei principi DE&I, ottenendo una risposta incerta e non pienamente efficace da parte del pubblico. Come uscire da questa impasse?

Parità di genere

Uno dei temi che rientrano nell’ambito delle politiche DE&I è la parità di genere.
Secondo una ricerca di Eumetra, oltre a essere richiesto dalle persone (62% donne, 39% uomini), l’impegno delle imprese nell’affrontare la parità di genere contribuisce positivamente a migliorare la reputazione aziendale (40% donne, 29% uomini).

Le motivazioni per cui le imprese dovrebbero parlare di parità di genere? Favorire un ambiente più inclusivo e collaborativo, incrementare il benessere e coinvolgimento dei dipendenti, esprimere l’impegno a favore della collettività, attrarre le nuove generazioni.
Tutto ciò si traduce anche in benefici economici, perché un ambiente più equo e motivante aumenta la produttività, riduce il turnover, attira talenti e investitori, rafforza la fidelizzazione e il vantaggio competitivo.

Un potente strumento per rafforzare la reputazione aziendale

Tuttavia, comunicare male o in modo incoerente provoca la percezione che si tratti solo di una moda o di social washing, mettendo a rischio la credibilità e l’autenticità dell’impegno dichiarato.
Inoltre, oggi in generale le persone si sentono poco rappresentate dalla pubblicità, sia in termini di genere sia di età. Solo 1 persona su 5 ritiene che le pubblicità rappresentino il proprio genere.

E il quadro peggiora in riferimento alle generazioni: Gen Z e Boomer sono le generazioni che si riconoscono meno nella comunicazione pubblicitaria dei brand, forse perché la comunicazione pubblicitaria in molti settori fa ancora largo uso di luoghi comuni.
Al contrario, le campagne che evitano stereotipi ispirano maggiore fiducia nel marchio. Lo sostiene il 66% degli intervistati, soprattutto donne e appartenenti alla Gen Z.

Valutare la strategia di comunicazione in ottica CSR compliant

Per valutare le campagne di comunicazione in ambito DE&I, Eumetra ha sviluppato una metodologia basata su dati relativi al rapporto tra consumatori e imprese nei temi della Corporate Social Responsibility (CSR) che identifica gli asset più rilevanti e le aree di miglioramento.

La misura di quanto il brand stia agendo in modo efficace e di come migliorare la propria strategia di comunicazione DE&I è fornita dall’applicazione della metodologia Eumetra, che consente di verificare la coerenza tra dichiarazioni e azioni, rafforzando l’autenticità del messaggio e l’impatto della comunicazione.
Attraverso questa valutazione, le aziende possono comprendere quanto il loro brand sia percepito come inclusivo, quali elementi migliorare, e quali risultati aspettarsi da una strategia di comunicazione più inclusiva ed efficace.

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Instagram testa il pulsante “Non mi piace” per i commenti

Instagram ha annunciato l’introduzione di una nuova funzione che potrebbe cambiare il modo in cui gli utenti interagiscono con i contenuti della piattaforma. Adam Mosseri, responsabile di Instagram, ha comunicato attraverso un post su Threads l’avvio della sperimentazione di un pulsante “Non mi piace” dedicato ai commenti.

Obiettivo: migliorare le interazioni

Il nuovo pulsante consentirà agli utenti di segnalare in modo anonimo i commenti che ritengono offensivi, fuori contesto o semplicemente indesiderati. Questa funzione nasce con un duplice obiettivo: offrire agli utenti un’opzione per esprimere il proprio disaccordo senza esporsi pubblicamente e fornire a Instagram dati utili per identificare eventuali interazioni problematiche.

Secondo quanto dichiarato da Mosseri, riferisce Adnkronos, i feedback raccolti attraverso questo strumento potrebbero essere utilizzati per riorganizzare l’ordine dei commenti sotto i post. I commenti che ricevono un numero elevato di segnalazioni potrebbero essere spostati più in basso, riducendo così la loro visibilità e promuovendo conversazioni più rispettose e costruttive.

Un test su scala ridotta

Al momento, la funzione è in fase di test e viene sperimentata su un numero limitato di utenti. Mosseri ha chiarito che si tratta di una prova iniziale e che il pulsante “Non mi piace” non mostrerà pubblicamente il numero di segnalazioni ricevute. Inoltre, l’identità di chi utilizza questa opzione resterà riservata, garantendo così un sistema di segnalazione sicuro e anonimo.

“Stiamo conducendo un test per introdurre un nuovo pulsante accanto ai commenti su Instagram. Questo permetterà agli utenti di indicare, in modo privato, il proprio disaccordo su determinati commenti. Per ora, non ci sarà alcuna visualizzazione pubblica delle segnalazioni ricevute e l’identità degli utenti che utilizzano questa funzione rimarrà anonima. In futuro, potremmo sfruttare questi dati per modificare l’ordine dei commenti, penalizzando quelli meno apprezzati e favorendo un ambiente di interazione più positivo e rispettoso”, ha spiegato Mosseri.

Si punta alla qualità dei commenti

Con questa novità, Instagram si allinea alla crescente attenzione delle piattaforme social nei confronti del benessere degli utenti e della qualità delle interazioni online. Se il test darà esiti positivi, la funzione potrebbe essere estesa a un pubblico più ampio, con lo scopo di creare uno spazio più sicuro e accogliente per tutti gli iscritti.

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Digitale più sostenibilità: per l’economia italiana è una sinergia strategica 

L’innovazione digitale è una leva cruciale per la sostenibilità in Italia, con impatti su economia, imprese e società. L’Unione Europea ha promosso misure per integrare i due ambiti, ma le strategie tendono a trattarli separatamente.

Una recente analisi mostra che solo il 13% delle politiche sostenibili include il digitale come elemento chiave, mentre il 90% delle strategie digitali riconosce la sostenibilità, ma con un focus più sugli aspetti sociali e di governance piuttosto che ambientali.

Grandi aziende e PMI: approcci molto diversi

Le grandi imprese italiane sono attive sia nel digitale sia nella sostenibilità: l’84%, infatti, investe in entrambi i settori. Però solo il 33% delle imprese li integra sistematicamente e solo il 25% adotta criteri di sostenibilità nella digitalizzazione. Inoltre, mentre quasi tutte le aziende hanno un responsabile IT (98%) e della sostenibilità (83%), solo il 10% dispone di un Digital Sustainability Officer per unire le due funzioni.

Le PMI, invece, incontrano maggiori difficoltà: solo il 53% investe nel digitale e il 42% nella sostenibilità, spesso per via dei costi elevati e della mancanza di risorse dedicate. L’integrazione tra digitale e sostenibilità è ancora più rara: appena l’8% usa il digitale per obiettivi sostenibili e il 6% adotta la sostenibilità come guida per l’innovazione tecnologica. Inoltre, il 63% delle PMI non ha un referente per la sostenibilità.

Il ruolo del digitale nell progresso sostenibile

Il digitale offre strumenti potenti per ridurre l’impatto ambientale: l’agricoltura di precisione ottimizza l’uso di risorse, il lavoro da remoto può ridurre fino a 60 kg di CO₂ per lavoratore all’anno, e il cloud computing aiuta a gestire i dati in modo più efficiente. Tuttavia, ci sono anche criticità, come l’alto consumo energetico dei data center.

Sul piano sociale, il digitale può migliorare il benessere lavorativo, ma se mal gestito può causare tecnostress e sovraccarico. Sul fronte della governance, invece, garantisce maggiore trasparenza e tracciabilità nei processi produttivi, riducendo i rischi operativi.

Una necessità per il futuro

Durante il convegno “Digitale e Sostenibilità”, organizzato dal Politecnico di Milano e Assolombarda, è emerso che le imprese dovrebbero integrare sostenibilità e digitalizzazione con una strategia chiara e promuovere formazione e consapevolezza per massimizzare le opportunità. Inoltre, le imprese dovrebbero sperimentare nuove tecnologie, anche nei settori tradizionali e utilizzare l’IA, l’IoT e il cloud per ottimizzare processi e ridurre impatti ambientali.

Secondo Stefano Rebattoni (Assolombarda), la digitalizzazione non è solo un vantaggio competitivo, ma una necessità per il futuro. Sempre più aziende stanno investendo in tecnologie digitali con una visione sostenibile, non solo per il ritorno economico, ma per costruire un modello di sviluppo responsabile e innovativo. 

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Emergenza casa: un problema per 10 milioni di famiglie

Acquistare un’abitazione nelle principali città italiane è diventato impossibile per circa 10 milioni di famiglie con un reddito inferiore ai 24.000 euro annui. A evidenziarlo è il rapporto congiunturale dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (Ance), che lancia l’allarme sull’accessibilità abitativa. Secondo l’analisi, la spesa per il mutuo può arrivare a incidere fino al 50% del reddito disponibile e, per le fasce meno abbienti, persino oltre i due terzi.

Le città con il più alto livello di inaccessibilità sono Milano, seguita da Roma e Firenze. Qui i prezzi delle case sono fuori portata per la maggior parte delle famiglie a reddito medio-basso, rendendo l’acquisto di un immobile un obiettivo sempre più irraggiungibile.

Affitti alle stelle

Se l’acquisto è proibitivo, anche il mercato degli affitti non offre alternative migliori. Secondo il rapporto Ance, il costo medio di un canone nelle grandi città può superare il 40-50% del reddito di una famiglia, percentuale che sale ancora di più per i nuclei con minori disponibilità economiche. Ancora una volta, Milano, Roma e Firenze risultano le città più costose per chi cerca una locazione.

Ovviamente questa situazione ha un forte impatto sociale, come sottolinea Federica Brancaccio, presidente di Ance: “È evidente che la difficoltà di accesso alla casa non solo compromette la qualità della vita delle persone, ma limita anche la mobilità lavorativa e la crescita economica. Ne risentono studenti, giovani lavoratori e famiglie, creando un circolo vizioso che ostacola lo sviluppo del Paese”.

Proposte per un rilancio dell’accessibilità abitativa

Per affrontare il problema, Ance e Confindustria hanno avanzato una serie di proposte basate su tre direttrici fondamentali. Innanzitutto servirebbe una riforma urbanistica per una semplificazione delle norme che regolano l’edilizia e la pianificazione territoriale. In secondo luogo sono auspicabili incentivi fiscali, destinati alle imprese che contribuiscono a sostenere i costi abitativi dei propri dipendenti.
Infine, strumenti finanziari innovativi, che permettano di convogliare capitali pubblici e privati verso progetti di edilizia residenziale di pubblica utilità, riducendo i rischi per gli investitori.

Il settore delle costruzioni oltre il 2026

Oltre all’emergenza abitativa, Ance solleva preoccupazioni anche sul futuro del settore delle costruzioni. Con la conclusione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) prevista per il 2026, il comparto rischia una nuova recessione simile a quella del 2011.

Secondo le stime dell’Osservatorio, il PNRR rappresenta oggi circa il 30% del totale degli investimenti in opere pubbliche, per un valore di circa 30 miliardi di euro. Senza misure correttive, il rischio è che, a partire dal 2028, si assista a un brusco rallentamento dell’attività edilizia, con effetti negativi sull’occupazione e sull’innovazione nel settore.
Ance avverte che il Paese non può permettersi di interrompere il processo di modernizzazione avviato con i fondi europei. La sfida, dunque, sarà quella di garantire una transizione graduale oltre il PNRR, evitando che il settore delle costruzioni cada nuovamente in una fase di crisi strutturale.

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Data Center: l’Italia raddoppia gli investimenti, da 5 a oltre 10 miliardi

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano: il 2024 si può definire l’anno della definitiva presa di coscienza in Italia sull’importanza delle infrastrutture Data Center.

Se nel biennio 2023-2024 sono già stati spesi 5 miliardi di euro per la costruzione, l’approntamento e il riempimento di server IT di nuove infrastrutture Data Center, ulteriori 10,1 miliardi sono previsti per il biennio 2025-2026.
I Data Center attualmente attivi nel nostro Paese occupano un’area totale di 333.341mq (+15% vs 2023), e le nuove aperture hanno consentito di raggiungere una potenza energetica di 513 MW IT (+17% rispetto al 2023).

Il ruolo centrale di Milano con 238 MW IT totali

Dal punto di vista geografico, la Lombardia detiene 318 MW IT, con un ruolo centrale occupato dalla città di Milano, che possiede 238 MW IT totali (+34%). Numeri decisamente interessanti, ancora distanti da Londra (1.065 MW IT) o Francoforte (867 MW IT), ma che posizionano il capoluogo lombardo in vantaggio rispetto ad altri mercati emergenti, di cui il principale è Madrid (172 MW IT).

La crescita delle infrastrutture a livello nazionale è spinta in modo significativo dai Data Center ad Alta Potenza (>10 MW IT), che necessitano l’allacciamento alle reti di alta tensione per il loro funzionamento, e che occupano il 37% della potenza energetica IT totale. Queste infrastrutture sono concentrate per il 70% nell’area milanese e rivestono il ruolo di assolute protagoniste negli annunci di nuove aperture.

L’AI richiede più densità di potenza

Parallelamente, inizia a emergere una tendenza di aumento della densità di potenza nelle singole infrastrutture, con richieste di armadi rack sempre più performanti, soprattutto a causa dell’accelerazione del mercato dell’AI, che influenzerà la progettazione e l’operatività dei nuovi Data Center.

Un ruolo centrale viene ricoperto dai campus Data Center, la via principale per la progettazione e la costruzione delle infrastrutture, e che detengono il 44% della potenza energetica IT nominale attiva.
Sono costruzioni decisamente estese, che necessitano di collegamenti ad alta tensione. Spesso, osservate con grande attenzione dai Cloud Provider, con l’obiettivo di accordi strategici con i ‘colocator’ per offrire i propri servizi digitali sul territorio italiano.

Il problema della sfida energetica 

“Lo sviluppo di infrastrutture di potenza sempre maggiore solleva tuttavia interrogativi riguardo il loro approvvigionamento energetico e la sostenibilità della rete elettrica italiana – dichiara Marina Natalucci, Direttrice dell’Osservatorio -. Il problema energetico si aggiunge a quello del prezzo dell’energia, attualmente ben al di sopra della media europea e circa il doppio dell’equivalente spagnolo, dove il governo ha fortemente incentivato lo sviluppo di impianti per la produzione di energie rinnovabili. L’energia è un elemento critico per il funzionamento dei Data Center e la situazione italiana potrebbe generare uno spostamento dell’attenzione degli investitori verso altri mercati emergenti”.

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AI: quali saranno le sfide nel 2025?

I governi di tutto il mondo stanno cercando di trovare un equilibrio tra innovazione, equità sociale e sicurezza, ma il percorso è ancora lungo. La capacità di rispondere in modo efficace alle sfide dell’AI dipenderà dalla cooperazione globale e dalla volontà politica di investire in un futuro più inclusivo.
ONU e OCSE stanno lavorando per creare standard comuni per l’adozione dell’AI su scala mondiale. Nel 2024, il Forum Globale sull’AI ha riunito leader mondiali per discutere sulla governance algoritmica e la giustizia sociale.

Le implicazioni dell’AI vanno infatti ben oltre il mondo del lavoro, e un aspetto centrale è lo sviluppo di regolamentazioni per garantirne un uso etico e responsabile.
L’Unione Europea, ad esempio, ha introdotto l’AI Act, un quadro normativo che classifica le applicazioni in base al rischio, imponendo requisiti più stringenti per settori sensibili come Sanità e Finanza.

Regolamentare per garantire un’etica inclusiva

Questo approccio mira a bilanciare l’innovazione con la tutela dei diritti umani, inclusa la privacy e la non-discriminazione.
Negli Stati Uniti la Blueprint for an AI Bill of Rights propone principi per proteggere i cittadini dall’uso improprio dell’AI, come l’uso discriminatorio negli algoritmi di assunzione. Cina e India, invece, stanno adottando modalità centralizzate di regolamentazione, puntando al controllo delle tecnologie e alla protezione dei dati dei cittadini.

D’altronde, l’automazione sta rimpiazzando mansioni ripetitive in settori come produzione, logistica e servizio clienti. E i governi investono in programmi di riqualificazione e formazione per aiutare i lavoratori ad adattarsi

Riqualificazione della forza lavoro e reddito universale

In Germania sono stati stanziati fondi per il programma ‘Skills for the Future’, che fornisce corsi di formazione per le competenze digitali avanzate, in Giappone l’iniziativa ‘Society 5.0’ punta a integrare tecnologie avanzate nei settori economici e sociali, accompagnando la trasformazione con programmi educativi mirati. E in India il programma ‘Digital India’ mira a formare giovani e professionisti con l’obiettivo di creare una forza lavoro altamente qualificata.

Ma le implicazioni sociali dell’AI richiedono un ripensamento dei sistemi di welfare e delle tutele lavorative. I governi stanno considerando strumenti come il reddito universale e nuove normative per garantire la sicurezza economica dei lavoratori

Tutela dei lavoratori e massicci investimenti

Finlandia e Canada hanno sperimentato programmi pilota di reddito universale per valutare la possibilità di offrire un sostegno finanziario stabile a chi perde il lavoro a causa dell’automazione. E in Francia si ‘ritocca’ il diritto del lavoro per includere regolamentazioni sull’uso di algoritmi nelle decisioni di assunzione e licenziamento.

Ma oltre ai rischi, molti governi vedono l’AI come una leva per la crescita economica e la competitività internazionale.
Per questo stanno investendo in infrastrutture e progetti di ricerca, riferisce Agi. Negli USA, il CHIPS and Science Act del 2022 continua a dedicare fondi alla ricerca e alla costruzione di supercomputer avanzati. In Cina massicci investimenti sono destinati a start-up tecnologiche e infrastrutture di calcolo, mentre i programmi europei Horizon Europe dedicano miliardi di euro allo sviluppo dell’AI sostenibile e inclusiva.

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Usb-C: nell’UE lo standard universale diventa obbligatorio

Inizia una nuova era per la ricarica dei device. Dal 28 dicembre 2024, tutti i dispositivi elettronici portatili venduti nell’Unione Europea dovranno essere dotati di una porta Usb-C per la ricarica. Questa rivoluzione interesserà smartphone, tablet, fotocamere digitali, cuffie, auricolari, console per videogiochi, altoparlanti portatili, e-reader, tastiere, mouse e navigatori portatili.

L’obbligo, riferisce Agi, si estenderà ai computer portatili a partire dal 28 aprile 2026, completando l’adozione di uno standard comune.

Obiettivi di sostenibilità e praticità 

La normativa, approvata nel 2022, rappresenta un passo decisivo verso la riduzione dei rifiuti elettronici e la semplificazione per i consumatori. Con un unico caricabatterie compatibile per dispositivi di piccole e medie dimensioni che supportano fino a 100 Watt di potenza, l’iniziativa mira a diminuire gli sprechi e a incentivare pratiche più sostenibili.

Inoltre, tutti i dispositivi con ricarica rapida offriranno una velocità standardizzata, eliminando le disparità tra modelli.

Informazioni più chiare per i consumatori 

Per agevolare gli utenti, i dispositivi saranno accompagnati da etichette che specificheranno le caratteristiche di ricarica, permettendo di verificare facilmente la compatibilità con i caricabatterie già in possesso.

La maggiore trasparenza consentirà inoltre agli acquirenti di scegliere consapevolmente se acquistare o meno un caricabatterie aggiuntivo, promuovendo il riutilizzo.

Vantaggi economici per 250 milioni di euro l’anno 

Grazie a questa iniziativa, i consumatori europei potrebbero risparmiare fino a 250 milioni di euro all’anno, evitando acquisti inutili di caricabatterie. Attualmente, si stima che circa 11.000 tonnellate di rifiuti elettronici ogni anno provengano da caricabatterie smaltiti o inutilizzati. La nuova regolamentazione punta a ridurre significativamente questa cifra, contribuendo a una gestione più responsabile delle risorse.

L’impatto sul mercato 

Uno degli effetti più evidenti della normativa è la graduale scomparsa della porta Lightning di Apple, sostituita dalla Usb-C sugli ultimi modelli di iPhone 15. Anche i MacBook, già compatibili con Usb-C, sono in linea con le nuove disposizioni. Questo cambiamento segna un punto di svolta nella standardizzazione tecnologica, con vantaggi tangibili per produttori e consumatori. Con questa iniziativa, l’Unione Europea rafforza il suo ruolo di leader nelle politiche di sostenibilità, promuovendo innovazioni che combinano praticità ed ecologia.

L’adozione della Usb-C rappresenta non solo un passo avanti per la tecnologia, ma anche un esempio di come le normative possano guidare verso un futuro più sostenibile e responsabile.

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Come si cerca, si compra e si vende nell’era digitale?

Oggi la fase iniziale del processo di acquisto avviene principalmente online. Il Global Consumer Insights Pulse Survey June 2023 conferma questa tendenza. Prima di effettuare un acquisto i consumatori, soprattutto i membri della Generazione Z, consultano i motori di ricerca (54%), cercano su Amazon ( 35%), visitano il sito web dell’azienda (34%), si rivolgono ai social media (31%) o interrogano un sito di comparazione prezzi (29%).

Questo fa sì che oggi i clienti siano sempre più informati ed esigenti, proprio perché si documentano autonomamente prima di entrare in contatto diretto con le aziende. Che sebbene dispongano di una vasta gamma di strumenti digitali per interagire con la clientela, devono affrontare un mercato ogni giorno più competitivo.

La morte del “porta a porta”

In questo scenario, l’approccio di vendita  ‘porta a porta’ è ormai un lontano ricordo. 

“Le aziende oggi non possono limitarsi a presentare un prodotto o un servizio – afferma Alberto Frisoni, ceo di Sales Process Italia -. Devono saper interagire con il cliente, offrire soluzioni su misura e guidarlo in un percorso d’acquisto, che rispetto al passato, è molto più dinamico e complesso. Le tecnologie digitali, inoltre, hanno trasformato il processo di vendita in un’esperienza interattiva che si sviluppa su più canali, dai motori di ricerca ai social network. Ciò impone una preparazione solida e una strategia mirata”.

La tecnologia semplifica il processo di vendita. O no?

Il processo di vendita di un’azienda si articola in diverse fasi, che vanno dalla generazione dei potenziali clienti alla chiusura del contratto, passando per la qualificazione e la personalizzazione dell’offerta.
Tuttavia, nell’odierno panorama competitivo, un processo di vendita ben definito aiuta a migliorare le conversioni e a garantire un’sperienza positiva e coerente per ogni cliente.

Non si tratta più di una semplice sequenza di azioni, ma di un sistema preciso e integrato che guida l’azienda e il cliente lungo tutto il percorso d’acquisto. Creare un processo di vendita scalabile e ripetibile può essere difficile, soprattutto perché ogni azienda, team di vendita e pubblico di destinazione è unico.

Con la conclusione di un affare inizia la relazione col cliente

Raccogliere nuovi contatti all’inizio del processo di vendita è una fase fondamentale per l’azienda, che quotidianamente utilizza strumenti come Facebook, Instagram, YouTube, Google e LinkedIn, insieme alla pubblicità per attrarre nuovi potenziali clienti.
Verificare se il potenziale cliente è adatto all’offerta dell’azienda, e se è pronto per proseguire nel percorso di vendita, è la seconda fase del processo, a cui segue la raccolta di informazioni sul cliente da parte del team di vendita. 

Utilizzando strumenti digitali, riporta Quotidiano.net, l’azienda effettua una presentazione/dimostrazione del prodotto/servizio. Durante la trattativa finale, il cliente potrebbe sollevare alcuni dubbi a cui l’azienda deve saper rispondere efficacemente. Nella fase finale si conclude l’accordo. Ma anche dopo la chiusura, è importante mantenere una relazione con il cliente per favorirne la fidelizzazione.

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L’innovazione digitale e le imprese italiane: partnership, investimenti e opportunità

Per le imprese italiane l’innovazione digitale è una priorità, con segnali di crescita e nuove modalità di collaborazione. Nonostante il contesto economico incerto, i budget ICT per il 2025 cresceranno dell’1,5%, sostenendo la competitività delle aziende. Le piccole e medie imprese mostrano l’incremento più significativo, rispettivamente del +3,7% e +4%, mentre le grandi aziende mantengono una crescita più moderata.

Le aree di investimento: intelligenza artificiale in pole position

Per le grandi imprese, la spesa digitale si concentra su soluzioni di cybersecurity (57%) e business intelligence. Al terzo posto si colloca l’intelligenza artificiale, con il 43% delle aziende che pianificano investimenti in questa tecnologia, seguita dalla generative AI (39%). Per le PMI, invece, i focus principali sono cybersecurity (31%), cloud (25%) e applicazioni di Industria 4.0 (24%).

Nonostante l’importanza strategica del digitale, solo l’8% delle imprese ha sviluppato metriche consolidate per valutarne l’impatto, concentrandosi prevalentemente su risultati economici di breve periodo. Manca una visione che includa effetti su competenze, cultura aziendale e agilità organizzativa nel lungo termine.

L’open innovation: collaborazioni e partnership

L’open innovation è ormai pratica comune per l’88% delle grandi aziende italiane, tanto da raggiungere il 98% nelle realtà con oltre 1.000 dipendenti. Tra le PMI, invece, solo il 31% adotta queste iniziative. Le modalità più diffuse sono collaborazioni con università e centri di ricerca (72%), lo scouting di startup (59%) e hackathon (30%). Sul fronte outbound, guadagnano terreno strategie come piattaforme digitali (22%) e joint-venture (21%).

Il 48% delle grandi aziende ha collaborato con startup per almeno tre anni, impiegandole come fornitori o partner per lo sviluppo congiunto di prodotti e servizi. Tuttavia, solo l’8% delle PMI si apre a queste collaborazioni, segnalando una resistenza che limita le opportunità di innovazione.

Innovazione e sostenibilità: un binomio che funziona

L’integrazione tra innovazione e sostenibilità è sempre più evidente. Il 56% delle aziende collabora con università per promuovere progetti sostenibili, mentre il 46% lavora con startup per sviluppare soluzioni a basso impatto ambientale. Questa sinergia evidenzia come le imprese stiano cercando di coniugare la competitività con una maggiore responsabilità sociale.

Nuovi modelli organizzativi

Le principali difficoltà per le aziende riguardano l’integrazione dell’innovazione nei processi di business (45%) e il coinvolgimento della popolazione aziendale (38%). Per superare questi ostacoli, alcune imprese stanno adottando strategie di corporate entrepreneurship, promuovendo percorsi formativi e pratici per diffondere competenze innovative. Tuttavia, la formazione richiede un accompagnamento con iniziative concrete per essere davvero efficace.

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