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Mutuo, bollette e tasse: quanto costa vivere in una casa di proprietà?

Nel 2025 mantenere una casa in Italia costa, in media, 1.298 euro al mese. Una bella cifra. A rivelarlo è uno studio condotto da Facile.it e Mutui.it su dieci grandi città italiane, prendendo in considerazione spese come mutuo, bollette, condominio, manutenzione ordinaria, Tari e consumi idrici.

Il quadro che emerge mostra un’Italia a due velocità: vivere al Nord è decisamente più costoso rispetto al Sud e alle Isole, con una differenza media del 47%.

Milano la più cara, Palermo la più economica

Milano si posiziona saldamente al primo posto di questa classifica: per una casa di 100 metri quadri in zona semicentrale si spendono oltre 24.000 euro all’anno. Seguono poi Roma, con una spesa media annua di 21.000 euro, e Firenze. All’opposto, Palermo si conferma la più conveniente: qui bastano circa 8.500 euro all’anno per le stesse necessità abitative.

L’analisi si basa su una simulazione di acquisto immobiliare con mutuo a tasso fisso del 3,3% per 25 anni, e su valori immobiliari medi rilevati dall’Agenzia delle Entrate (OMI). Le città campione esaminate sono Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo e Cagliari.

Il mutuo pesa fino all’86% del budget mensile

La rata del mutuo incide pesantemente sul bilancio familiare, rappresentando fino all’86% delle uscite mensili dedicate alla casa. A Milano, per esempio, il costo medio per l’acquisto di un’abitazione da 100 mq in zona semicentrale è di 465.000 euro, con una rata mensile che supera i 1.700 euro. A

Roma si arriva a 1.500 euro, mentre al Sud la situazione è più sostenibile: a Palermo bastano 489 euro al mese, a Bari circa 619.

Bollette e spese varie: Nord, quanto mi costi… 

Oltre al mutuo, hanno una rilevanza importante anche le utenze e la manutenzione. Le città settentrionali richiedono il 29% di budget in più rispetto a quelle del Centro e il 48% in più rispetto al Sud. Milano, ancora una volta, svetta per i costi con quasi 300 euro al mese tra luce, gas, acqua e condominio. Seguono Torino e Genova.

Le città più economiche? Cagliari (175 euro), Palermo (190 euro) e Bari (195 euro), favorite anche da un clima più mite.

Il Sud paga di più la Tari

Sorpresa finale per quanto riguarda la tassa sui rifiuti: al contrario delle altre spese, è il Sud a sostenere i costi maggiori. Genova è l’eccezione: qui la Tari tocca i 501 euro l’anno, seguita da Napoli (482 euro), Cagliari (465) e Bari (426). Bologna, invece, è la città con l’imposta più leggera: appena 287 euro.

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Smart City, un mercato da 1,05 miliardi. Il 42% dei comuni ha avviato progetti

Dai risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano emerge come le Smart City stiano progressivamente diventando imprescindibili nelle agende delle amministrazioni locali italiane. Tanto che il 42% dei comuni ha avviato progetti nel 2024 e il 91% vuole farlo nei prossimi due anni.
Le aree principali di investimento riguardano l’Illuminazione pubblica (circa 240 milioni di euro, 23% del totale) e la Mobilità intelligente (circa 215 milioni di euro, 20% del totale).

Ma tra le iniziative più diffuse, con investimenti minori, rientrano anche progetti di sicurezza e sorveglianza, adottati dal 27% dei comuni nel biennio 2023-24, e Comunità Energetiche Rinnovabili (27%).
In generale, nel 2024 il mercato italiano delle Smart City ha raggiunto 1,05 miliardi di euro, con una crescita del +5%, ma inferiore alla media europea (+9%).

Opportunità concreta per coniugare sostenibilità e tecnologia

Le Smart City si stanno affermando come opportunità concreta per coniugare tecnologia e sostenibilità, utilizzando l’innovazione per perseguire obiettivi ambientali, economici e sociali.
Nelle sfide del cambiamento climatico, la sostenibilità è una priorità trasversale per le città intelligenti, ma mancano approcci strutturati e regole condivise che consentano una rendicontazione efficace e una valutazione solida dell’impatto generati, anche sul piano economico e sociale.

Per quanto riguarda la sostenibilità sociale, metà degli italiani valuta il comune di residenza ‘insufficiente’ sotto il profilo dell’inclusività, dell’accessibilità dei servizi pubblici offerti e del dinamismo economico-sociale.

La barriera principale è la carenza di personale

Più di un comune italiano su tre (37%) ritiene le partnership tra pubblico e privato (PPP) molto utili per realizzare progetti Smart City, ma per ora le partnership ‘miste’ sono adottate solo da meno di un comune su 6 (16%).

Quanto all’innovazione, l’Intelligenza artificiale è conosciuta dal 92% dei cittadini, favorevoli al suo uso in città per la sicurezza pubblica, il monitoraggio delle emergenze e la gestione dei guasti alle infrastrutture.
Ma anche in questo caso, a oggi solo il 4% dei Comuni adotta l’AI nei progetti smart, mentre il 35% la vuole sfruttare entro 2 anni.
In generale, la principale barriera ai progetti Smart City è la carenza di personale, per il 71% dei comuni italiani, e quindi anche di competenze interne, soprattutto per gestire l’innovazione e per coinvolgere la cittadinanza.

“È fondamentale coinvolgere attivamente i cittadini”

“Nell’ultimo anno il mercato della Smart City è aumentato, ma a ritmi più contenuti rispetto agli anni precedenti, confermando un trend di crescita solido, nonostante un contesto incerto – spiega Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio Smart City -. Tuttavia, la frammentazione amministrativa, la carenza di competenze e la dipendenza da finanziamenti straordinari continuano a ostacolare l’efficacia delle strategie integrate. Le città italiane sono chiamate a rafforzare le proprie capacità organizzative, sviluppando strumenti operativi e una visione strategica a lungo termine. In particolare, è fondamentale coinvolgere attivamente i cittadini, promuovendo fiducia, trasparenza e partecipazione”.

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Informazione: dal 2023 Internet supera TV, ma gli italiani si fidano poco

Lo evidenzia la prima edizione dell’Osservatorio Agcom sul sistema dell’informazione: se dal 2023 Internet supera la televisione, e diviene il principale mezzo di informazione degli italiani, circa il 30% degli italiani nutre una bassa fiducia nelle notizie provenienti dai social network o dalle piattaforme di condivisione video.
In pratica, circa un quarto dei cittadini dichiara di informarsi tramite le versioni digitali dei mezzi editoriali tradizionali, sebbene la fiducia nei mezzi digitali sia  minore rispetto ai media tradizionali. 

Social media, motori di ricerca e siti web/app di quotidiani e periodici sono comunque le principali porte di accesso all’informazione. Oggi, solo il 13,3% degli italiani si informa tramite la radio, mentre i quotidiani in formato cartaceo proseguono nella dinamica di riduzione. Nel 2024 li legge poco più del 17%.

I giovani cliccano, gli over 65 commentano

Tra i più giovani è prevalente la propensione a utilizzare solo Internet per informarsi: in rete, la visione di video e l’ascolto di notizie si affianca alla tradizionale lettura di notizie.
Su tutti i mezzi di comunicazione il complesso dei programmi informativi trova un riscontro positivo da parte della popolazione, con i telegiornali che rappresentano un traino per l’audience.

Il 50,5% degli iscritti ad almeno un social network dichiara di venire a conoscenza di notizie e informazioni prima sui social che su altri mezzi di comunicazione.
Cliccare sul link di una notizia o mettere un like sono le azioni prevalentemente svolte (più del 40%). Meno frequenti i commenti alle notizie (16,9%) o discussioni in merito (6,1%). Al contrario, gli ultrasessantacinquenni commentano le notizie e partecipano più attivamente alle discussioni.

Televisione, radio, giornali sono più affidabili

Il 65,6% della popolazione dichiara di avere un livello di fiducia moderata o alta in almeno un mezzo di informazione; un terzo, alta.
Televisione, radio e carta stampata risultano le fonti informative in cui i cittadini ripongono maggiore fiducia, seguite dal passaparola (35%). 

I giovani tra 14-24 anni mostrano una minore di fiducia nei confronti di almeno uno tra i mezzi di comunicazione. Con riferimento ai mezzi digitali, i più giovani e gli ultrasessantacinquenni (1 su 5) asseriscono di non aver alcuna fiducia nelle fonti informative online.

Servizio pubblico versus influencer

In relazione alla percezione sull’affidabilità nei confronti di chi produce e diffonde le notizie, le fonti editoriali come televisioni, radio e quotidiani, sono ritenute più affidabili rispetto a quelle generate da autori singoli, come influencer e blogger.

Il servizio pubblico televisivo è la fonte ritenuta ‘più’ affidabile dai cittadini, in particolare, dalle fasce più anziane della popolazione. 
Gli influencer sono considerati affidabili dal 2,2% della popolazione, percentuale che sale solo al 4,6% per la fascia di età tra 14-24 anni.
I più giovani, poi, reputano anche più affidabili le notizie rinvenute sui social media o le piattaforme di messaggistica.

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Digitale più sostenibilità: per l’economia italiana è una sinergia strategica 

L’innovazione digitale è una leva cruciale per la sostenibilità in Italia, con impatti su economia, imprese e società. L’Unione Europea ha promosso misure per integrare i due ambiti, ma le strategie tendono a trattarli separatamente.

Una recente analisi mostra che solo il 13% delle politiche sostenibili include il digitale come elemento chiave, mentre il 90% delle strategie digitali riconosce la sostenibilità, ma con un focus più sugli aspetti sociali e di governance piuttosto che ambientali.

Grandi aziende e PMI: approcci molto diversi

Le grandi imprese italiane sono attive sia nel digitale sia nella sostenibilità: l’84%, infatti, investe in entrambi i settori. Però solo il 33% delle imprese li integra sistematicamente e solo il 25% adotta criteri di sostenibilità nella digitalizzazione. Inoltre, mentre quasi tutte le aziende hanno un responsabile IT (98%) e della sostenibilità (83%), solo il 10% dispone di un Digital Sustainability Officer per unire le due funzioni.

Le PMI, invece, incontrano maggiori difficoltà: solo il 53% investe nel digitale e il 42% nella sostenibilità, spesso per via dei costi elevati e della mancanza di risorse dedicate. L’integrazione tra digitale e sostenibilità è ancora più rara: appena l’8% usa il digitale per obiettivi sostenibili e il 6% adotta la sostenibilità come guida per l’innovazione tecnologica. Inoltre, il 63% delle PMI non ha un referente per la sostenibilità.

Il ruolo del digitale nell progresso sostenibile

Il digitale offre strumenti potenti per ridurre l’impatto ambientale: l’agricoltura di precisione ottimizza l’uso di risorse, il lavoro da remoto può ridurre fino a 60 kg di CO₂ per lavoratore all’anno, e il cloud computing aiuta a gestire i dati in modo più efficiente. Tuttavia, ci sono anche criticità, come l’alto consumo energetico dei data center.

Sul piano sociale, il digitale può migliorare il benessere lavorativo, ma se mal gestito può causare tecnostress e sovraccarico. Sul fronte della governance, invece, garantisce maggiore trasparenza e tracciabilità nei processi produttivi, riducendo i rischi operativi.

Una necessità per il futuro

Durante il convegno “Digitale e Sostenibilità”, organizzato dal Politecnico di Milano e Assolombarda, è emerso che le imprese dovrebbero integrare sostenibilità e digitalizzazione con una strategia chiara e promuovere formazione e consapevolezza per massimizzare le opportunità. Inoltre, le imprese dovrebbero sperimentare nuove tecnologie, anche nei settori tradizionali e utilizzare l’IA, l’IoT e il cloud per ottimizzare processi e ridurre impatti ambientali.

Secondo Stefano Rebattoni (Assolombarda), la digitalizzazione non è solo un vantaggio competitivo, ma una necessità per il futuro. Sempre più aziende stanno investendo in tecnologie digitali con una visione sostenibile, non solo per il ritorno economico, ma per costruire un modello di sviluppo responsabile e innovativo. 

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Data Center: l’Italia raddoppia gli investimenti, da 5 a oltre 10 miliardi

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano: il 2024 si può definire l’anno della definitiva presa di coscienza in Italia sull’importanza delle infrastrutture Data Center.

Se nel biennio 2023-2024 sono già stati spesi 5 miliardi di euro per la costruzione, l’approntamento e il riempimento di server IT di nuove infrastrutture Data Center, ulteriori 10,1 miliardi sono previsti per il biennio 2025-2026.
I Data Center attualmente attivi nel nostro Paese occupano un’area totale di 333.341mq (+15% vs 2023), e le nuove aperture hanno consentito di raggiungere una potenza energetica di 513 MW IT (+17% rispetto al 2023).

Il ruolo centrale di Milano con 238 MW IT totali

Dal punto di vista geografico, la Lombardia detiene 318 MW IT, con un ruolo centrale occupato dalla città di Milano, che possiede 238 MW IT totali (+34%). Numeri decisamente interessanti, ancora distanti da Londra (1.065 MW IT) o Francoforte (867 MW IT), ma che posizionano il capoluogo lombardo in vantaggio rispetto ad altri mercati emergenti, di cui il principale è Madrid (172 MW IT).

La crescita delle infrastrutture a livello nazionale è spinta in modo significativo dai Data Center ad Alta Potenza (>10 MW IT), che necessitano l’allacciamento alle reti di alta tensione per il loro funzionamento, e che occupano il 37% della potenza energetica IT totale. Queste infrastrutture sono concentrate per il 70% nell’area milanese e rivestono il ruolo di assolute protagoniste negli annunci di nuove aperture.

L’AI richiede più densità di potenza

Parallelamente, inizia a emergere una tendenza di aumento della densità di potenza nelle singole infrastrutture, con richieste di armadi rack sempre più performanti, soprattutto a causa dell’accelerazione del mercato dell’AI, che influenzerà la progettazione e l’operatività dei nuovi Data Center.

Un ruolo centrale viene ricoperto dai campus Data Center, la via principale per la progettazione e la costruzione delle infrastrutture, e che detengono il 44% della potenza energetica IT nominale attiva.
Sono costruzioni decisamente estese, che necessitano di collegamenti ad alta tensione. Spesso, osservate con grande attenzione dai Cloud Provider, con l’obiettivo di accordi strategici con i ‘colocator’ per offrire i propri servizi digitali sul territorio italiano.

Il problema della sfida energetica 

“Lo sviluppo di infrastrutture di potenza sempre maggiore solleva tuttavia interrogativi riguardo il loro approvvigionamento energetico e la sostenibilità della rete elettrica italiana – dichiara Marina Natalucci, Direttrice dell’Osservatorio -. Il problema energetico si aggiunge a quello del prezzo dell’energia, attualmente ben al di sopra della media europea e circa il doppio dell’equivalente spagnolo, dove il governo ha fortemente incentivato lo sviluppo di impianti per la produzione di energie rinnovabili. L’energia è un elemento critico per il funzionamento dei Data Center e la situazione italiana potrebbe generare uno spostamento dell’attenzione degli investitori verso altri mercati emergenti”.

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Usb-C: nell’UE lo standard universale diventa obbligatorio

Inizia una nuova era per la ricarica dei device. Dal 28 dicembre 2024, tutti i dispositivi elettronici portatili venduti nell’Unione Europea dovranno essere dotati di una porta Usb-C per la ricarica. Questa rivoluzione interesserà smartphone, tablet, fotocamere digitali, cuffie, auricolari, console per videogiochi, altoparlanti portatili, e-reader, tastiere, mouse e navigatori portatili.

L’obbligo, riferisce Agi, si estenderà ai computer portatili a partire dal 28 aprile 2026, completando l’adozione di uno standard comune.

Obiettivi di sostenibilità e praticità 

La normativa, approvata nel 2022, rappresenta un passo decisivo verso la riduzione dei rifiuti elettronici e la semplificazione per i consumatori. Con un unico caricabatterie compatibile per dispositivi di piccole e medie dimensioni che supportano fino a 100 Watt di potenza, l’iniziativa mira a diminuire gli sprechi e a incentivare pratiche più sostenibili.

Inoltre, tutti i dispositivi con ricarica rapida offriranno una velocità standardizzata, eliminando le disparità tra modelli.

Informazioni più chiare per i consumatori 

Per agevolare gli utenti, i dispositivi saranno accompagnati da etichette che specificheranno le caratteristiche di ricarica, permettendo di verificare facilmente la compatibilità con i caricabatterie già in possesso.

La maggiore trasparenza consentirà inoltre agli acquirenti di scegliere consapevolmente se acquistare o meno un caricabatterie aggiuntivo, promuovendo il riutilizzo.

Vantaggi economici per 250 milioni di euro l’anno 

Grazie a questa iniziativa, i consumatori europei potrebbero risparmiare fino a 250 milioni di euro all’anno, evitando acquisti inutili di caricabatterie. Attualmente, si stima che circa 11.000 tonnellate di rifiuti elettronici ogni anno provengano da caricabatterie smaltiti o inutilizzati. La nuova regolamentazione punta a ridurre significativamente questa cifra, contribuendo a una gestione più responsabile delle risorse.

L’impatto sul mercato 

Uno degli effetti più evidenti della normativa è la graduale scomparsa della porta Lightning di Apple, sostituita dalla Usb-C sugli ultimi modelli di iPhone 15. Anche i MacBook, già compatibili con Usb-C, sono in linea con le nuove disposizioni. Questo cambiamento segna un punto di svolta nella standardizzazione tecnologica, con vantaggi tangibili per produttori e consumatori. Con questa iniziativa, l’Unione Europea rafforza il suo ruolo di leader nelle politiche di sostenibilità, promuovendo innovazioni che combinano praticità ed ecologia.

L’adozione della Usb-C rappresenta non solo un passo avanti per la tecnologia, ma anche un esempio di come le normative possano guidare verso un futuro più sostenibile e responsabile.

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L’innovazione digitale e le imprese italiane: partnership, investimenti e opportunità

Per le imprese italiane l’innovazione digitale è una priorità, con segnali di crescita e nuove modalità di collaborazione. Nonostante il contesto economico incerto, i budget ICT per il 2025 cresceranno dell’1,5%, sostenendo la competitività delle aziende. Le piccole e medie imprese mostrano l’incremento più significativo, rispettivamente del +3,7% e +4%, mentre le grandi aziende mantengono una crescita più moderata.

Le aree di investimento: intelligenza artificiale in pole position

Per le grandi imprese, la spesa digitale si concentra su soluzioni di cybersecurity (57%) e business intelligence. Al terzo posto si colloca l’intelligenza artificiale, con il 43% delle aziende che pianificano investimenti in questa tecnologia, seguita dalla generative AI (39%). Per le PMI, invece, i focus principali sono cybersecurity (31%), cloud (25%) e applicazioni di Industria 4.0 (24%).

Nonostante l’importanza strategica del digitale, solo l’8% delle imprese ha sviluppato metriche consolidate per valutarne l’impatto, concentrandosi prevalentemente su risultati economici di breve periodo. Manca una visione che includa effetti su competenze, cultura aziendale e agilità organizzativa nel lungo termine.

L’open innovation: collaborazioni e partnership

L’open innovation è ormai pratica comune per l’88% delle grandi aziende italiane, tanto da raggiungere il 98% nelle realtà con oltre 1.000 dipendenti. Tra le PMI, invece, solo il 31% adotta queste iniziative. Le modalità più diffuse sono collaborazioni con università e centri di ricerca (72%), lo scouting di startup (59%) e hackathon (30%). Sul fronte outbound, guadagnano terreno strategie come piattaforme digitali (22%) e joint-venture (21%).

Il 48% delle grandi aziende ha collaborato con startup per almeno tre anni, impiegandole come fornitori o partner per lo sviluppo congiunto di prodotti e servizi. Tuttavia, solo l’8% delle PMI si apre a queste collaborazioni, segnalando una resistenza che limita le opportunità di innovazione.

Innovazione e sostenibilità: un binomio che funziona

L’integrazione tra innovazione e sostenibilità è sempre più evidente. Il 56% delle aziende collabora con università per promuovere progetti sostenibili, mentre il 46% lavora con startup per sviluppare soluzioni a basso impatto ambientale. Questa sinergia evidenzia come le imprese stiano cercando di coniugare la competitività con una maggiore responsabilità sociale.

Nuovi modelli organizzativi

Le principali difficoltà per le aziende riguardano l’integrazione dell’innovazione nei processi di business (45%) e il coinvolgimento della popolazione aziendale (38%). Per superare questi ostacoli, alcune imprese stanno adottando strategie di corporate entrepreneurship, promuovendo percorsi formativi e pratici per diffondere competenze innovative. Tuttavia, la formazione richiede un accompagnamento con iniziative concrete per essere davvero efficace.

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Prestiti: importo medio richiesto a + 9,1%, ma domande in diminuzione 

Fatto salvo l’effetto rimbalzo del 2021, le richieste di finanziamento da parte delle famiglie si sono via via stabilizzate, alternando fasi moderatamente espansive con altre più restrittive. Nei primi 9 mesi del 2024 le richieste di prestiti registrano una contrazione del -1,1%. L’importo medio però si attesta a 9.260 euro, il 9,1% in più rispetto allo stesso periodo del 2023.
Lo evidenzia l’ultima analisi del Barometro CRIF su fonte EURISC.

“Il comparto dei prestiti sta registrando una crescita moderata e talvolta faticosa. Tuttavia, l’innovazione tecnologica e l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale restano un volano imprescindibile per un cambio di passo in un mercato in rapida trasformazione – spiega Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Infatti, sono proprio i player non tradizionali a farsi sempre più spazio sul mercato, proprio in virtù di un modello di business agile e altamente digitalizzato”.

Comparto sostenuto dai prestiti personali

Entrando nel dettaglio delle diverse forme tecniche al III trimestre 2024, sostengono il comparto i prestiti personali (+10,3%), mentre l’importo medio si mantiene stabile (+1,0%, valore di 11.838 euro).
Dinamica speculare per i prestiti finalizzati, che si contraggono del 10,3%, mentre l’importo medio cresce a doppia cifra (+14,0%, valore di 6.718 euro).

Considerando il solo mese di settembre, si registra la stessa dinamica divergente, ovvero, segno negativo per i prestiti finalizzati, con un -12,3%, mentre i prestiti personali continuano a essere la forma tecnica maggiormente richiesta dalle famiglie, con un +13,8% di domande.

Distribuzione delle richieste per importo e durata

L’analisi della distribuzione delle richieste di finanziamento per fascia di importo conferma che nei primi nove mesi del 2024 quasi una richiesta su due si concentra nella classe inferiore a 5.000 euro (48,8%).
Si registra la stessa prudenza anche per le diverse tipologie di finanziamento: il 65,4% delle richieste di prestiti finalizzati presenta importi inferiori a 5.000 euro e la stessa classe d’importo risulta la preferita anche per i prestiti personali (32,0%).

Quanto alla distribuzione per durata, quasi una domanda su tre richiede piani di rimborso superiori a 5 anni, con una quota pari al 30,0% del totale. Perdura, da parte delle famiglie, un comportamento di cautela, al fine di non appesantire troppo il bilancio mensile con uscite fisse.

Età dei richiedenti: maggioritaria fascia 45-54 anni

Tra le diverse forme tecniche, i prestiti finalizzati prediligono un arco temporale di 2 e 3 anni (28,5%), mentre i prestiti personali si sono indirizzati su piani di rimborso superiori a 5 anni (49,7%).

Osservando la distribuzione delle istruttorie di credito in relazione all’età del richiedente, il Barometro CRIF evidenzia come sia stata la fascia 45-54 anni a risultare maggioritaria, con il 23,3% del totale, seguita da quella 35-44 anni (20,4%).
Stessa dinamica per le diverse tipologie di finanziamento, poiché anche in questo caso la fascia di età più propensa a richiedere finanziamenti rimane quella 45-54 anni: il 23,6% per i prestiti personali e il 23,1% per i prestiti finalizzati.

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Nel 2024 tariffe telefonia mobile in discesa, leggermente in salita quelle “fisse” 

Lo ha scoperto un’analisi di Facile.it: nel 2024 i prezzi delle tariffe di telefonia mobile in Italia sono scesi tra il 9% e il 17%. Oggi per un contratto di telefonia mobile standard la spesa media mensile è inferiore a 8 euro. Nel 2019, per un’offerta simile, se ne spendevano 12,50. 

Trend opposto per la telefonia fissa: per un nuovo contratto Internet casa si spendono quasi 26 euro al mese, un valore in aumento del 3% rispetto allo scorso anno. Ma nonostante questo, l’Italia resta uno dei Paesi europei con le tariffe più contenute. Insomma, sono lontani i tempi in cui per telefonare si spendevano cifre da capogiro.

Mobile: -11,5% in meno rispetto al 2023

Oggi in media un nuovo contratto di telefonia mobile costa 7,80 euro, l’11,5% in meno rispetto al 2023. Ma per chi opta per un ‘operatore virtuale’ (MVNO – Mobile Virtual Network Operator) la tariffa media mensile scende addirittura del 17% (meno di 6,50 euro).
Per gli operatori tradizionali, invece, la tariffa media mensile è pari a 8,50 euro, in calo del 9%.
“Quando si sceglie un nuovo operatore di telefonia mobile è bene tenere in considerazione non solo la tariffa mensile, ma anche gli eventuali costi di attivazione, che normalmente variano tra 2 e 10 euro – spiegano gli esperti di Facile.it -. Se si cambia compagnia telefonica con frequenza, questi costi potrebbero avere un impatto significativo sul risparmio complessivo”.

Rete fissa: +3% in un anno

Sul fronte della telefonia fissa, invece, nell’ultimo anno le tariffe sono lievemente cresciute.
Guardando alle migliori offerte disponibili sul mercato, secondo i calcoli di Facile.it il canone medio è aumentato del 3%, arrivando a 25,96 euro.

Va detto, però, che i costi medi di attivazione sono diminuiti e questo, almeno per i primi dodici mesi, compensa gli aumenti relativi al canone mensile.
“Per risparmiare è sempre bene confrontare le diverse opzioni presenti sul mercato – continuano gli esperti di Facile.it – e magari, ove presenti, approfittare anche di tariffe dedicate a chi sceglie il medesimo operatore per fisso e mobile”.

Internet casa: in Italia si spende meno

Il contratto ‘fisso più mobile’, infatti, ha subito un incremento minore, e consente ancora oggi di godere di tariffe complessivamente inferiori del 6% rispetto alla migliore offerta acquistabile singolarmente.

In ogni caso, nonostante gli aumenti, gli italiani hanno ancora le tariffe Internet casa più basse se confrontate con quelle di Germania, Francia e Regno Unito.
Se quindi nel Belpaese, in media, si spendono 25,96 euro per questo tipo di servizio, in Germania si pagano 27,86 euro.
Va peggio ai francesi, che in media mettono a budget per la connessione Internet casa 30,37 euro, mentre se ci si sposta oltremanica l’importo mensile arriva a sfiorare 31 euro.

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Lavorare in Europa: qual è la Top 100 delle Pmi?

È il Belgio, seguito da Cipro e Grecia, il Paese con il maggior numero di imprese più ambite dai lavoratori. Le  Piccole e medie imprese italiane, invece, sono fuori dalla Top 10 
Lo ha rilevato l’edizione 2024 del ranking Best Small & Medium Workplaces in Europe, condotta da Great Place to Work, organizzazione globale di ricerca e consulenza per la cultura organizzativa.

La classifica delle 100 migliori realtà europee con un numero di dipendenti compreso tra 50 e 499 certificate come Great Place To Work è stata condotta in 21 Paesi (Austria, Belgio, Cipro, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito).
Per poterla stilare, è stato ascoltato il parere di oltre 1,3 milioni di collaboratori, in rappresentanza di più di 2 milioni di lavoratori.

Fiducia, innovazione, valori aziendali, leadership. E capacità di creare un’esperienza di lavoro “For All”

Questo riconoscimento si basa su dati riservati di sondaggi che valutano le esperienze dei collaboratori in materia di fiducia, innovazione, valori aziendali e leadership.
Le organizzazioni vengono valutate anche in base alla capacità di creare un’esperienza di lavoro ‘For All’, in cui tutte le persone in azienda sono accolte e valorizzate, indipendentemente da chi siano o da cosa facciano.

A livello di confronto tra Paesi vince il Belgio, con un totale di 8 organizzazioni eccellenti presenti in classifica, seguono Cipro, Grecia, Portogallo, Svezia con 6, Francia, Regno Unito e Lussemburgo (5), Spagna, Danimarca, Turchia, Olanda e Italia (4), chiudono Germania, Polonia e Irlanda (3).

L’IT è il settore vincente

Tra i settori vince l’Information Technology (50%), davanti a servizi professionali (13%), altri settori (8%), servizi finanziari e assicurazioni (6%), biotecnologia e farmaceutica (4%).
La Top 10 dei migliori ambienti di lavoro a livello europeo vede sul gradino più alto del podio la società IT britannica Talos360, mentre i due gradini più bassi sono occupati dalla cipriota Ecommbx (It) e dalla tedesca Cpc Unternehmensmanagement AG (servizi professionali).

Completano la Top 10 l’olandese Mobilee (servizi professionali), la portoghese Synergies (advertising & marketing), la francese Ebs Group (Information Technology), la norvegese Dedicare (servizi professionali), la polacca Tradedoubler Sp. z o.o. (servizi professionali), la finlandese Mtb-Siivouspalvelu Oy (altro) e la greca Hack The Box (Information Technology).

Quattro italiane in classifica, la migliore è al 14° posto

L’Italia può contare su un totale di 4 realtà, pur non avendo eccellenze presenti nella Top 10. La prima organizzazione tricolore in classifica è al 14° posto ed è Storeis, società di consulenza e-commerce e agenzia di digital marketing indipendente con sede a Padova, specializzata nei settori fashion, luxury, sport, beauty, retail e consumer electronic.

Altre aziende Made in Italy che compaiono tra i migliori ambienti di lavoro a livello europeo sono Bending Spoons (23°), realtà IT che si occupa di sviluppo software, Skylabs (38°), società di consulenza digitale, e Webranking (84°), agenzia media digitale tra le più grandi in Italia.

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